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Lissone, i matrimoni non s'hanno da fare. Sposalizi come nel dopoguerra

Lissone, i matrimoni non s’hanno da fare. Sposalizi come nel dopoguerra

25 Marzo 2014

A Lissone il numero dei matrimoni è inversamente proporzionale a quello degli abitanti. Più gente, meno matrimoni. Solo 91 fiori d’arancio nel 2013, come testimonia l’annuario statistico preparato dai servizi demografici del comune della città del mobile. Per trovare un dato inferiore occorre tornare indietro di 69 anni, quando nel 1945 i matrimoni furono 83. Probabilmente, il dopo guerra e i tempi odierni qualche minimo comune denominatore – seppure nella totale diversità del periodo storico – ce l’hanno: una certa condizione di incertezza, di sfiducia, di impossibilità. A cui si somma una scarsa considerazione del matrimonio, e, per qualcuno, l’esperienza del fallimento del vincolo stesso.

«Convivo da quasi quattro anni con il mio compagno – commenta Eleonora, 33 anni – e sono figlia di genitori divorziati. È difficile per me pensare al matrimonio, non lo associo a niente di positivo, solo a dei gran soldi buttati per cerimonia, abiti e pranzo. Il mio compagno e io siamo una famiglia anche senza fede al dito».

«Noi invece, prima o poi, ci vorremmo sposare – dice Angela, libera professionista di Lissone – ma per il momento mancano le risorse economiche».

A commentare l’insolito dato, in una nota stampa, anche l’assessore lissonese Roberto Beretta: «Qualunque interpretazione possiamo dargli, in quel 91 forse anomalo o forse no ci siamo noi, lissonesi del 2013, con i nostri dubbi e le nostre paure, gli slanci e le ricchezze, i progetti e le esitazioni. Ci sono (anzi: non ci sono…) soprattutto i cittadini più giovani – quelli nell’età in cui solitamente ci si sposa; ci sono probabilmente alcune mute richieste che la società (e in essa anche la pubblica amministrazione) dovrebbe saper intercettare».

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Andrea Meregalli
Ho sempre sognato di scrivere una biografia in terza persona singolare, ma ora mi vergogno. E allora Andrea Meregalli, classe 1984, vivo con Isabella e Arturo Bandini, giornalista pubblicista e lettore professionista con una passionaccia [cit.] per la letteratura latinoamericana del novecento, faccio alcune cose male tra cui giocare a backgammon e suonare l'ukulele, mi piacciono il jazz e il calcio, il poker e la mitologia norrena, i whisky e la filosofia greca antica. Soprattutto mi piacciono i libri, cartacei come digitali. Mi trovate su Twitter, su Facebook (poco) e su Finzioni Magazine.


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