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Giovani brianzoli all'estero /5. Michele Fumagalli, ricercatore

Giovani brianzoli all’estero /5. Michele Fumagalli, ricercatore

27 Dicembre 2013

Per l’intervista di oggi siamo tornati negli Stati Uniti. Parliamo ancora una volta con un ricercatore: il suo nome è Michele Fumagalli, ha 29 anni, e viene da Lesmo.

Raccontaci in breve chi sei e cosa fai. «Sono un ricercatore. Dopo aver frequentato l’università in Bicocca (Fisica alla triennale e Astrofisica alla specialistica), ho fatto un PhD in Astrofisica all’università di California, a Santa Cruz. Adesso vivo a Los Angeles e sono ricercatore all’osservatorio di Carnegie e all’università di Princeton. Da gennaio sarò professore all’università di Durham in Inghilterra».

Perché hai deciso di partire? «Fare un’esperienza di studio e ricerca all’estero è una tappa fondamentale per un ricercatore, soprattutto in campo scientifico. Finita l’università a Milano, avevo alcune opzioni per un dottorato e ho scelto Santa Cruz per la qualità della  ricerca in Astrofisica e per l’accesso ai più grandi telescopi del mondo».

Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a scegliere la città dove ti trovi ora? Da quanto tempo ci vivi? «Vivo a Los Angeles da poco più di un anno. Ho deciso di trasferirmi qui quando mi è stata offerta una posizione a Carnegie/Princeton dopo il mio PhD».

Pensi che il mercato del lavoro estero offra più possibilità rispetto all’Italia? Perché? «Sicuramente sì in ambito accademico. Il numero di posizioni che ogni anno vengono offerte all’estero è di gran lunga maggiore del numero di posizioni in Italia, particolarmente in questi anni in cui si può vedere un blocco quasi totale delle assunzioni nelle università italiane».

Secondo te, cosa manca in Italia? «In ambito accademico e scientifico, la cosa principale che manca in Italia è un sistema in cui i fondi e le posizioni vengono assegnate in base a un sistema competitivo, moderno, e rivolto a una comunità internazionale. Penso che il sistema concorsuale tuttora in vigore sia un sistema che non attrae i migliori ricercatori sul mercato internazionale».

Avevi già vissuto all’estero in passato? «No, è la mia prima esperienza, anche se oramai sono cinque anni che sono all’estero».

Pensi che tornerai in Italia prima o poi? «Non lo so. Mi piacerebbe poter tornare in Italia con una posizione che mi permetta di continuare il mio lavoro di ricercatore. Attualmente  non ci sono le migliori condizioni, ma spero che le cose cambino in futuro».

Una domanda provocatoria: andare via non equivale forse a scappare? È una soluzione di comodo? «No. Come dicevo, ritengo che una esperienza all’estero sia un passo necessario in campo scientifico che tutti dovrebbero fare. La domanda provocatoria è: è giusto che ricercatori che, anche con sacrifici, hanno maturato un alto profilo internazionale non possano ritornare in Italia?»

Sei iscritto all’AIRE, l’Anagrafe Italiani Residenti Estero? «Sì, sono iscritto all’AIRE così posso esercitare il mio diritto di voto dall’estero e usufruire dei servizi consolari».

Raccontaci qualcosa di negativo e qualcosa di positivo che ti è successo nella tua “nuova” vita. «La cosa sicuramente positiva è stata la possibilità di incontrare persone provenienti da tutto il mondo, che hanno modi di vedere le cose e culture diverse dalla mia.  Questo mi ha permesso di allargare la mia prospettiva sul mondo. Per fortuna non ho molte esperienze negative da ricordare. Forse il momento più difficile (ma non necessariamente negativo) è stato nei primi mesi, quando mi sono dovuto abituare ai modi di vivere (e alle piccole cose di tutti i giorni) di un nuovo Paese».

Hai incontrato molti italiani e/o altri immigrati? Che rapporto si instaura tra voi stranieri e la gente del posto? «Ho incontrato alcuni italiani e molte persone provenienti un po’ da tutto il mondo. Negli USA quasi tutti sono arrivati da altri Paesi (o direttamente o per discendenza), quindi i cittadini americani sono molto aperti e ben disposti a conoscere persone straniere, soprattutto in ambito accademico».

Che consiglio daresti a chi vorrebbe partire (e magari non sa se farlo)? «Ogni storia è diversa e personale. Se c’è un desiderio di fare un’esperienza all’estero, perché non provare?   Gli USA sono abbastanza lontani, ma città Europee come Monaco, Francoforte, Parigi o Londra sono a poche ore di volo da Milano o Roma. Abbastanza per tornare nel weekend».

Nella foto, Michele al telescopio Keck alle Hawaii.

by G.S.

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Commenti

  1. il calmo dice:

    queste storie vincenti a mio avviso fanno sprofondare nella disperazione non poca gente, spesso inducono in facili illusioni circa ‘l’estero’.

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