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La Lombardia è la regione d’Europa con il PIL più grande. Ma nessuna regione italiana è tra le prime venti per media pro capite

4 Marzo 2010

L’Istituto statistico europeo ISTAT ha appena pubblicato i dati sulla ricchezza delle 271 regioni europee per il 2007. Spicca il dato lombardo: in termini assoluti il prodotto interno lordo più grande tra tutte le regioni dell’UE è quello della Lombardia, con oltre 325 miliardi di euro. In termini di dimensioni economiche, quindi, la Lombardia sarebbe il sesto stato d’Europa, più o meno equivalente a Svezia e Belgio e superiore all’Austria, alla Polonia o alla Grecia. Tra le Macro-regioni (quelle identificate dai criteri europei), il Nord-Ovest italiano con circa 500 miliardi di euro è secondo solo al Land della Ruhr, in Germania.

Le regioni dell’Italia settentrionale continuano a essere sopra la media dell’UE come reddito pro capite. La Lombardia si situa al 134% rispetto alla media europea, con 33.900 euro a testa. Seguono, tra le regioni settentrionali, la provincia autonoma di Bolzano (che secondo la classificazione europea assume dimensione regionale) appena dietro con 33.800 euro all’anno per persona, l’Emilia Romagna (33.200, ovvero il 128% rispetto alla media UE), la provincia di Trento (30.700), il Veneto (30.600), la Valle d’Aosta (29.800), il Friuli Venezia Giulia (29.300), il Piemonte (28.600) e la Liguria con 26.900 (il 106,8% rispetto all’UE). Le altre regioni italiane sopra la media europea sono, nell’ordine, il Lazio, la Toscana e le Marche. L’Italia come Paese stava, nel 2007, appena sopra la media UE, al 103,4%, dietro alla Spagna.

Impressionante il divario tra la prima e l’ultima della graduatoria: la City di Londra ha livello di reddito pro capite di tre volte superiore alla media dell’Unione europea (per l’esattezza, il 334%), mentre la regione più povera, il Severozapaden in Bulgaria, non supera il 26%, ovvero un quarto della media continentale. Queste disparità, accresciutesi dopo l’allargamento dell’Unione verso Est e anche per la crisi in corso, confermano la necessità di rafforzare e rendere più efficace la politica di coesione regionale dell’Unione europea. I fondi strutturali che vengono stanziati a favore delle regioni più povere sono lo strumento di quest’azione, che ha permesso negli anni scorsi un forte sviluppo di Paesi partiti da dietro, come l’Irlanda, il Portogallo o la Spagna.

Una regione su sette supera il 125% della ricchezza media, e quindi può essere considerata “ricca”. Dietro a Londra, ci sono l’intero Lussemburgo (275%), le città di Bruxelles, Amburgo, Parigi e Praga: quest’ultima, capitale di un Paese che era nell’orbita dell’Unione Sovietica ed è entrato nell’UE da soli cinque anni, tre al tempo dei dati del rapporto Eurostat, è la vera sorpresa della classifica. Tra le 41 regioni ricche, quelle italiane sono tre: la Lombardia, l’Emilia Romagna e la provincia autonoma di Bolzano. La Germania è il Paese che ne ha di più: ben nove, tutte occidentali.

In negativo c’è il dato sulle regioni povere, quelle che non vanno oltre il 75% della ricchezza europea media: una su quattro, in tutto sono 66. Le italiane sono quattro: Campania, Puglia, Sicilia e Calabria. Il divario è grande anche all’interno del nostro Paese: tra la Lombardia che sta in testa con il 134,5 (che in soldoni corrisponde a 33.900 euro di reddito medio annuale per persona), e il fanalino di coda Calabria (16.600 euro, cioè il 65,8% della media), la differenza è più che doppia.

Ben 15 regioni polacche sono sotto il livello considerato dall’UE come soglia di povertà regionale, che rende ammissibile l’uso dei fondi europei per colmare il ritardo di sviluppo economico. In graduatoria seguono Grecia e Romania (con sette regioni ciascuna), e sei in Bulgaria, Repubblica Ceca e Ungheria. La Bulgaria è comunque il paese più in ritardo: cinque regioni tra le ultime sei sono infondo alla classifica, e le altre tra le ultime dieci sono tutte rumene.  Se si considera che la crisi è scoppiata nel 2008 e ha iniziato ad avere effetti negativi sull’occupazione l’anno scorso, colpendo in particolare le regioni meno produttive, i dati (in termini assoluti) attesi per gli anni successivi al 2007 non promettono nulla di buono.

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