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L’Economia sociale, il nuovo motore dell’Europa

25 Aprile 2009

economia_socialeMa chi l’ha detto che il sociale è solo un costo? Sempre di più il «l’economia solidale» produce non solo un aiuto a chi ha bisogno, ma anche ricchezza. E i numeri sono lì a dimostrarlo. In Europa le «fabbriche della solidarietà» sono ormai due milioni. E tutte insieme rappresentano il 10 per cento delle imprese e offrono un lavoro a 11 milioni di lavoratori: il sei per cento della forza lavoro di Eurolandia.

Eppure l’economia sociale fa ancora fatica a ottenere il riconoscimento che gli spetta. Soprattutto da parte di chi siede nelle stanze dei bottoni. Per questo il rapporto sull’economia sociale approvato dall’europarlamentare del Pd Patrizia Toia e approvato dalla Commissione dell’Occupazione e degli Affari sociali del Parlamento europeo è un decisivo passo avanti.

«E’ dall’inizio del mio mandato in Parlamento Europeo – spiega Toia – che ho preso a cuore il tema dell’economia sociale – e che chiedo che sia affrontato con una relazione specifica. Ho insistito perché finalmente non fosse considerato solo come un capitolo all’interno di questioni più ampie. E finalmente mi hanno ascoltato. A metà novembre, la relazione è stata presentata in Commissione per l’occupazione e gli affari sociali. Si tratta di un lavoro realizzato in concerto con le organizzazioni europee e italiane che si occupano di questa materia, tra cui la Social Economy Europe, e che il 21 gennaio, dopo la presentazione di alcuni emendamenti, è stato approvato a stragrande maggioranza dalla Commissione dell’Occupazione e degli affari sociali del Parlamento europeo».

Ma che cosa significa «Economia sociale»? «Significa – aggiunge l’europarlamentare – primato dell’individuo rispetto al capitale, secondo i principi di solidarietà e responsabilità. Penso a quell’insieme di imprese private, indipendenti dalle autorità pubbliche, che sono state create per dare una risposta ai problemi sociali più urgenti, nell’interesse generale. Possono assumere la forma di cooperative, mutue, associazioni, fondazioni e altro ancora. Gestite con un controllo democratico da parte dei loro membri, vi si entra con un’adesione volontaria e aperta, e sono caratterizzate da autonomia di gestione, indipendenza dalle autorità pubbliche. Il loro obiettivo è lo sviluppo sostenibile, dando vita a una vera e propria economia sociale nei più diversi campi, dalla produzione di beni all’offerta di servizi commerciali, distributivi, sanitari e finanziari».

Nonostante le sue eccezionali performance economiche, che ne fanno una delle più interessanti fonti di new economy emergenti in Europa, l’economia solidale fatica a ottenere il giusto riconoscimento nei templi dell’economia europea. «L’economia sociale – aggiunge Patrizia Toia – è tuttora scarsamente sostenuta dall’Unione Europea. Eppure, unendo redditività e solidarietà, svolge un ruolo di primo piano nell’economia dell’Unione Europea, creando posti di lavoro di qualità e rafforzando la coesione sociale e territoriale e la cittadinanza attiva. Ha in sé, dunque, una redditività diversa da quella meramente economica: una redditività sociale, che deve essere promossa in quanto contribuisce alla realizzazione dei quattro obiettivi principali della politica europea, e cioè il miglioramento dell’occupazione, la promozione dell’imprenditorialità, la modernizzazione dell’organizzazione del lavoro e il rafforzamento della politica delle pari opportunità. I posti di lavoro creati attraverso l’economia sociale forniscono inoltre ai dipendenti il diritto alla formazione, la possibilità di evoluzione professionale e l’opportunità di inserimento in armonia con la natura della attività svolta. Entra quindi in gioco l’altro importantissimo concetto di responsabilità sociale di fronte ai reali bisogni della popolazione europea».

Le imprese sociali si rivelano anche le più attrezzate a fronteggiare la crisi economica: «Uno degli emendamenti approvati il 21 gennaio – sottolinea Toia – e da me presentato, invita la Commissione europea a sostenere gli strumenti mirati a facilitare, in caso di crisi, la possibilità di trasformare le imprese in imprese di proprietà dei lavoratori».

Il pioniere dell’economia solidale fu Jacques Delors. Il Presidente della Commissione Europea dal 1985 al 1994 sintetizzò questa nuova realtà economica nel motto: «competizione, cooperazione e solidarietà». Tra le idee più significative del Libro bianco del 1993 intitolato «Entrare nel XXI secolo» c’era l’educazione permanente delle persone, con lo scopo di incentivare il lavoro anche nelle fasce maggiormente minacciate dalla disoccupazione.

{xtypo_rounded_left2}Un arcipelago in costante aumento

Secondo Social Economy Europe, il fenomeno dell’Economia sociale riguarderebbe addirittura 20 milioni di salariati, pari al 10 per cento dei posti di lavoro in Europa. Un altro dato interessante riguarda quel 50 per cento di cittadini europei che risultano essere membri di almeno un’associazione. Oltre 150 milioni sono poi gli affiliati alle mutue sanitarie e d’assicurazione, mentre più di 93mila sono le fondazioni presenti nell’Unione Europea. Solamente per quanto riguarda le cooperative, secondo un recente studio elaborato dal Ciriec – Centro Internazionale di Ricerca e di Informazione sull’Economia pubblica, sociale e cooperativa – il loro numero nel 2005 ammontava a oltre 240mila, con riferimento all’Ue a 25 Stati, pari a 3,7 milioni di posti di lavoro. Per quanto riguarda l’Italia, secondo le ultime rilevazioni dell’Istat, le cooperative sociali – uno dei tanti soggetti da inserire nel quadro dell’economia sociale – ammontano a 7.363, dato equivalente a 12,5 unità per 100mila abitanti. Solo in Lombardia, le cooperative sociali sono 1.191 di cui 408 nella provincia di Milano. E si tratta, secondo le stime, di un fenomeno in costante aumento.{/xtypo_rounded_left2}

 

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