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Collaboratori a progetto: qual è il giusto compenso?

Collaboratori a progetto: qual è il giusto compenso?

22 Aprile 2014

La Cgil è quotidianamente impegnata alla difesa di diritti che non vengono riconosciuti e che spesso non si conoscono. Spesso si sente parlare di collaboratori a progetto: qual è il giusto compenso?

Ecco la riposta dell’esperto Simone Cereda, Segretario generale NIdiL CGIL Monza e Brianza

Buongiorno,

uno studio grafico-pubblicitario mi ha proposto di iniziare a lavorare con un contratto di collaborazione a progetto. La retribuzione lorda mensile sarà di 1250 euro, a fronte di un impegno lavorativo di circa 40 ore settimanali. Questo salario è corretto?

Francesca P., 27 anni, Vimercate.

 

Gentile Francesca,
purtroppo, nonostante le modifiche, anche recenti, apportate alla normativa in materia, al momento di fatto non esiste alcun collegamento tra la retribuzione di un collaboratore a progetto e i contratti collettivi nazionali di categoria, che, per ogni settore merceologico, determinano i salari minimi corrispondenti alle diverse mansioni. Di conseguenza, il tuo compenso è determinato esclusivamente dalla trattativa individuale con il committente: trattativa che spesso, come probabilmente avrai sperimentato a tue spese, è inesistente, o quantomeno sbilanciata a favore del datore di lavoro.

La legge, su questo aspetto del lavoro parasubordinato, sarebbe anche dalla parte del lavoratore, se non fosse che, per il momento, è rimasta in gran parte inattuata. La cosiddetta riforma Fornero, infatti (L. 92/2012, art. 1, commini 23-25), dice esplicitamente che i compensi dei collaboratori a progetto non possono essere inferiori a quelli di un lavoratore dipendente che svolge le stesse mansioni. Una novità positiva, se pensiamo che il Dlgs 276/2003 (attuativo della cosiddetta Legge Biagi) collegava i salari dei parasubordinati a quelli dei lavoratori autonomi.

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Simone Cereda
Simone Cereda – Segretario generale NIdiL CGIL Monza e Brianza. 36 anni, nel sindacato dal 2005, prima come delegato dei lavoratori precari di un Comune, poi a tempo pieno, sempre in NIdiL, la categoria della CGIL che si occupa di lavoro atipico. Giornalista professionista (ma mai al New York Times, purtroppo), una laurea in Storia dell’Europa Orientale conseguita per passione, senza pensare al lavoro. Un figlio di quasi 4 anni e una bella famiglia allargata (in tutto siamo a quota 6).


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