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Lettera aperta. Riflessione sull'attuale condizione del calcio italiano

Lettera aperta. Riflessione sull’attuale condizione del calcio italiano

21 Ottobre 2013

Il mio nome è Gaia Missaglia, ho 24 anni e vivo a Brugherio (MB). Sono laureata in Scienze Motorie presso l’Università degli Studi di Milano e laureanda presso la stessa sede con l’obiettivo di portare a termine il corso di studi in Scienza dello Sport.

Trascorro la maggior parte del tempo sui campi da calcio, la mia più grande passione. Dopo 14 anni trascorsi nell’ASD Fiammamonza 1970 tra giovanili, Serie A e Serie A2, quest’anno milito nella SSD Femminile Ausonia.

Da 5 anni mi dedico all’allenamento delle categorie Piccoli Amici (maschietti) e Pulcine (femminucce). Sempre con i più piccoli, durante i mesi estivi, mi occupo del Milan Junior Camp e sono attualmente tirocinante presso la sede di Milan Lab. Il mio sogno, dettato dalle meravigliose esperienze vissute personalmente accanto ai bambini e dalla gioia provata nel trasmettere loro le prime nozioni calcistiche, è quello di entrare a far parte di settori giovanili professionistici.

Purtroppo però ho la spiacevole sensazione che la condizione del calcio italiano, a partire proprio dai più piccoli, sia lontana dal migliorare ma, al contrario, stia subendo un triste declino. Nei miei trascorsi di giocatrice e ancor più in quelli di istruttrice, mi son trovata coinvolta, mio malgrado, in una serie di situazioni che critico e condanno, nella speranza che non possano più ripetersi.

Per quanto breve sia la mia esperienza, il passare degli anni mi ha messo dinnanzi a dirigenti cupi, allenatori irritabili e tifosi sguaiati, che hanno fatto perdere il sorriso ai giovani calciatori, colpevoli esclusivamente di percepire ciò che l’adulto, talvolta inconsciamente e contro la propria volontà, trasmette.

Loro, che hanno come unico desiderio quello di divertirsi con un pallone tra i piedi e in un ambiente sereno, non hanno bisogno di istruttori che trasmettano la smania per la vittoria. Hanno il diritto di sentirsi ripetere che la vittoria più grande consiste nel non adattarsi alla scorrettezza altrui.

Non hanno bisogno di sentirsi calciatori professionisti di piccola taglia. Hanno bisogno di istruttori che li educhino al rispetto e che insegnino loro la differenza tra voglia di far bene e ossessione per i tre punti.

Non hanno bisogno di sfondare, puntando tutto sul proprio talento, perché reduci da sessioni d’allenamento tatticamente e tecnicamente impeccabili. Hanno il diritto di ricevere un programma di lavoro ludico che sia incentrato su obiettivi a lungo termine. Diversamente, non saranno in grado di apprendere la tecnica di base e ancor meno la tecnica applicata quando invece sarà opportuno farlo.

E noi, noi che ci definiamo educatori, abbiamo anche noi il diritto di gioire, godendo dei loro miglioramenti e delle soddisfazioni che a livello umano ci donano ogni giorno con il loro entusiasmo, i loro sorrisi e il loro affetto incondizionato.

In questo quadro a tinte fosche gli allenatori della Scuola Calcio dovrebbero essere la soluzione, o almeno il primo riferimento vero e valido. Un gruppo di adulti con la testa sulle spalle che, condividendo gli stessi valori, possa essere un illuminante esempio di Squadra.

E’ oltremodo vantaggioso, per i più piccoli, il confronto con diversi metodi d’allenamento. Ed è ugualmente corretto preservare le individualità degli allenatori. Allo stesso tempo considero però fondamentale che si lavori, senza fretta, sulla medesima lunghezza d’onda e che si remi nella stessa direzione tenendo bene a mente le priorità. In questo modo, e in questo modo soltanto, si potrà raggiungere l’obiettivo comune di entusiasmo, lealtà sportiva, spirito di gruppo e rispetto. Il tutto senza tralasciare il miglioramento calcistico, importante a livello motivazionale, ma sicuramente non obiettivo primario in questi anni di vita.

Mai come in questo momento, il nostro Paese necessita di persone giuste al posto giusto. Ed ognuno, nell’ambito che più lo appassiona, dovrebbe sentirsi investito di una missione per poi rimboccarsi le maniche e portare avanti questo spirito positivo.

Di conseguenza, quanti non hanno l’attitudine per favorire tutto ciò, coloro che dagli spalti si permettono parole irripetibili e quanti si definiscono allenatori ben prima di sentirsi educatori, mi concedano uno sfogo: sono nel posto sbagliato! Per quanto fingano di non capire, questi personaggi ignoranti in fatto di crescita del bambino e di preparazione motoria, dovrebbero accorgersi del fatto che vestono i panni delle comparse. I veri protagonisti dello spettacolo sono i più piccoli.

L’arretratezza e la perdita di tempo del calcio italiano, ahimè, passa per l’inserimento di persone non idonee, o ancora, di allenatori che escogitano e abituano i propri giocatori a furbizie d’ogni tipo, pur di intascare il successo.

Da questo ragionamento stringato nascono alcuni interrogativi che desidero condividere.

Perché non impartire maggior severità durante i corsi di formazione? Quali sono le motivazioni che impediscono alle autorità competenti di controllare con maggior frequenza il lavoro svolto sui campi? Come possiamo lamentarci dei deplorevoli comportamenti da stadio se durante le partite dei Piccoli Amici si assiste, in proporzione, allo stesso, misero spettacolo?

Altro tasto dolente, sul quale però non si può sorvolare, è l’autoarbitraggio. Ci sono opinioni discordanti su questa tipologia di gestione del gioco. Personalmente ritengo possa essere utile per la crescita del senso di lealtà e maturità nel bambino. A patto però che sia adeguatamente accompagnata da parte dell’adulto. Inutile sottolineare il becero ed esasperante comportamento di coloro che, pensando di allenare, rincorrono i bambini sul campo con il fischietto a portata di mano. Pronti a ristabilire la propria autorità nel momento meno opportuno. Vittorie e sconfitte hanno un’influenza del tutto relativa sulla formazione di questi piccoli uomini. Lo stesso non si può dire dell’atteggiamento inadeguato, e talvolta ignorante, dei loro allenatori.

Partiamo da qui, dalle radici, per risolvere i problemi di intensità e qualità. Altrimenti possiamo così continuare a dirci indignati delle pittoresche lamentele sui campi di calcio più famosi. Sforziamoci di rivalutare il ruolo del direttore di gara. Paragonabile in tutto e per tutto, meriti ed errori inclusi, a quello di un qualsiasi giocatore che corre sullo stesso rettangolo verde. Preoccupiamoci, prima di perderci in un bicchier d’acqua, di migliorare il livello del calcio italiano, indietro anni-luce rispetto ad altri paesi europei. E facciamolo partendo proprio dai settori giovanili, che necessitano assolutamente di professionisti competenti fin dai primi calci. Risolviamo i fastidiosi interrogativi che vedono nell’eccessivo carico di aspettative che i giovani atleti sono costretti ad accollarsi, la causa prima dell’abbandono di questo sport meraviglioso. Favoriamo lo sviluppo della cultura sportiva, sosteniamo il motto per cui “il gioco è divertimento” e soprattutto diffondiamo l’idea che lo sport è il mezzo più immediato per imparare la vita.

Ma non lasciamo che restino soltanto buoni propositi. Cambiamo mentalità, perché attendere oltre potrebbe essere ancor più deleterio per tutti. Nessuno escluso.

Il mio augurio infine, è che ognuno parta dal proprio piccolo per iniziare a curare con sempre più attenzione i dettagli utili alla crescita, individuale e collettiva. Per conto mio, continuerò sempre sulla strada che mi ha condotto sin qui, migliorandomi di giorno in giorno, con grande umiltà e positività e nella speranza che questo mondo malato riesca davvero a tornare sui propri passi.

In un ambiente che, volente o nolente, si dimostra maschilista, il mio essere donna si rivela un ulteriore ostacolo. Ma accetterò la sfida come ho sempre fatto, con grande consapevolezza, rispetto e senso del dovere.

Un ringraziamento speciale va a tutti i bambini e bambine che allenamento dopo allenamento continuano a regalarmi grandi soddisfazioni, indipendentemente dai risultati sportivi ottenuti, ed alle persone esperte che mi hanno aiutato e mi aiuteranno ad acquisire nuove conoscenze utili per il mio futuro.

“Per far felice un bambino bastano un pallone e un maestro che si ricordi di essere stato bambino.”

Foto di Luca Renoldi (archivio MB News)

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