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Lampedusa, ecco la storia di Franca Parizzi pediatra di Monza

Lampedusa, ecco la storia di Franca Parizzi pediatra di Monza

15 Novembre 2013

Franca Parizzi, monzese, medico pediatra con 30 anni di servizio all’ospedale San Gerardo, raggiunta l’età pensione non ha avuto dubbi: lasciare la città di Teodolinda e trasferirsi a Lampedusa, terra da sempre amata come turista.  Dal maggio 2012 la pediatra di Monza è alla guida dell’assessorato a Servizi sociali, Salute e Accoglienza migranti del Comune dell’isola. A raccontare la sua esperienza con gli immigrati è lei stessa in un’intervista fiume rilasciata al giornalista Daniele Biella sulle pagine web di www.vita.it.

«Vedere persone morire annegate è sconvolgente, così come sentire le storie atroci dei sopravvissuti è per certi versi insostenibile sul piano umano. – ha raccontato Parizzi al giornalista – Ti cambia la percezione della vita, così come il significato della parola solidarietà: più guardi in faccia le persone che arrivano dal mare, o meglio che vengono salvate in mare dato che sono sempre meno gli sbarchi veri e propri (le persone sono recuperate al largo di Lampedusa dalle motovedette), più le ascolti maggiore è l’obbligo morale che senti verso di loro. […] Poco tempo fa abbiamo soccorso una madre eritrea con una bambina che a un mese e mezzo di vita pesava 1,5 chilogrammi, dopo essere nata di 1,8 kg: goccia dopo goccia, siamo riusciti a farla sopravvivere, e ora che è fuori pericolo ha addosso una tremenda voglia di vivere».

Nella lunga intervista a lei dedicata, Franca Parizzi ha spiegato quali sono i rapporti con gli immigrati nell’isola: «Le persone ospitate temporaneamente a Lampedusa devono dormire nel Cspa, Centro soccorso e prima accoglienza, dove trovano anche una prima assistenza medica e legale. Detto questo, ci si attiva in molti modi, soprattutto nei periodi dove si devono affrontare emergenze (come quella della bambina eritrea), il sovraffollamento è altissimo e le condizioni dentro al Centro sono indecenti, dato che a fronte di una capienza di 250 posti si è spesso in più di mille, e addirittura vengono fatti i turni per dormire all’interno o all’esterno della struttura. Al di là della disponibilità come amministrazione per tutto quello che possiamo servire, non passa giorno senza che facciamo sentire la nostra voce alle autorità, che si tratti di chiedere migliori condizioni ai migranti o, in particolare, sollecitare le prefetture per intervenire in casi di rischio per la salute delle persone. In questi giorni la situazione di alcuni minori è terribile, così come lo è quella di diverse donne in stato avanzato di gravidanza, dato che avrebbero bisogno di cure e soprattutto di sostegno psicologico: la gran parte di esse è stata violentata da aguzzini e trafficanti nelle lunghe attese prima della partenza per l’Europa. Quello che stiamo chiedendo con forza è che vengano portate in strutture specifiche dove possa essere garantito loro l’accompagnamento per arrivare al parto e decidere se tenere il bimbo o affidarlo ad altri».

Daniele Biella ha poi chiesto al pediatra monzese quali soluzioni si possono intravedere.
«Ci vuole l’istituzione di un corridoio umanitario che permetta ai profughi di compiere il viaggio in modo sicuro e permetta loro di raggiungere i parenti dove essi siano, senza essere bloccati in Italia a causa del regolamento Dublino II dell’Unione europea. La quasi totalità di chi arriva non desidera rimanere nel nostro paese, è un passaggio obbligato che a volte genera situazioni inammissibili, come il fatto che ci siano ancora sull’isola superstiti del 3 ottobre scorso. […] Il sistema di accoglienza europeo deve necessariamente essere più efficiente, per il bene di tutti, e bisogna fare presto».

*fonte notizia: www.vita.it

 

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Valentina Vitagliano
Brianzola d’adozione. Laureata in Lingue, e specializzata in Teorie e metodi per la comunicazione, scrivo principalmente di politica e fatti di cronaca cittadina.


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