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A rischio anche il farmaceutico, settore di punta italiano: i dati di Farmindustria a Monza

A rischio anche il farmaceutico, settore di punta italiano: i dati di Farmindustria a Monza

28 Ottobre 2013

L’industria farmaceutica italiana è in pericolo. È l’eccellenza senza la quale il Paese perderebbe il 3% di produttività.  Il dato è contenuto nella relazione annuale della Banca d’Italia ed è stato reso pubblico venerdì presso la Roche di viale Stucchi a Monza al convegno “Produzione di valore. L’industria del farmaco: un patrimonio che l’Italia non può perdere”, promosso da Farmindustria.

«Il settore farmaceutico rappresenta valore e dignità, e ha un grande impatto sul Paese, non solo in termini di posti di lavoro, ma anche e soprattutto per la salute nostra e dei nostri figli», rivendica Maurizio de Cicco, amministratore delegato Roche.

Olaf Thiel

Olaf Thiel

Olaf Thiel, direttore dello stabilimento produttivo Roche di Segrate, punta l’accento sulla competitività: «Riusciamo ad essere competitivi solo coniugando affidabilità e qualità. È indispensabile avere mezzi tecnologici all’avanguardia e una posizione strategica nel network, come quella che ha Segrate. Ed è fondamentale avere le persone giuste: la formazione è importantissima e l’Italia ha un patrimonio di talenti».

La critica è alla tempistica della burocrazia: «Nel 2011 abbiamo lanciato sul mercato il vemurafenib, un trattamento innovativo per curare il melanoma. – ha detto sempre Thiel – In Italia è arrivato solo nell’agosto di quest’anno». Lo sostiene in questo Raffaello Vignali, della commissione attività produttive, commercio e turismo della Camera dei deputati: «Ci vuole una pubblica amministrazione che abbia gli stessi tempi delle aziende. Ora come ora, i tempi burocratici e quelli della ricerca sono incompatibili».

Sempre Vignali parla del settore farmaceutico come settore principe della ricerca, dato che, per esistere, deve essere «condannato all’innovazione». E come potrebbe essere altrimenti?

Lucio Rovati

Lucio Rovati

«Mi dicono che sono ossessionato dalla ricerca, – scherza (ma non troppo) Lucio Rovati, vice presidente e direttore ricerca e sviluppo di Rottapharm I Madaus, gruppo internazionale con sede a Monza – ed è vero: sono uno scienziato. Abbiamo una ricerca diversificata in diversi settori, dalla gastroenterologia alla broncopneumologia, passando per ginecologia, neutracetica e dermocosmesi. Abbiamo sintetizzato migliaia di nuove molecole, e possiamo vantare 19 farmaci originali e 520 brevetti. Siamo anche tra i dieci scienziati italiani con più pubblicazioni: al decimo posto, è vero, ma prima di noi c’è Umberto Veronesi».

«La ricerca dovrebbe essere fatta in tre fasi: di base nelle università, sviluppata nei centri di eccellenza, e applicata nelle aziende. – puntualizza Alberto Dossi, vice presidente di Confindustria Monza e Brianza. In Italia questo, purtroppo, non sempre avviene».

Durante il convegno sono stati poi snocciolati interessanti dati del settore italianio: 174 fabbriche farmaceutiche, 63.500 addetti, di cui il 90% laureati o diplomati, 5.950 addetti a ricerca e sviluppo, 26 miliardi di produzione, 2,4 miliardi di investimento, un +44% di crescita di export negli ultimi cinque anni, in confronto a una media del +7% del resto dell’industria manifatturiera.

Per quel che riguarda l’innovazione, l’industria farmaceutica italiana investe ogni anno 1,2 miliardi di euro in ricerca e sviluppo, l’11% degli investimenti totali dell’industria manifatturiera, ed è il settore con la più alta quota di imprese che svolgono attività innovativa (l’81%, dato che mette l’Italia al secondo posto in Europa, preceduta solo dalla Germania).

In Lombardia i dati sono ancora più lusinghieri: è la prima regione per farmaceutica e biotecnologie, al terzo posto tra le europee per numero di addetti al settore, e un modello di eccellenza e integrazione nella ricerca pubblica e privata. Milano è la prima provincia farmaceutica per

Lucia Aleotti

Lucia Aleotti

numero di addetti, la seconda per valore delle esportazioni (2574 milioni, il 14,9% del totale), e al primo posto per numero di studi clinici (1810

in 5 anni, il 48% del total). A Monza il 33% dell’export hi-tech è farmaceutico. Anche le altre province hanno contribuito alla crescita dell’export farmaceutico lombardo negli ultimi 5 anni (+18%m rispetto al +4% degli altri settori).

Cosa sta succedendo, allora? Per la prima volta in 10 anni sono calati gli investimenti (-2,5%), sono diminuiti gli addetti (- 11500 tra il 2006

e il 2012) e gli studi clinici (-23% tra 2008 e 2011), il tutto aggravato dai pagamenti della pubblica amministrazione, in media in ritardo di 200 giorni (con punte di 700), per un credito totale di 4 miliardi.

«Non chiediamo né incentivi né sconti, solo un contesto non ostile» ha detto Lucia Aleotti, vice presidente di Farmindustria.

Un migliore accesso all’innovazione, semplificazione burocratica, gestione responsabile ed efficiente di tutta la sanità pubblica, valorizzazione della presenza industriale attraverso il riconoscimento del marchio: è quello che vuole l’industria farmaceutica, lamentando lo scollamento tra pubblico e privato.

Roberto Maroni

Roberto Maroni

Il mondo politico sembra raccogliere l’appello, almeno a parole: «L’industria farmaceutica è una risorsa importante – ha detto il ministro Lorenzin in un messaggio riportato da Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria -. Purtroppo ultimamente è stata considerata una voce di costo: bisogna cambiare questo modo di pensare».

«Raccoglieremo le richieste- ha promesso il presidente della Regione, Roberto Maroni, che ne ha approfittato per rimarcare un argomento a lui caro. – Certo, se tutte le regioni fossero virtuose come la Lombardia, la ripresa sarebbe più semplice. Abbiamo i soldi, ma non possiamo spenderli direttamente: gli 8 miliardi e mezzo di avanzo di gestione potremmo altrimenti investirli in impresa, sviluppo e ricerca».

by G.S.

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