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“Scelgo mia figlia Rebecca”

5 Marzo 2008

20080307_marta_serafini.jpg Marta Serafini, scienziata e ricercatrice ha appena vinto Telethon Career Award. Divisa tra carriera e famiglia, dà la precedenza alla piccola di 17 mesi anche se è molto gratificata dal suo lavoro. Dice: "per un uomo è più facile" 

 

E’ una scienziata. In questi giorni ha ricevuto  il Telethon Career Award, prestigioso riconoscimento a livello nazionale assegnato ogni due anni a giovani studiosi. Ma la cosa più importante anche in questo momento resta Rebecca detta Bechy, la figlia di 17 mesi. «E’ la bambina più bella del mondo – dice sorridendo Marta Serafini, 35 anni, laureata in Chimica e Tecnologia Farmaceutica a Milano nel 2000. Specializzatasi in Ricerca Farmacologia nel 2003, dottorato in Immunologia all’Open University di Londra, due anni di specializzazione negli Usa ed ora un lavoro al Centro Ricerche alla Fondazione Matilde Tettamanti di Monza con sede all’ospedale San Gerardo. «Qui è nata la "Stemmps Unit", unità di ricerca che si occupa di studi di cellule staminali (in inglese stem) e della loro applicazione per la cura della mucopolisaccaridosi di tipo I (Mps), chiamata anche sindrome di Hurler, una malattia genetica rara. Questa patologia pediatrica colpisce un soggetto ogni 100mila». Presentando un progetto di terapia cellulare e genica per questa patologia, Marta ha vinto il Telethon Career Awads. Ciò ha permesso di ottenere un finanziamento (500 milioni di euro per 5 anni di ricerca) per aprire un laboratorio Telethon presso un istituto ospitante in questo caso la Fondazione Tettamanti. «Il trapianto di midollo osseo nei primi mesi di vita dei bambini colpiti dalla malattia – spiega Marta – è oggi la terapia più efficace in grado di stabilizzare la progressione della malattia, anche se alcune manifestazioni cliniche, come la compromissione ossea ed il ritardo mentale, vengono solo parzialmente modificate nella loro evoluzione. La nostra linea di ricerca propone di delineare nuovi protocolli di terapia cellulare, con il fine ultimo di intraprendere trials clinici in grado di migliorare l’attuale approccio terapeutico. In particolare, siamo interessati a nuove popolazioni di cellule staminali chiamate cellule mesenchimali e "Multipotent Adult Progenitor Cells (Mapcs) derivate dal midollo osseo che potrebbero contribuire ad una rigenerazione a livello dell’osso e ad una limitazione del danno scheletrico provocato dalla malattia».

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Vivevi in America. Cosa ti ha convinto a tornare?

«Se ci penso. Là stavo benissimo. Lavoravamo come muli ma c’era spazio per fare sperimentazione, ci sono finanziamenti e sostegno alla ricerca e soprattutto riconoscimento al merito. Lì puoi dimostrare le tue capacità. Hanno un’organizzazione imbattibile, non si perde tempo con la burocrazia. Mi piaceva. Ma avevo già posticipato il matrimonio per andare in America due anni. Così sono tornata perché volevo comunque una famiglia, dei figli».

Quindi hai dovuto scegliere tra carriere e famiglia?

«Tra i 30 e 35 anni una donna è ad un bivio. Devi decidere. Io ho scelto la famiglia. E per fortuna ho trovato un lavoro che mi gratifica. Inoltre ho l’appoggio della mia docente che dagli Usa è tornata in Belgio. Lei non è sposata ma come donna capisce le difficoltà. Anche a lei ho dovuto dire no quando mi ha fatto una proposta davvero allettante. Così abbiamo trovato una soluzione, anche se un po’ folle. Io faccio gli esperimenti nel suo laboratorio in un giorno, andata e ritorno. I suoi collaboratori mi preparano il materiale. Io mi sveglio alle 4, prendo il volo alle 6, torno alle 11 di sera. Faccio così perché non voglio stare lontano da mia figlia. I bambini hanno bisogno della mamma nei primi anni soprattutto.

Per un uomo è più semplice lavorare nel vostro settore?

Sono avvantaggiati nel tempo a disposizione. A noi tocca comunque pensare alla famiglia. Un uomo prende moglie e figli e si trasferisce in America. E si concentra sul lavoro. Noi non possiamo farlo. Certo va detto che anche un marito con una moglie che fa questa professione deve per forza essere disponibile, restare al fianco, sostenerla. Ma a noi, anche sul lavoro, viene chiesto sempre di essere comprensive, smorzare tensione, gestire emozioni. A loro no.

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