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Readymade, l’oggetto già fatto che diventa arte: da Duchamp a Manzoni

Readymade, l’oggetto già fatto che diventa arte: da Duchamp a Manzoni

14 marzo 2016

Se siamo soliti pensare che l’arte moderna nasca con l’avvento delle avanguardie storiche, ma si discute ancore se nel 1909 viene prima il Cubismo o il Futurismo, per l’arte concettuale non ci sono dubbi: l’anno di fondazione è il 1917, per l’esattezza il 10 aprile. Giorno dell’apertura a New York della mostra, curata dalla Society of Indipendent Artist nelle sale del Grand Central Palace sulla Lexington Avenue, in cui avrebbe dovuto essere presentata la Fontana che Duchamp, membro della stessa società organizzatrice, ha inviato al comitato direttivo sotto falso nome e indirizzo. Un orinatoio di ceramica bianca, firmato R. Mutt. che non verrà esposto – perché reputato non consono – e che in seguito andrà perso (nb gli orinatoi in circolazione sono copie da un successivo readymade del 1950), ma che, allo stesso modo, diventerà l’opera capace di cambiare radicalmente la storia dell’arte.

Duchamp, sprezzante filosofo, algido donnaiolo, grande scacchista (fu capitano della squadra nazionale francese), carismatico e geniale “anartista” per autodefinizione, con un gesto Dada innalza l’objet trouvé (l’oggetto trovato), il ready made (l’oggetto già fatto), a opera d’arte seguendo un semplice ragionamento: è l’artista che determina l’artisticità di un oggetto, scegliendolo tra altri, firmandolo, ricollocandolo, magari in un museo o in una mostra, decontestualizzandolo dalla sua originaria funzione, prediligendo l’aspetto estetico a quello funzionale.

Da questo momento inizia lo slittamento dell’arte cosiddetta contemporanea, che molti oggi trovano così difficile da capire, se è vero come arguiva Picasso che gli artisti contemporanei “svaligiano il magazzino di Duchamp limitandosi a cambiare gli imballaggi”.

Il più geniale degli epigoni, fu l’italiano Piero Manzoni, una meteora dell’art system (1933-1963) che portò alle estreme conseguenze il ragionamento duchampiano con la sua Merda d’artista del 1961: 90 scatolette di latta con etichetta multilingue, dal contenuto netto di 30 grammi (si presume di escrementi). Con un’idea semplice: se tutto ciò che è prodotto dall’artista è arte, ovvio che di conseguenza anche le deiezioni possono assumere lo status di opera. Così Manzoni, figlio della buona borghesia milanese, giacca e cravatta d’ordinanza, occhi acuti e ironici, una leggera pancetta e una precoce calvizie diventa il campione del New Dada, firma modelle definendole sculture viventi, firma scarpe (la sua e quella di Schifano), gonfia palloncini e li vende, fa bollire uova sode su cui imprime le proprie impronte digitali, disegna su carta linee lunghe oltre 7mila metri e le inscatola, produce splendidi “achromes” quadri semplicemente bianchi, enormi superficie in caolino e gesso attraversate da grinze, rigonfiamenti, scanalature.

Duchamp e Manzoni, con loro l’arte, aprendosi al concettuale, non sarà più quella a cui ci aveva abituato la tradizione. Con loro, l’arte diventa contemporanea.

 

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