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Monza, la vita oltre Special Olympics. Storie di atleti che attraverso lo sport ce l’hanno fatta

3 Luglio 2010

thumb_marco-luca-special-olympicsMarzia ha 34 anni e da 15 fa sport. «Mi piace tutto – dice – le gare, la compagnia. Ho vinto tante medaglie, una d’oro ai Mondiali 2008 a Biella, un’altra ai Mondiali di tennis del 2003 e tante con lo sci». Lavora in una cooperativa, stira, fa qualche lavoretto domestico e partecipa al progetto orto. Marco fra qualche mese compirà 30 anni. L’equitazione è la sua passione, ma pratica un po’ di tutto, piscina, corsa con le ciaspole, palestra. Ama il calcio e Kakà. «Ho partecipato tante volte ai Giochi Special Olympics, mi diverto e conosco tanti amici – racconta – Oggi voglio vincere per la mia morosa, si chiama Roberta». Lui fa il giardiniere allo stadio di Biella.

Luca ha 22 anni. Ha iniziato ad andare a cavallo che ne aveva cinque, la prima gara a Domodossola sette anni fa. Anche lui ha vinto un sacco di medaglie, nel 2008 è stato Angelo Moratti a premiarlo con l’oro. Lavora in una cooperativa a Milano, dove sta seguendo un percorso di autonomia. Per arrivare fino a viale Apiceno prende (da solo) la metropolitana e l’autobus.

«Lo sport ha contribuito a rafforzare la sua autonomia», spiega Palmiro Gattella, papà di Luca. Con Luca fare due chiacchiere è praticamente impossibile. Al campo lo conoscono tutti, non solo gli amici della “Silvia Tremolada”, la società sportiva monzese con cui si allena, e continua a scappare qua e là per salutare tutti (ma proprio tutti). In pratica, un vip.

«Per un genitore che ha un figlio con disabilità la vita è come un orologio rotto, fermo a quel punto. Lo sport è uno strumento di crescita e di miglioramento delle persone, ma il lavoro deve essere fatto anche da noi per portare un individuo ad integrarsi nella comunità. I disabili sono persone, ma quello che a volte manca è proprio la cultura della persona, se l’hai qualunque cosa tu fai la fai per tutti. Oggi l’aspettativa di vita di una persona con sindrome di Down è passata da 40 a 65 anni, questo anche grazie all’attenzione che è riservata al disabile. Attraverso le battaglie delle famiglie e delle associazioni si è arrivati ad avere realtà, come ad esempio la Agpd (Associazione Genitori Persone con sindrome di Down) e la Vivi Down, che si occupano della loro cura. Luca è molto aperto e socievole, all’oratorio assiste una bambina gravissima, lui è l’unica persona che le sta vicino. Il teatro – aggiunge Palmiro Gattella – è un altro mezzo di conoscenza, ho visto persone che non parlavano aprirsi completamente».

In foto: da sinistra Marco e Luca

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