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I Lions e l’Icona bizantina

1 Maggio 2009

lions-serata-iconebizzantineSi è svolta il 27 aprile, al Saint Georges Premier, la serata dedicata all’ “Icona bizantina fra arte e religiosità” organizzata dai Club Lions Villasanta e Monza Parco: ospiti dell’evento e relatori  Luciano Mutti, già capo redattore de “Il Giorno” e sua moglie Viky Oikonomoy , apprezzata pittrice di icone.

La signora Viky, nata ad Atene, dove ha frequentato l’Accademia d’Arte e specializzatasi poi a Milano presso la Scuola di Grafica pubblicitaria, si dedica da molti anni alla ricerca pittorica e alle antiche tecniche della “scrittura” di icone sacre, secondo la tradizione greco-bizantina, usando  materiali, supporti e strumenti completamente naturali come le terre, il tuorlo d’uovo, l’aceto, i legni invecchiati e trattati con resine e oli, la pietra d’agata e la foglia d’oro, attenendosi all’iconografia classica , ma mutuandola con uno stile personale e con tratti e costruzioni grafiche innovative, pur nel rispetto degli originali significati di queste antichissime immagini, che, prima di essere opere d’arte, sono vere e proprie preghiere.

L’Icona infatti è la rappresentazione del sacro, l’immagine di ciò che trascende i nostri sensi,  con una propria liturgia sia nella “scrittura (l’icona non si dipinge, ma si scrive) che nella sua venerazione.

La trattazione concisa, ma completa e approfondita, fatta da Luciano Mutti, ha preso inizio dalla storia antichissima delle icone, risalenti addirittura agli Egizi che, con la tecnica dell’encausto, decoravano immagini funerarie da porre sulle mummie, fin dalle epoche pre-cristiane e che, agli albori del Cristianesimo, ispirarono i primi agiografi per la creazione di immagini sacre.

lions-iconeI ritratti dell'”Invisibile” accompagnarono così i primi pellegrini attraverso il Mediterraneo spingendosi fino alla Russia, nel settimo secolo con i Santi Cirillo e Metodio, passarono attraverso le diatribe religiose dei  primi Concilii Ecumenici, le divisioni ideologiche e le eresie, fino alla furibonda persecuzione dell’iconoclastia, sopravvivendole sia come forma d’arte che come tradizione religiosa finchè, con i Conquistadores spagnoli, giunsero addirittura alle Americhe.

La severa liturgia dell’Icona, che non permetteva deviazioni né degenerazioni nella forma e nell’esecuzione dell’immagine, ci consente oggi di conoscere e conservare la sua tecnica antichissima di esecuzione e il significato attribuito ad ogni forma, colore e rappresentazione: dalla posizione delle mani della Vergine, al colore delle vesti del Cristo, alla dimensione delle corone o delle aureole, alla presenza o meno di ali nei Santi, tutto ha un significato preciso e una religiosità motivata dall’interpretazione delle Scritture e sancita dalla tradizione liturgica ortodossa.

Lo stesso uso di materiali assolutamente naturali, non contaminati da elementi estranei, i rituali di stesura delle colle animali (di coniglio o di pesce) e delle resine vegetali (ricordiamo per tutte le Lacrime di sant’Isidoro o resina di lentisco), la lunghissima e paziente lavorazione che prevede sei stesure di materiale preservante, perché sei furono i giorni della Creazione, fanno dell’Icona non solo una preziosa opera d’arte, ma un oggetto di venerazione, per i credenti, come autentica rappresentazione dell’archetipo sacro, trascendente e quindi invisibile, per questo motivo sostituito dall’immagine che ne assume così tutte le valenze.

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