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Abolizione province, il Ddl Del Rio al centro delle polemiche

Abolizione province, il Ddl Del Rio al centro delle polemiche

29 Gennaio 2014

Diminuiscono le Province, ma aumentano a vista d’occhio le città metropolitane. Stando alle ultime dal Senato dietro al Ddl Del Rio, quello che cancella in un colpo solo la Provincia di Monza e un’altra cinquantina di enti intermedi, si sta nascondendo la solita fregatura tutta italica (il termine ultimo per la presentazione degli emendamenti è stato rimandato). In altre parole, chi crede che il provvedimento provocherà una riduzione dei costi della politica potrebbe sbagliarsi di grosso. E non perché l’operazione in sè del taglio delle Province è antieconomica, ma perché stanno aumentando a dismisura le città metropolitane.

Il Ddl, infatti, se da una parte prevede l’eliminazione degli intermedi in nome della spending rewiev, dall’altra prevede la nascita delle città metropolitane. Monza, per esempio, verebbe assorbita dalla Grande Milano. Tuttavia, le città metropolitane da sei sono già salite a venti e anche chi con i numeri non ha particolare confidenza è in grado di capire che le poltrone che vengono fatte uscire dalla porta, stanno rietrando dalla finestra, con tutto quello che ne consegue in termini di costi.

La denuncia di quanto sta accadendo è avvenuta grazie a un intervento del senatore Maurizio Rossi, indipendente eletto nelle liste di Scelta Civica, che come leader del nuovo movimento Liguria Civica ha dichiarato che il “ddl Delrio va ritirato in quanto non risponde alle reali esigenze della riforma degli enti territoriali”.

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Riccardo Rosa
Monzese di nascita, ma sogno California. Amo le serie tv americane e lo streaming (legale) oltre ad un'insana passione per la cara vecchia Inter. Ho 47 anni, ma nell'animo mi sento un 18enne, sempre alla ricerca di nuove esperienze con la mia nuova bicicletta fiammante. Ah già, dimenticavo: da anni sono un giornalista e con le lettere e il punto e virgola ho un rapporto viscerale. Cosa mi manca? Un biglietto aereo sempre pronto per i mari del Sud.


Commenti

  1. Francesco Cafaro (Bari) dice:

    Il principale equivoco che sembra oscurare la proposta politica relativa all’istituzione degli enti metropolitani, almeno nel periodo recente (negli anni ’90 il problema era meglio impostato), è nell’aver confuso, a mio giudizio con effetti molto gravi, una necessità di ridefinizione direi “ontologica” delle grandi città italiane con un mero inseguimento di risparmi per le casse pubbliche. Le grandi città, in questa fase della loro storia, sentivano il bisogno di assumere una nuova identità non solo per garantire le cosiddette economie di scala (per una rete di trasporti, per una polizia metropolitana, per l’igiene pubblica, ecc.), ma essenzialmente a causa di un’evidente “esondazione” dai confini vetero-municipali dei propri cittadini, che risiedono oggi in misura crescente al di fuori dell’ambito amministrativo originario pur conservando stretto legame lavorativo, culturale e affettivo con la città. E’ il senso di cittadinanza quindi, di per sé, che dovrebbe spostare in là il varco amministrativo, per recuperare in modo pieno un’appartenenza civica anche sul piano formale. La coalescenza dei municipi dell’hinterland è solo un segno che andrebbe interpretato in termini di storia personale e familiare degli individui.
    Molti amministratori e politici italiani non colgono quest’urgenza esistenziale. Lo dimostrano due errori d’impostazione che tradiscono una resistenza psicologica verso il cambiamento: 1- estendere il varco della metropoli in modo eccessivo, mescolando realtà peri-urbane con ambiti schiettamente rurali e naturalistici, impedendo quindi alla comunità cittadina di sentirsi confinata in modo chiaro da “nuove mura” di carattere strettamente metropolitano, premessa per un senso di appartenenza civica; da questa confusione nasce anche l’impossibilità di contestualizzare scelte estetiche e di politica territoriale con differenti regimi vincolistici (per città e per zone montane, per esempio); 2- voler conservare il toponimo del capoluogo come di pertinenza privilegiata del comune centrale, di cui si teme irrazionalmente lo scorporo in municipi. Nessuno si sognerebbe di dire che “Piemonte” può essere contemporaneamente il nome di una regione e di una nazione: allo stesso modo “Torino” non può essere la denominazione sia di un municipio che di una metropoli. La farfalla viene dal bruco, ma dopo la metamorfosi nella farfalla il bruco non è più riconoscibile. Dalla generosità biologica, tramite una momentanea rinuncia, nasce qualcosa di compiuto e di più bello.
    E’ questa l’evoluzione ontologica di cui necessitano le grandi città italiane: cessare di esistere come Comuni e nascere come Metropoli multi-municipali. E’ evidente invece che la filosofia “Delrio” va in tutt’altra direzione: concepire province metropolitane, col rischio di un mero gioco di prestigio lessicale che non cambi niente nella sostanza e che impedisca di cogliere reali distinzioni tra metropoli sensu stricto e territori semplicemente vasti e popolosi ma non caratterizzati da veri e propri fenomeni di conurbazione. Ma province metropolitane non servono all’Italia, c’erano già! Stiamo perdendo un’occasione storica. All’Italia serve, al contrario, una netta distinzione tra metropoli (più o meno oggettivamente tipizzate) e territori di “provincia”.
    Quindi:

    Criticità 1:
    Se le città metropolitane saranno lo scheletro dell’Italia, i territori di “provincia” (con il loro peculiare stile economico basato su agricoltura, artigianato e piccole imprese, con il loro paesaggio fatto di ambiti rurali e naturalistici di pregio) dovrebbero essere il tessuto connettivo della nazione, con pari dignità delle metropoli. Vocazioni diverse ma pari dignità! Questo è il punto: imparare a declinare il territorio italiano in modo bipolare; un ipermercato (è solo un esempio) va contestualizzato, se va bene nell’hinterland di Napoli o di Genova, forse arreca danni in una valle alpina o nel cuore dell’Umbria. Con le dovute eccezioni, ma estremizzo per semplicità. Cosa sta succedendo invece? Sta passando l’idea che i territori di provincia siano di serie B, che se non si finirà sotto l’ombrello delle Città Metropolitane si perderanno i treni dei finanziamenti, che la captazione delle risorse, l’aspirazione alla loro massimizzazione, debba soverchiare il rispetto della vocazione territoriale, che dovrebbe invece avere la priorità e che si traduce comunque in economia sul lungo periodo.
    La nobiltà degli ambiti “provinciali” (sia pure sotto il diretto controllo regionale e sia pure in forma di unione di comuni) avrebbe dovuto quindi suggerire di evitare la trasformazione tout court delle amministrazioni provinciali in città metropolitane. Il Tigullio non può essere metropoli genovese, la Valle d’Itria e l’Alta Murgia non possono essere metropoli barese, la Val Chisone non può essere metropoli torinese.
    Soluzione:
    Va ricercata una tipizzazione paesaggistica e socio-economica omogenea, che differenzi in ambiti amministrativi distinti le metropoli e i territori residui (in realtà “elettivi”, per altri versi). Su questo punto è corretta secondo me la possibilità che il ministro offre ai comuni di non aderire agli enti metropolitani, ma questa scelta non può essere puramente discrezionale! Il perimetro di una metropoli non può derivare banalmente dalla somma delle scelte dei singoli comuni (che potrebbero anche rispondere meramente al gioco di simpatia-antipatia partitica), ma deve avere un minimo di base oggettiva, rispondere a connotati paesaggistici, urbanistici e socio-economici. Penso che si debba trovare un modo per consentire alle Regioni (sulla base di criteri ministeriali) di ratificare o meno un disegno di riarticolazione territoriale, che altrimenti potrebbe portare a confini “schizofrenici”. Ma sono cose che i cittadini che abitano nella cintura di una metropoli saprebbero definire anche intuitivamente sulla cartina, perché è per loro “percezione quotidiana”.

    Criticità 2:
    Rischio di eterogeneità delle soluzioni statutarie per le varie città metropolitane italiane.
    Soluzione:
    Non lasciare come facoltativa l’opzione di scorporo comunale del capoluogo ai fini del suffragio universale per l’elezione del Sindaco e del Consiglio Metropolitano, ma renderla obbligatoria, impedendo nel contempo l’attribuzione del toponimo dell’ex-capoluogo ad un municipio di scorporo, fosse anche quello centrale e più grande. Tale toponimo (che fa percepire una cittadinanza finalmente più estesa, ma non “troppo” estesa …) andrebbe riservato all’ente metropolitano nel suo complesso, per evitare che ci siano ambiti delle città in cui la cittadinanza appaia di pertinenza privilegiata. Con questa struttura, i comuni dell’hinterland conserverebbero la loro identità storico-geografica, acquisendo però per giustapposizione amministrativa anche un nuovo livello di cittadinanza, quella metropolitana. E’ evidente che in questo approccio i termini “municipio” e “comune” sono sinonimi, o si usa l’uno o si usa l’altro. Forse per evitare confusione con le unioni di comuni dei territori “provinciali” sarebbe opportuno ridefinire come municipi tutti i comuni di una città metropolitana, sia quelli pre-esistenti nell’hinterland sia quelli di scorporo dal capoluogo.

    Criticità 3:
    Rischio del proliferare di enti metropolitani “impropri”, a cominciare dalle Regioni a Statuto Speciale.
    Soluzione:
    Forse si potrebbero porre criteri più stringenti, per esempio la sussistenza di più circostanze, quali l’essere capoluogo di regione (facendo eccezione per Catania, “capoluogo” forse di fatto per metà isola), una soglia demografica relativamente importante (penso alle città identificate in prima battuta nel 1990) e una predisposizione idrogeologica e sismologica del territorio metropolitano ad ospitare un incremento demografico nei prossimi decenni (cioè con rischio geologico ridotto).

    • MassimoC dice:

      Non conosco la realtà Barese, Francesco, anche se penso che il tuo spunto nasca dalla istituzione, coetanea della nostra, della provincia di Barletta.
      Nel nostro caso posso dirti che la nascita di MB non è stato un gioco di poltrone dell’ultima ora. Anzi, è vero esattamente il contrario: l’avercela negata è stato un gioco di poltrone.
      La nostra provincia è nata sì nel 2004, ma l’iter era partito addirittura nel 1976, prima ancora di Lodi. Solo che quando Lodi è diventata provincia (1992) avevano un sindaco dello stesso colore di Milano (PSI), e questo è servito a dar loro il guizzo vincente.
      La Brianza, al contrario, è sempre stata in massima parte destreggiante (salvo il Vimercatese, che infatti ha quasi sempre remato contro), all’opposto di Milano e della sua area, il che ha fatto sì che ci venissero sempre messi i bastoni tra le ruote.
      Il sistema economico cmq, andava avanti per la sua strada, con un sistema che era diverso da quello meneghino: là le grandi imprese, le grandi multinazionali, qui una miriade di microditte il più delle volte a conduzione familiare.
      A tutto ciò si aggiungevano altri aspetti, storici e culturali.
      Giustissimo quindi l’aver istituito la provincia MB, il vero torto sarebbe sopprimerla e, non certo meglio, farla restare in questo stato comatoso, dato che da Roma non arriva più neanche un centesimo e Milano ci deve ancora alcuni milioni di euro che avevamo contrattato in sede di scissione, impegni che loro hanno sempre tradito e continuano a tradire.

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