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Roberta De Monticelli: fare i conti con i diritti

6 Marzo 2008

20080306_robdemonticelli.jpgLa filosofa e docente alla Facoltà di Filosofia del San Raffaele di Cesano Maderno offre una personale lettura dell’8 marzo e del dibattito sull’aborto 

 

 Sono 100 anni di storia, anni densi. Noi tutte abbiamo dovuto, in questi ultimi 30-40 anni, passare, attraversare, opposti eccessi. Da un lato abbiamo dovuto superare l’uscita dalla seconda guerra mondiale e da una condizione femminile che ricorda quella delle donne che oggi vivono nei paesi orientali. Una uscita che ha prodotto, discussioni, confronto, movimenti. Poi però abbiamo dovuto fare i conti con la cultura del diritto e renderci conto che l’autodeterminazione, l’autocoscienza, insomma tutti gli "auto" hanno, devono avere dei limiti, che sono quelli di una responsabilità totalmente individuale che va però interlacciata anche alla responsabilità sociale, alla responsabilità di relazione. Ed è per questo che sono così indignata per la piega che ha preso la discussione sulla moratoria contro l’aborto. Considero turpe, oscena, vergognosa tale proposta.  Nel senso che è una impura, profondamente ideologica utilizzazione, peraltro giuridicamente insensata, di un’associazione emotiva (pena di morte). E’ oscena dunque proprio nel suo vergognoso inzuppare un cinico interesse di parte nelle viscere di un’emotività fin troppo facile a muoversi nel nostro paese. Ma è altrettanto improvvido accettare la provocazione, e onorare questo cinico e torbido agitatore di piazza di uno sdegno morale, invece che del sarcasmo che dovrebbe seppellirlo. Trovo spaventosamente irresponsabile anche il movimento per la rianimazione dei feti, a fronte degli abissi di spreco, imperizia, assenteismo, corruzione, malasanità che purtroppo allignano in parti del servizio sanitario, benché non in tutti. E soprattutto che ciò sia fatto anche contro la volontà delle madri, un atto turpe contro una condizione di debolezza delle donne. Il carattere impuro, ideologico, strumentale, e quindi immorale di questi tentativi salta agli occhi, qui come ovunque, non appena si veda l’assoluta insensibilità al giudizio comparativo che è propria dei promotori di questa campagna. Ora il giudizio di valore è comparativo per definizione: dove si rifiuta alla comparazione dei beni e di mali, maggiori e minori, è soltanto ideologia.

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