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Anche l’alpinista Confortola a sostegno di Cancro Primo Aiuto

16 Novembre 2012

Marco Confortola ha conquistato il Manaslu (8.163 mt), il suo settimo Ottomila. Ce l’ha fatta senza le dita dei piedi, amputategli nel 2008, dopo che gli si erano congelate sul K2. Ce l’ha fatta dopo altri due tentativi di scalare altrettanti Ottomila, il Lhotse (8.516 mt) nel 2010, quando fu costretto a rinunciare a quota 7.991 metri per il freddo ai piedi, e il Dhalaugiri (8.167 mt) lo scorso aprile.

Ce l’ha fatta dopo che pochi giorni prima, sulle stesse pendici, erano morte undici persone per una valanga. E’ anche per questa tenacia che l’alpinista valtellinese è da anni testimonial dell’Associazione Cancro Primo Aiuto. Perché gli ammalati di cancro hanno bisogno della stessa perseveranza per combattere il male che li ha colpiti; anche loro spesso si trovano di fronte a delusioni, a fallimenti, a ricadute. Forse l’esempio di Confortola può essere d’aiuto: non si deve mai mollare perché la vetta – la guarigione – si può raggiungere. E che si arrivi in cima o meno, comune è anche il sacrificio e la fatica di ogni giorno, la conquista, passettino per passettino, metro per metro, di buona salute o di montagna. “L’importante è crederci – assicura Confortola – Ed essere sempre positivi. Se non sei convinto di potercela fare, se non sei persuaso di poter arrivare in cima o di guarire è finita ancor prima di cominciare. Se ti trovi in un letto di ospedale dove ti hanno detto di avere un cancro e rinunci a combattere, è evidente che la morte avrà la meglio. Anch’io, dopo le delusioni del Lhotse e del Dhalaugiri, non sarei mai arrivato in cima al Manaslu se non ci avessi creduto fino in fondo”. E magari soffrendo non poco… “Tantissimo. La fame, il freddo… la morte. Non hai idea di che dolore avessi ai piedi! Però ho tenuto duro e questa volta ce l’ho fatta, anche grazie a un paio di scarponi che la S.C.A.R.P.A. mi ha costruito per l’occasione. E poi il dolore per la morte, pochi giorni prima, di undici compagni per una valanga… Credo che un ammalato di cancro si trovi nelle stesse condizioni: ci si deve mettere in testa che per guarire sarà necessario soffrire, tanto, al limite del possibile. La guarigione, come una cima, non te la regala nessuno: te la devi conquistare”. Tu, però, sei preparato per queste imprese. “Anche chi si ammala si deve allenare. Quando sei costretto a sottoporti a un ciclo di chemioterapia, magari a un secondo, a un terzo… è importante non piangersi addosso ma, nel limite del possibile, comportarsi come sempre, facendo quello a cui si era abituati. Senza dubbio aiuta a ritrovare quella positività di cui dicevo prima”. Alex Zanardi, l’ex pilota di Formula 1 che anni fa ha rischiato di morire e ha perso entrambe le gambe in un incidente automobilistico, oggi ha vinto due ori e un argento alle recenti Paralimpiadi di Londra nella specialità handbike. E paradossalmente ha detto che il suo incidente è stato uno degli avvenimenti più positivi della sua vita. “Dopo l’amputazione delle dita, spesso ho forti dolori ai piedi: mi sveglio anche di notte. Ma sai che dico? Me li tengo. E nella sfortuna di quanto mi è successo mi accorgo di quanto ho e posso fare. Insomma, anch’io sono stato vicino alla morte in più occasioni, ma sono ancora vivo e ho un futuro da costruire. Questo vale per tutti e anche i malati di cancro non devono mai dimenticarselo”.

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