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Monza, tra i raggi che curano. Intervista a Gianstefano Gardani

14 Aprile 2011

Gardani-Gainstefano-ospedale_S.GerardoGuida, dal 1999, il reparto di Radioterapia Oncologica dell’Ospedale San Gerardo di Monza. Fu un enfant prodige, con una laurea in medicina ottenuta a soli 23 anni. Ha assistito e vissuto in prima persona l’ascesa della tecnologia e i miglioramenti nella cura oncologica. MB News ha incontrato Gianstefano Gardani.

Professore, una presentazione del reparto.

Si tratta di un reparto oncologico, dove i malati vengono curati attraverso terapie radianti. Il paziente affetto da tumore ha, principalmente, tre differenti soluzioni di cura: radioterapia, chirurgia e chemioterapia. Ciascuna con le proprie peculiarità e, talvolta, complementari.

Quali sono le differenze principali tra le tre cure?

La radioterapia, a differenza dell’intervento chirurgico, cura senza danneggiare o asportare l’organo interessato; di contro, certamente, l’operazione è una soluzione più rapida e che consente al paziente, spesso nel giro di pochi giorni, di poter tornare a casa; i cicli di radioterapia, in media di 6 settimane, sono evidentemente più lunghi. Sostanziale differenza vi è anche tra radio e chemioterapia; quest’ultima, infatti, si applica su tumori in stadio avanzato o su linfomi e leucemie, per contrastare le metastasi o, perché no, per prevenirle attraverso un attento studio del quadro clinico.

Gardani-Gainstefano-ospedalSpesso i pazienti combinano cicli di radioterapie con l’intervento chirurgico. Come mai?

Circa un terzo dei malati oncologici combina una terapia radiante a un intervento chirurgico; il perché è presto spiegato: attraverso una delle due cure si agevola l’altra. Un intervento potrebbe ridurre una massa tumorale per, conseguentemente, permettere alla radioterapia di essere performante e risolutiva. O viceversa.

Quali sono i numeri del reparto?

Annualmente sono circa 1.500 le richieste di valutazione che pervengono. Di queste, 1.200 diventano pazienti che vengono presi in cura; 1.000 sono curati con intento radicale, mentre i restanti 200 con intento palliativo. Nulla è lasciato al caso: la lista di attesa è studiata secondo precisi criteri, suddividendo i pazienti in 4 classi, a seconda dell’emergenza e della gravità della malattia; come, d’altronde, il procedimento e l’elaborazione del piano di trattamento, un connubio di intenti tra medico, tecnico e fisico. Circa il 50% dei pazienti viene guarito in modo definitivo attraverso le terapie radianti.

Trattandosi di un ramo medico molto tecnico, immagino che la tecnologia abbia giocato un ruolo determinante negli ultimi anni. È così?

Decisamente. Negli ultimi 30 anni si è rivoluzionata la tecnica radiante, aumentando esponenzialmente le guarigioni e diminuendo le tossicità per i pazienti. Questo grazie a una sempre più precisa tecnologia delle immagini che consente ai medici di programmare quantità di radiazioni diverse, quindi cure diverse, anche all’interno di uno stesso carcinoma. Basti pensare che fino al 1995 agli anni novanta la radioterapia, per assicurarsi la buona riuscita dell’intento, irradiava l’intera zona circostante il tumore, mentre adesso, addirittura, si può scomporre lo stesso e aggredirlo con raggi differenti a seconda dell’aggressività del tumore e delle condizioni di ciascuna zona corporea.

*Pubbliredazionale

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