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Spari a Roma: 16 anni a Preiti. "Punti ancora oscuri" per l'associazione Vittime del Dovere

Spari a Roma: 16 anni a Preiti. “Punti ancora oscuri” per l’associazione Vittime del Dovere

23 Gennaio 2014

Sedici: tanti sono gli anni di reclusione a cui è stato condannato Luigi Preiti, l’uomo che il 28 aprile 2013 davanti a Palazzo Chigi, durante l’insediamento del governo di Enrico Letta, sparò contro quattro carabinieri ferendone gravemente uno:  il brigadiere Giuseppe Giangrande.

Nella sparatoria, oltre a Giangrande, rimasero poi coinvolti anche Francesco Negri, a una gamba, e il carabiniere Delio Marco Murighile. Illeso invece il quarto carabiniere che al momento della sparatoria si gettò a terra.  Tentato omicidio plurimo, porto abusivo di arma clandestina e ricettazione: questi i reati contestati a Preiti. La sentenza è stata emessa dal giudice Filippo Steidl. «Chiedo scusa ai carabinieri, alla famiglia dei feriti e ai miei familiari. Chiedo scusa a tutti… vorrei essere io al posto di Giuseppe Giangrande” queste le parole pronunciate da Preiti, e diffuse attraverso una nota stampa, prima che il giudice pronunciasse la sentenza. All’udienza ha preso parte anche la figlia del brigadiere Giangrande, Martina, che dal giorno della sparatoria si è completamente dedicata ad assistere il padre. Davanti al Giudice dell’udienza preliminare Filippo Steidl erano presenti anche le Vittime del Dovere, l’associazione monzese si è costituita parte civile nel processo, rappresentata in giudizio dall’avvocato Stefano Maccioni. L’avvocato ha sollevato alcuni dubbi sulla ricostruzione dei fatti resa dall’imputato alla luce di quanto poi emerso nel corso della attività istruttoria effettuata dalla Procura della Repubblica di Roma. In particolare, secondo il legale «sarebbe opportuno svolgere un’ulteriore attività di indagine volta a escludere il coinvolgimento di altre persone in relazione a quanto accaduto a Roma il 28 aprile 2013».

« Mediante la nostra costituzione di parte civile abbiamo voluto rappresentare il nostro sostegno e la nostra solidarietà alle vittime di questo vile e gravissimo atto» ha detto il presidente dell’Associazione monzese Emanuela Piantadosi, figlia del Maresciallo dei Carabinieri Stefano Piantadosi, ucciso il 15 giugno 1980 da un ergastolano mentre stava beneficiando di un permesso premio.

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