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Omicidio Lea Garofalo. Un pentito racconta: strangolata e poi bruciata

19 Marzo 2013

targa-leo-garofalo-monza-mbPresa a calci in faccia, il volto devastato dai colpi vigliacchi del suo ex marito e del fidanzato della figlia, Lea Garofalo è stata strangolata, prima ancora di essere bruciata e nascosta in un campo, a San Fruttuoso.

A svelarlo agli inquirenti milanesi sarebbe stato Carmine Venturino, 22enne ex compagno della figlia di Lea, Denise, anche lui condannato per l’omicidio della collaboratrice di Giustizia e che dallo scorso ottobre ha deciso di iniziare a raccontare particolari mai svelati agli inquirenti meneghini.

Come Lea fosse arrivata a Monza, era ormai cosa nota, così come il fatto che Carlo Cosco, suo ex compagno e padre di sua figlia, avesse fatto di tutto per far sparire il suo corpo. Inizialmente gli inquirenti avevano ipotizzato che il corpo senza vita della Garofalo fosse stato sciolto in acido, per poi concludere che i killer avessero invece optato per il fuoco.

Cosa avesse effettivamente posto fine alla vita della collaboratrice di Giustizia, “colpevole” di aver denunciato per mafia il padre di sua figlia e tutta la sua famiglia, non era ancora chiaro. Venturino, anche lui uomo di mafia, capace di stringere tra le braccia una ragazzina di 18 anni e poi partecipare all’omicidio di sua madre, ha deciso di raccontare la presunta verità, raccolta negli atti depositati presso la Procura Generale di Milano.

Rapita dopo essere stata tratta in inganno dalla famiglia di Cosco il 24 novembre 2009, i cui parenti avevano convinto Lea a venire a Milano dalla Calabria per poter riabbracciare la nipote, l’allora 45 enne era svanita nel nulla. Nascosta in casa di Venturino, Lea sarebbe stata picchiata violentemente, tanto che il suo viso, come descritto dal neo “pentito”, non era quasi più riconoscibile. Per ucciderla il “branco” (Cosco, Venturino ed altre 4 persone), avrebbe usato la corda verde di una tenda.

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