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Amore, e stalking: siamo in grado di avere relazioni sane?

10 Novembre 2011

violenza_in_famiglia_2Ogni settimana leggiamo di arresti per stalking, ogni mese leggiamo di aggressioni violente, ogni “troppo spesso” di omicidi passionali, tradimenti e tragedie familiari che ruotano attorno a rapporti affettivi amorosi trasformati in incubi. Quasi sempre a farne le spese sono le donne, che si tratti di violenze fisiche, psicologiche o tradimenti che per la fama di chi le mette in atto o le subisce, si trasformano in materiale da pettegolezzo sui patinati sfogliati dal parrucchiere.

Datemi pure della catastrofista, ma gli ultimi arresti per stalking di cui ci siamo occupati e tragedie come quelle di Avetrana, Somma Vesuviana e Pioltello, fanno riflettere sul ruolo e le dinamiche che ruotano attorno alla figura femminile, vittima-oggetto dell’agire maschile fin alle sue conseguenze più brutali, o artefice-aguzzina della propria infelicità e di gesti sconsiderati ed altrettanto aberranti. Ma cosa ci succede? Come società non avremmo dovuto imparare dai soprusi del passato, dalle battaglie combattute dalle precedenti generazioni? Ci battiamo sul campo internazionale per i diritti umani, soprattutto per quelli di alcune popolazioni in cui la donna viene considerata alla stregua di un oggetto d’arredo e non ci rendiamo conto di aver perso noi per primi il bandolo della matassa?

La piccola Sara Scazzi, tralasciando la non certezza di quanto accaduto quella maledetta mattina in cui è stata uccisa, è stata anche vittima del suo aspetto fisico. Un angelo sbocciato in una famiglia normale, una mosca bianca cresciuta in un contesto familiare e di paese, dove la sua timida ed acerba avvenenza evidentemente ha creato malumori e gelosie, poi sfociate in una morte che non ha ancora risposta. Siamo certi di non avere responsabilità? La pressione che preme su quelle donne che non rispondono alle aspettative dei canoni di bellezza imposti dalla nostra società, dai modelli televisivi (e non solo) di successo, senza i quali pare non sia possibile ottenere il “premio”, che sia un uomo o un posto di lavoro di rilievo, siamo certi di essere in grado di colmarla con la giusta educazione impartita alle nostre figlie e ai nostri figli? Non ne sono convinta. Melania Rea e Patrizia Reguzzelli, entrambi vittime di triangoli ormai divenuti più consueti della canonica famiglia a due, non ci sono più. Vittoria Orlandi, presunta assassina della Reguzzelli, ha spezzato una vita e destinato la sua a spegnersi in carcere, come il macabro risultato di un’equazione per cui cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Questa incapacità di gestire relazioni sane, di portarle avanti con impegno o di saperne gestire la fine, come quelle che sfociano in stalking e molestie, deve spingerci a rivedere i modelli che abbiamo respirato negli ultimi decenni e valutare l’opportunità di modificarli radicalmente. Il clima in cui ci siamo drammaticamente abituati a sopravvivere, è una nebbia densa dove il malsano è divenuto normalità, dove la figura della donna, della relazione, è un oggetto da gestire a proprio piacimento. Quando si viene respinti o il nostro “oggetto” dice basta, ecco che scatta il rifiuto della sconfitta, la rabbia del non poter più scegliere come e quando che, troppo spesso, sfocia nella reazione violenta. Ci si interroga abbastanza sugli errori fatti? Ci si interroga abbastanza sull’aver o non aver ascoltato e rispettato gli insegnamenti e i valori che presumibilmente ci sono stati tramandati dalla famiglia? Tutti noi, tutte noi, dobbiamo impegnarci per cambiare rotta. Dobbiamo lottare perché le nostre figlie siano coscienti del loro potenziale a prescindere dall’aspetto fisico, perché rispettino e credano nuovamente nei rapporti sani, positivi e che si allontanino da stili di vita che prospettino loro orizzonti torbidi. Soprattutto, accusatemi pure di femminismo, dobbiamo insistere sui nostri uomini. Dovremmo impegnarci perchè imparino a rispettare le donne, perché smettano di prendere esempio da apparenti “grandi uomini forti” perché traditori e violenti o “tombeur de femme” che si nutrono di potere e denaro, per cui il ruolo della compagna è ridotto a quello del trofeo, meglio se accompagnato da cloni intercambiabili come il numero di boxer cambiati in una settimana.

Non lasciamo che l’infelicità, la pochezza e la fragilità intrinseca dei fan del “tutto mi è concesso”, “tutto é mio o di nessun altro”, pregiudichino la possibilità di vivere una vita soddisfacente, seppur più faticosa, di chi porta in seno il potenziale per svettare senza dover entrare nella casa del Grande Fratello; di vivere una relazione amorosa di valore: ripida come una scalata di montagna, piena di imprevisti, a rischio valanga ma che, una volta arrivati in cima, rivela il panorama più autentico, la felicità.

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