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Giovani brianzoli all'estero /1. Intervista ad Alice Molteni, ricercatrice

Giovani brianzoli all’estero /1. Intervista ad Alice Molteni, ricercatrice

29 Novembre 2013

Alice Molteni ha 26 anni e mezzo. Dal 2011 vive a San Diego, dove lavora come ricercatrice di biotecnologie del farmaco all’università. «La passione per la biologia e la chimica è nata negli anni delle superiori, quando frequentavo il Liceo classico Marie Curie a Meda – racconta. – Così al momento di scegliere l’università mi sono iscritta a Biotecnologie all’università Bicocca».

Cosa ti ha portato dalla Brianza alla California? «Nel 2009, dopo la laurea triennale, volevo dedicarmi a imparare seriamente la lingua inglese, vivendo nel frattempo un’esperienza lontana da casa. Ho scelto la California perché era la terra dei miei sogni: per il sole, per averla vista in mille film e serie tv, per la musica dei Red Hot Chili Peppers, ma soprattutto perché era al primo posto per la ricerca nelle biotecnologie. Volevo vedere se trovavo qualche opportunità per il mio lavoro. Ed è andata bene: sono tornata e dopo poco mi ha contattato un prof dell’UCSD, l’Università della California di San Diego, proponendomi di fare da loro il tirocinio per la tesi specialistica. Ho dato gli esami del master in tempo record per poter partire, era la mia grande possibilità. Una volta a San Diego, ho cominciato a lavorare in un laboratorio di circa 12 persone, affiancata dalla mia tutor: quando lei è andata via, mi è stato proposto di prendere il suo posto, e sono passata dal ruolo di tirocinante a quello di assistente di secondo livello».

Perché hai deciso di partire? «Inizialmente solo per imparare bene la lingua e fare un’esperienza all’estero. Poi ho semplicemente colto l’opportunità che mi è stata offerta, anche perché mi ero resa conto che in Italia non c’era scelta per fare quello che volevo io».

Pensi che tornerai in Italia prima o poi? (Resta in silenzio per qualche secondo, poi scoppia a ridere): «Sinceramente, no! Vivere qui mi ha cambiato, dalle piccole cose, come l’abitudine del caffè, fino al mio stile di vita e al mio modo di pensare. Per di più, ora la situazione è anche peggiore di come l’ho lasciata, e la ricerca è ancora meno apprezzata. Tornerei solo se avessi la possibilità di fare un lavoro all’altezza dei miei sogni: non è tanto la crisi a bloccarmi, quanto la sensazione che il mio Paese non riconosca e non apprezzi il mio lavoro. Non so quanto a lungo resterò qui, sto cominciando a pensare di fare di nuovo le valige e partire per qualche altro posto: l’Australia o l’Europa, ma certo non l’Italia».

Secondo te, cosa manca in Italia? «Non fraintendermi, gli Stati Uniti non sono oro, a partire dalle difficoltà di ottenere un visto. La meritocrazia esiste, ma gli sbocchi lavorativi sono temporanei. Quel che manca all’Italia, e parlo per il mio campo, è la capacità di giudicare obiettivamente la ricerca: non ci sono soldi perché non è riconosciuta. L’ostilità è dovuta anche, e in quanto cristiana mi dispiace dirlo, alla presenza del Vaticano».

Ma andare via non equivale a scappare? «Bisogna distinguere. Io non approvo chi parte per fare il lavapiatti, lo puoi fare anche in Italia. La mia non è stata una scelta facile, e certo non è stata una scelta di comodo: vivo lontana dalla mia famiglia, dai miei genitori, che pure mi hanno sempre incoraggiato nel venire qui, da mio fratello che non posso veder crescere, dai miei nonni. Per di più, se vivi con la tua famiglia puoi concentrarti sulla tua realizzazione professionale senza pensare ad altro: quando sono arrivata qui dovevo costruirmi da zero una vita, una quotidianità, e prendermi responsabilità per me nuove anche se magari banali, come pagare le bollette. Fare il lavapiatti va bene come esperienza temporanea: vai a studiare per tre mesi e intanto ti mantieni. Ma non ha senso partire senza un progetto, si deve scegliere di andare via perché quello che si vuole fare non lo si può fare in Italia».

Sei iscritta all’Aire, l’Anagrafe Italiani Residenti Estero? «No, e non sapevo nemmeno esistesse!» (ndr: l’iscrizione all’Aire è obbligatoria per chi pensa di trasferire la propria residenza all’estero per più di 12 mesi. Moltissimi, tuttavia, non lo fanno, così i dati che l’Aire può fornire sul movimento migratorio degli italiani ne risultano falsati).

Un’esperienza positiva e una negativa della tua esperienza. «Sicuramente ho imparato ad apprezzare di più quel che il posto mi offre. In Italia cercavo sempre “grandi cose”, volevo andare a tutte le feste, sognavo sempre il massimo e poi magari ne restavo delusa. Qui è tutto più semplice, gli eventi mondani mi piacciono, ma non sono più il centro della mia vita: passo molto più tempo all’aria aperta. È un modo diverso di vivere, più slegato dalle possibilità economiche. Purtroppo ho imparato anche a non legarmi alle persone: San Diego è un porto di mare, tutti prima o poi se ne vanno. Le amicizie, qui, non sono per sempre. Per tutelarmi, sono diventata più fredda, io che prima ero sempre la più espansiva».

A proposito di amicizie, che rapporto hai instaurato con gli altri stranieri e la gente del posto? «Gli americani hanno le porte aperte, letteralmente. Sono molto accoglienti, ma, paradossalmente, anche molto soli: noi siamo abituati ad intessere legami molto stretti, loro si vedono solo una volta ogni tanto, i loro rapporti sono più superficiali. Sono totalmente assorbiti dal lavoro, e una relazione di coppia diventa totalizzante proprio perché non ci sono altre persone che si frequentano con continuità. Per questo qui ho legato molto con gli stranieri, soprattutto brasiliani e poi, dopo che mi sono sentita più sicura del mio inglese, anche con italiani».

Che consiglio daresti a chi vuole partire, e magari non sa se farlo? «Non andate a Londra! – (ride) – Ormai è una succursale dell’Italia siamo tutti lì! Più seriamente: va benissimo per una vacanza, non per imparare l’inglese. E per questo, il consiglio è sempre lo stesso: evitare di stare sempre e solo con italiani».

by G.S.

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