Cultura

Dal dagherrotipo al selfie: la storia della fotografia

Quando nacque la fotografia, l’arte non fu più la stessa. Eppure, pittura e fotografia hanno radici simili. -

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Quando nacque la fotografia, l’arte non fu più la stessa. Slegato dall’antica dannazione della mimesi, il pittore decise di dedicarsi ad altro che non fosse la mera riproduzione della realtà. Bastava per questo il fotografo a cui si demandò il gravoso compito dell’obiettività, che per anni molti venne confusa con la “verità delle cose”.

Eppure, pittura e fotografia hanno radici simili. È “Un desiderio ardente” – scrive lo storico neozelandese Geoffrey Batchen – ciò che ha spinto l’uomo a inventare la pittura, e allo stesso modo è una “passione oltre il bisogno” ad aver suggerito l’invenzione della fotografia. In fin dei conti è un atto di amore, quello della riproduzione. Ne era consapevole, fin dai tempi remoti, Plinio il vecchio quando narrava la storia della figlia del vasaio che tratteggiò sul muro l’ombra del suo amante in partenza come espediente per ricordarsi di lui. Se dunque, anche alle origini della fotografia c’è un desiderio, interessante capire perché il desiderio si concretizza solo nel 1839, quando Daguerre annuncia l’invenzione del suo “tipo” per fare immagini, e non prima visto che già da secoli si conosceva il meccanismo della “camera obscura”, e anche gli studi chimici erano sufficienti per il miracolo della luce che imprime le forme su una superficie. Così, quello di Batchen, è un gioco: retrodatare la scoperta agli inizi dell’Ottocento, o ancor prima alla fine del Settecento, catalogando tutti i potenziali padri della macchina fotografica per farci capire quanto profondo sia stato il desiderio di un desiderio.

Al di là della data e della paternità della scoperta, l’unica cosa certa è che dopo Daguerre, il mito fondante della fotografia risponde al nome di Gaspard-Felix Tournachon, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Nadar, che poi divenne un logo, un vero marchio di fabbrica. “Bohémien introverso”, poliedrico e immaginifico, geniale ed egoico, Nadar fu scrittore e giornalista, ironico illustratore, imprenditore e pubblicitario, infine fotografo di eccelsa qualità. A lui si devono i ritratti più intensi della Parigi di metà Ottocento, icone imprescindibili delle origini, come Baudelaire con le mani in tasca, Rossini con la mano nel panciotto, Victor Hugo con la mano alla tempia, Manet con la mano sullo schienale della sedia, Sarah Bernhardt bellissima trasognante con lo sguardo perso fuori camera.

Dopo Nadar, nel momento in cui la fotografia diventa un mezzo alla portata di tutti, un profluvio di scatti e pose, pressoché infinito, ha riempito via via ogni spazio possibile del mondo, ogni interstizio, fino alla nausea del contemporaneo. Per questo, specie oggi nel tempo dell’iperproduzione e dei selfie, risulta geniale il lavoro di Joachim Schmid un fotografo che, paradossalmente, non ha mai fotografato il cui motto – coniato nel 1989 proprio a 150 anni dall’invenzione del dagherrotipo – è “nessuna nuova fotografia finché non siano state utilizzate quelle già esistenti”. Un’opera quella di Schmid tesa al riutilizzo delle immagini già scattate come fossero dei ready made, alla loro selezione e catalogazione, in una sorta di esercizio poetico senza fine poiché mentre l’artista sceglie l’umanità (purtroppo o per fortuna) non smette mai di fotografare.

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