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Monza: i consulenti del tribunale sbagliano, ma per fortuna il giudice se ne accorge

19 Luglio 2009

ospedaleSe una lite giudiziaria riguarda la responsabilità di un ospedale e del chirurgo che ha operato un paziente, è quasi inevitabile che venga nominato un medico legale: il suo compito consisterà nell’aiutare il giudice a risolvere specifiche questioni extragiuridiche.

Questo avviene anche dove la responsabilità dell’ospedale può essere data per pacifica, anzi, venga addirittura riconosciuta dall’ospedale stesso, come nel caso di cui si è occupato il Tribunale del capoluogo brianzolo: ad un paziente, affetto da una patologia tumorale, era stato praticato un intervento chirurgico, al termine del quale per errore veniva lasciato nell’addome un tubo di drenaggio, poi asportato con un successivo intervento in laparoscopia.

Orbene, il consulente del Giudice doveva appurare quale fosse il danno risarcibile di questo sfortunato paziente e, pertanto, doveva esprimere la sua valutazione anche in termini di “danno biologico”: ovvero, quella lesione dell’integrità fisica o psichica della persona che viene espressa in termini percentuali, cui si attribuiscono valori predeterminati.

Le aspettative del paziente, che lamentava anche tutta una serie di conseguenze psichiche a dire il vero non facilmente dimostrabili, erano decisamente alte, avendo egli chiesto un risarcimento di 50.000€.

Il consulente tecnico riconosceva l’1% di invalidità permanente, tre giorni di invalidità temporanea totale (coincidenti con quelli dell’intervento per la rimozione del tubo), più 30 giorni di invalidità temporanea parziale (di cui 20 al 50%). Tradotto in termini monetari, questa valutazione avrebbe comportato una liquidazione pari a circa 1.500€, davvero al di sotto delle attese del paziente.

Già i latini però ci insegnavano che il Giudice è il “peritus peritorum”, il perito dei periti: infatti, il giudice non ha condiviso totalmente queste risultanze e, seppur lasciando ferma la valutazione dell’1% – che era determinata da uno stato infiammatorio ed era stata comunque ben sostenuta dal tecnico – ha diversamente considerato il periodo di un mese che il paziente ha trascorso con il drenaggio nell’addome, ed ha aggiunto i sei giorni successivi alle dimissioni dal secondo intervento.

Ma il giudice si è espresso più “liberamente” ancora sul terreno del danno morale: anziché ancorarlo, come è prassi fare, ad una certa percentuale del danno biologico (e qui avremmo avuto circa 900€), in considerazione del patema d’animo sofferto dal paziente, uomo anziano e malato grave, costretto a subire un secondo intervento seppur di minima portata, lo ha quantificato pari a ben 5.000€. Come risultato complessivo, il paziente ha ricevuto poco meno di 8.000€, e, aspetto non meno secondario, questa somma è netta perché sono state liquidate a suo favore anche le spese legali, nonostante la domanda fosse stata accolta solo in parte.

Possiamo ritenerlo un caso di malasanità ma di buona giustizia? Di sicuro è una sentenza che si distingue, ovviamente a parere di chi scrive, per l’equilibrio e per la considerazione dei patimenti sofferti: non sempre succede.

 

 

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