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Dal Giappone la monzese Erica Borile: «Anche a Tokyo è primavera»

22 Marzo 2011

erica-borileDopo aver vissuto la scossa dello scorso 11 marzo e le giornate a seguire, la monzese Erica Borile, in Giappone per lavoro, si è spostata per il fine settimana a Kobe, nel sud del Paese. Ecco il suo racconto del ritorno a Tokyo, dove lavora.

Lasciata Kobe, passiamo il fine settimana in campagna visitando la nonna del mio ragazzo. Sono solo poche centinaia di chilometri da Tokyo, ma sembra di essere anni luce lontani. Qui il terremoto non si è proprio sentito, e anche se tutti seguono gli sviluppi delle operazioni di soccorso nel nord del Paese l’eco delle notizie giunge fino a qui decisamente attenuata. Ne approfittiamo per tirare un po’ il fiato anche noi e fare il punto della situazione. Gli sforzi per riportare sotto controllo la centrale proseguono, ma siamo coscienti che la situazione è ancora ben lontana dall’essere sotto controllo.

Forse è la distanza fisica che ci fa vivere le cose con più distacco, o forse ci stiamo abituando e riusciamo ad andare oltre la sensazione di emergenza iniziale e a vedere le cose in prospettiva, fatto sta che decidiamo di tornare a Tokyo alla fine del ponte lungo del fine settimana. Lunedì 21 è vacanza in Giappone, si festeggia l’equinozio di primavera. L’idea che la primavera, stagione simbolicamente legata alla rinascita e all’inizio del “ciclo vitale” della natura, contrasta così tanto con quello che il paese sta vivendo, ma allo stesso tempo fa germogliare un po’ la speranza che tutto si risolva per il meglio.

Una volta presa la decisione, il cuore e la mente sono un po’ più leggeri e tentiamo di rilassarci un po’ in questi due giorni di “evacation”, neo-logismo inventato da non so chi per indicare questo misto di evacuazione e di vacanza che molti di noi – stranieri e giapponesi – stanno trascorrendo in Kansai o più a sud nel paese aspettando l’evolversi della situazione.

Lunedì impacchettiamo di nuovo le nostre cose, compriamo qualche souvenir proprio come se fossimo andati in vacanza e ci apprestiamo a tornare in città. Gli shinkansen che risalgono verso Tokyo sono quasi completamente prenotati, segno che quanti hanno lasciato il nord del paese per precauzione o solo per farsi una vacanza sono determinati a rientrare con la fine del ponte, proprio come noi. Riusciamo a trovare tre posti su uno degli ultimi treni della sera, e passiamo il pomeriggio a zonzo aspettando che arrivi l’ora di partire.

Arriviamo a Tokyo dopo le undici di sera, pioviggina e sembra che ci sia meno gente del solito in giro, ma probabilmente è solo colpa dell’orario e della suggestione. Abbiamo anche l’impressione che la zona intorno alla stazione di Shibuya sia meno illuminata del solito, ma nessuno di noi è veramente in grado di dire se sia così o meno. Stanchi ci avviamo a casa, per sistemare e prepararci ad andare al lavoro il giorno successivo. Controlliamo che tutto sia in ordine, apparentemente non ci sono stati prolungati blackout dal momento che tutto in casa funziona alla perfezione e anche il frigorifero pieno di cibo è come lo abbiamo lasciato alla nostra partenza.

Tra lunedì sera e martedì mattina iniziano gli scambi di messaggi tra amici e conoscenti italiani ancora in città o rientrati dopo il fine settimana. Scrivo anche all’Ambasciata per avvisare che sono rientrata in città (anche se contro le raccomandazioni ufficiali), e lascio tutti i recapiti a cui è possibile trovarmi a casa e al lavoro. Il messaggio dell’Ambasciatore Petrone che invitava le compagnie di import-export a non fermare il loro lavoro mi incoraggia – dato che opero proprio in questo campo – e martedì mattina mi avvio al lavoro sotto una pioggerellina che spero cessi presto. Le stazioni sono meno illuminate, i treni operano con una frequenza del’80% rispetto al normale orario (per lo meno quelli che prendo io per andare in ufficio), ma non riscontro nessun particolare cambiamento nel flusso di pendolari che si riversano verso il centro città per andare al lavoro. Forse un po’ più di silenzio, un po’ meno vivacità del solito, ma è anche vero che nessuno è mai particolarmente felice di tornare al lavoro sotto la pioggia dopo un ponte di vacanze…

Ci ritroviamo tutti dopo una settimana di lontananza: qualcuno è rimasto in città, qualcuno è andato a trovare la famiglia al paese natale, ma tutti nel complesso stanno bene e sono tranquilli. Tra chi è rimasto qui, alcuni hanno deciso di aprire comunque la panetteria che la nostra azienda gestisce a Tokyo, e di vendere come sempre il pane e i prodotti di gastronomia destinando però totalmente il ricavato alla donazione per gli aiuti verso le zone disastrate. Si discute anche di quale sia il modo migliore di far giungere gli aiuti: donazione in contanti e se sì verso quale istituzione, oppure acquisto e spedizione di beni di prima necessità… Entro oggi vorremo decidere, per poter utilizzare una parte dei ricavati delle nostre attività per alleviare i disagi di tutti coloro che per un lungo tempo non potranno tornare alla “normalità”.

Dopo aver distribuito i souvenir, ci incoraggiamo a vicenda e cominciamo la giornata.

Ci sono così tante cose lasciate in sospeso che la giornata di oggi sembra esaurirsi nel sistemare quanto più possibile l’ufficio e tutte le questioni irrisolte della settimana passata. Con l’orecchio sempre teso alle news e agli allarmi per possibili scosse di assestamento ci rimbocchiamo le maniche.

Per leggere tutti gli articoli di Erica, clicca varesenews.it.

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