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Donne in “Vogliamo anche le rose”

4 Marzo 2008

20080404_vogliamolerose.jpgIn programma allo Spazio Capitol di Vimercate, sabato 5 e domenica 6 aprile, il film di Alina Marazzi, nipote di Ulrico Hoepli, che offre uno spaccato della rivoluzione femminile tra gli anni’60 e ’70. Il documentario è l’ideale prosecuzione di "Un’ora sola ti vorrei" premiato nel 2002 a Locarno 

«Ho girato questo film per documentare anche a me stessa, che per età anagrafica non ho vissuto quegli anni, cosa voleva dire essere donna solo quarant’anni fa in una società maschilista, patriarcale e maritale. Ma anche per far capire alle giovani donne, a cui paiono scontati privilegi e libertà di cui godono, come le loro vite sarebbero diverse se tante donne in passato non avessero lottato anche per loro». In questa dichiarazione di Alina Marazzi sta la motivazione che l’ha spinta a girare "Vogliamo anche le rose" titolo che riproduce uno slogan usato delle operaie in sciopero del Massachussetts nel 1912.

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E’ un film-documentario quello di Alina, 43 anni premiata a Locarno nel 2002 per "Un’ora sola ti vorrei", di cui il nuovo film è una sorta di ideale prosecuzione di quel primo diario intimo in cui raccontava la storia della madre suicida. Ora lo sguardo di Alina si posa sulle pagine di tre diari di donna recuperati nell’archivio del Centro di Pieve Santostefano e ne ricostruisce, attraverso materiale di repertorio d’epoca, inchieste e dibattiti televisivi, film sperimentali e con intermezzi di animazione, il percorso interiore. Così nel documentario lo spettatore incontra Anita, una ragazza che vive prima del ’68 e vorrebbe liberarsi dalla morsa protettiva e soffocante del padre che ne vuole controllare amicizie, uscite e sessualità. Poi ci si immerge nel dramma intimo di Teresa che racconta il suo aborto clandestino, il dolore e il sentirsi così devastata «dagli aghi nell’utero e le cannule che risucchiano» e infine Valentina, cervellotica, femminista, politicamente impegnata e già sulla via della liberazione.

E’ uno sguardo su un periodo storico che apparentemente sembra così lontano, come quando il documentario mostra le immagini di poliziotti che caricano e bastonano le donne che protestano in piazza. Eppure le riflessioni, i commenti, i dubbi,le perplessità che il film fa emergere riportano ad un dibattito tuttora attuale perché rimanda al lento accerchiamento che le donne stanno subendo su più fronti  e che vede rimettere in discussione alcune conquiste che si davano per scontate. Il film sembra quasi ricordare che invece la società è un corpo sempre in movimento e che dunque non si può dare mai nulla per acquisito, mai pensare che una conquista civile valga per sempre. Lo si intuisce nella magnifica sequenza finale: volti di donne cresciute nella miseria e nella fatica. Probabilmente analfabete, sono sedute nei banchi di una scuola. E ascoltano attente qualcuno che legge loro il diritto di famiglia, il diritto di voto. Sono solo i primi anni ’50.

C’è un po’ di rimpianto nel tuo film? Chiedono gli spettatori in sala quando è presente la regista.

«Nessuna forma di rimpianto – precisa Alina Marazzi – solo voglia di capire, anche con molta ironia, un periodo storico  in cui le donne facevano sentire la propria voce».

Ma davvero non c’è differenza tra la situazione delle donne di allora e quelle di oggi?

 «Alcune cose certo sono cambiate – ammette Alina – ma ciò che si percepisce è che ancora i ruoli restano legati alle immagini tradizionali. Purtroppo non si è superato il clichè del rapporto uomo-donna. L’ho capito leggendo i diari dell’archivio di Pieve Santostefano. Ho cercato anche tra quelli degli uomini ma erano pagine scritte in terza persona, già romanzate, come fossero già memorie, una sorta di trattato epico. Mancava la visione soggettiva che è invece prerogativa degli scritti femminili. Ecco credo che questo sia  il nodo centrale della questione: nonostante la richiesta di affermare i propri diritti,di ottenere opportunità, le donne alla fine vogliono la relazione, ovvero chiedono di interloquire con l’altro, lo chiamano in causa. Gli uomini ancora non l’hanno capito. E non rispondono».

Spazio Capitol : Sab.  5 ,ore 21, sala Pasolini; Dom. 6 ore 17:30 – 21  Sala Pasolini

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