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Gli under 30 scelgono di fare impresa più per "fame" che vocazione

Gli under 30 scelgono di fare impresa più per “fame” che vocazione

22 Ottobre 2013

I giovani hanno voglia di fare impresa, ma l’Italia non è il Paese giusto. Questo è quello che emerge dall’indagine “Rapporto Giovani” dell’Istituto Toniolo, presentata oggi dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza, ed eseguita su un campione di 9.000 giovani tra i 18 e i 29 anni, di cui 1/6 lombardi (e fra questi, il 10% brianzoli).

Nel Bel Paese il 23% delle persone che hanno meno di 30 anni è disoccupato. Rispetto al 2005 è aumentata anche la percentuale  dei Neet (cioè coloro che non studiano né lavorano: Not in Education, Employment or Training): del 10% a livello nazionale, e di oltre 30% al Nord. Una situazione desolante.

I numeri esposti nel “Rapporto Giovani”, a cui hanno collaborato anche l’Università Cattolica e la Fondazione Cariplo, per la Lombardia e in particolare per la zona di Monza e Brianza, mostrano che oggi, potendo scegliere, 2 giovani su 5 in Lombardia vorrebbero un lavoro autonomo.

Le motivazioni che stanno dietro a questa ambizione sono da rintracciare nella volontà di realizzazione e soddisfazione personale: chi lavora in proprio si sente più realizzato rispetto a chi lavora per altri (91% contro l’87,2% di chi ha un contratto a tempo indeterminato e il 75,9% di chi ha un’occupazione a tempo determinato), e ha maggiore possibilità di svolgere un lavoro coerente con il proprio percorso di studi (2 su 3 per i lavoratori autonomi, mentre solo 1 su 2 per quel che riguarda i dipendenti).

Non solo: i ventenni italiani non appaiono inerti e rassegnati, al contrario, sono consapevoli delle difficoltà, ma per nulla rinunciatari. Affermano di essere una ricchezza per il Paese (oltre 95%), e reclamano promozione e sostegno attivo più che protezione passiva: il 18,3% chiede un miglior raccordo tra istruzione e mercato del lavoro, il 12,4% maggiori investimenti in ricerca e sviluppo, e il 6,5% incentivi all’imprenditoria giovanile. Giovani pronti ad impegnarsi, dunque, come evidenzia Mauro Migliavacca, ricercatore di Sociologia Economica all’Università degli Studi di Genova: «È una generazione che, nonostante la crisi, la mancata crescita economica degli ultimi anni, e lo scarso investimento fatto sui giovani in termini di politiche pubbliche, crede in una possibilità di rivincita e vede nel lavoro il mezzo attraverso cui garantirsela. Per fare questo occorrono politiche mirate e necessarie coperture finanziarie».

Lo divergenze sono invece su Expo: Cristina Pasqualini, ricercatrice di Sociologia generale all’Università Cattolica di Milano, ha espresso le sue perplessità sulle reali opportunità offerte da Expo 2015: «è una chance per pochi e limitata nel tempo: il futuro dell’impresa è l’internazionalizzazione». «Non è vero» ha ribattuto Piersergio Trapani, vice presidente del gruppo giovani imprenditori di Confcommercio Milano, Lodi e Monza e Brianza «l’expo è una grande possibilità. Dobbiamo liberare le idee, fare sistema, essere expo-ottimisti».

I dati del “Rapporto Giovani” sono stati esposti alla presenza di Carlo Edoardo Valli, presidente della Camera di Commercio. Sono intervenuti Fabio Introini, ricercatore di Sociologia generale all’Università Cattolica di Milano, Alessandro Rosina, professore di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano, Filippo Berto, presidente del gruppo giovani APA Confartigianato, e Niccolò Campanini, vice presidente del gruppo giovani imprenditori della Confindustria Monza e Brianza.

 

 

by G.S.

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