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Più forti contro la crisi con il Trattato di Lisbona

30 Settembre 2009

Venerdì 2 ottobre gli irlandesi voteranno per la seconda volta sul nuovo Trattato dell’Unione europea, dopo averlo respinto un anno fa. La Vicepresidente della Commissione europea Margot Wallstroem ci spiega la posta in palio di questo appuntamento per tutti gli europei (MF).

La crisi economica sta colpendo duramente tutta l’Europa. Forse il peggio è passato ma dobbiamo continuare ad agire insieme. Europa significa innanzitutto solidarietà: decidere e agire all’unisono per il bene comune. Ogni Paese, Italia compresa, ha bisogno dell’Unione europea come l’UE ha bisogno dell’Italia. L’appartenenza all’Unione continuerà a essere la principale ragion d’essere dell’Italia, perché è l’azione concertata a livello europeo che porterà anche l’Italia fouri dalle secche della crisi.

Vorrei sottolineare tre aspetti fondamentali. Innanzitutto, la crisi attuale colpisce l’Europa nel suo insieme, e per questo è necessaria un’azione concertata a livello europeo. Poi, l’UE sta già realizzando un piano di ripresa che beneficerà l’Italia così come il resto dell’Europa. Infine, la ripresa europea dipende dalla ripresa globale, che richede azioni concordate tra le diverse economie, e l’Europa ha la forza per definire quest’agenda.

Qualche dato sul primo aspetto. Il PIL europeo è caduto del 4% circa quest’anno. La disoccupazione è cresciuta dal 7% di un anno fa al 9% di quest’estate. Ciò significa mezzo milione di posti di lavoro in meno ogni mese. I più colpiti sono i giovani. Le previsioni economiche che la Commissione europea ha appena pubblicato segnalano un’inversione di tendenza nella seconda parte dell’anno che vedrà tornare dati positivi sulla crescita. L’euro ha costituito un’ancora solida nei momenti più duri della crisi.

Secondo aspetto, il Piano europeo di ripresa approvato dai 27 Governi dell’UE nel marzo scorso. Esso affronta la recessione sotto tre punti di vista. Innanzitutto, l’UE sta iniettando nell’economia europea più di 400 miliardi di euro per stimolare la domanda, creare lavoro e rafforzare la protezione sociale. La Commissione europea ha reso disponibili 11 miliardi supplementari per i fondi strutturali nel 2009. il 45% del budget europeo per il 2010 sarà devoluto a misure per la crescita e l’occupazione. La Banca europea per gli investimenti sta finanziando le piccole imprese con 30 miliardi di euro, che potrebbero salvare centinaia di imprese italiane dal fallimento.

C’è inoltre un consenso sulla necessità di agire perchè una crisi del genere non si ripeta. Per questo la Commissione ha presentato proposte dettagliate per un nuovo sistema europeo di supervisione finanziaria, sulle quali il Parlamento e il Consiglio dei Ministri dell’UE discuteranno presto per una loro attivazione nel 2010.

Infine, il Piano di ripresa sta sostenendo l’occupazione attraverso alcuni strumenti come il Fondo sociale europeo e il Fondo di aggiustamento della globalizzazione. Quest’ultimo è stato creato per aiutare i lavoratori in esubero a tornare al lavoro, attraverso la formazione e altre misure attive sul mercato del lavoro. In Italia, lo schema è già stato attivato in un settore in particolare affanno come il tessile.

Terzo aspetto, l’Unione come attore a livello globale. La recessione ha colpito tutti e necessita un’azione globale, coordinata attraverso il G20 e realizzata attraverso il Fondo Monetario e la Banca Mondiale. L’UE consente ai singoli Paesi europei, Italia inclusa, di parlare con un’unica e forte voce in tutti questi contesti. I dati recenti sul commercio e l’attività industriale a livello mondiale sono incoraggianti. L’Asia sembra trainare la ripresa (in Giappone la crescita è già positiva da qualche mese), e la contrazione Americana è finita. Nell’Unione europea gli spiragli sulla crescita iniziano adesso e l’inflazione rimane molto bassa, il che è positivo per il potere d’acquisto della gente.

Il resto dell’anno in corso continuerà a essere duro per l’economia europea. Ci vorrà del tempo, ma stiamo agendo. Francia e Germania sono già uscite dalla recessione durante l’estate, l’Italia lo sta facendo in questo trimestre. Alcuni indicatori, come la fiducia dei consumatori e i prestiti interbancari, sono più positivi. Nel 2010 una ripresa graduale coinvolgerà tutta l’Europa.

Insomma, se si uscirà del tutto dalla crisi sarà per l’azione comune realizzata a livello europeo. Certo, ancora oggi molti ritengono queste considerazioni come una scarsa consolazione, a causa degli effetti in corso della crisi. Allora forse si potrebbe concludere che non sia questo il miglior momento per promuovere un nuovo Trattato per l’Europa. Non ne sono così sicura. Il referendum che si tiene in Irlanda il 2 ottobre prossimo sul Trattato di Lisbona costituisce un grande momento di democrazia, e il voto popolare è libero e sovrano. I cittadini europei hanno il diritto di sapere cosa sta proponendo e facendo l’Europa, e di esprimersi liberamente.

Proprio per questo credo che sia importante che le persone siano coscienti degli sforzi dell’UE per combattere la crisi, e, ad esempio, del ruolo che l’euro ha giocato in questo contesto. Ma credo anche che ci sia un altro aspetto di cui si è parlato poco. Il Trattato è il risultato di otto anni di scrupolosi e lunghi negoziati, prima tra 15 e poi 27 Stati. Non è perfetto: i compromessi non lo sono mai, ma il motivo per cui eravamo tutti pronti a investire così tanto tempo ed energie in questo sforzo era proprio perché ci potesse dare strumenti migliori per fronteggiare sfide come la crisi finanziaria, l’impatto della globalizzazione, i cambiamenti climatici o l’immigrazione. E’ stato concepito per essere efficace su questi temi, garantendo sempre un forte controllo democratico su queste decisioni.

Allora oggi, nel bel mezzo della crisi, dobbiamo occuparci soprattutto di preparare interventi concreti e necessari piuttosto che passare del tempo su questioni istituzionali. Gli altri 26 Stati dell’UE hanno già fatto la loro parte (il Parlamento italiano ha votato all’unanimità a favore del Trattato di Lisbona), e aspettano la decisione dell’Irlanda, il 2 ottobre. Personalmente spero che il referendum irlandese metta fine al processo di riforma interna dell’UE per poterci così concentrare tutti sulla ricerca di soluzioni comuni con strumenti più forti a disposizione, e continuare la storia di successo dell’Unione europea. 

Testo raccolto da Matteo Fornara

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