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Rassegna stampa del 12 maggio – nazionale

12 Maggio 2007

Mettete la natura nel Partito
Carlo Petrini su la Repubblica dell'11 maggio

Una tregua civile
Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera dell'11 maggio

I conti con Blair
Marcello Sorgi su La Stampa del 10 maggio

Padoa Schioppa: "Riforme, ecco il mio piano"
Massimo Giannini su la Repubblica del 9 maggio

Aiuto, sto diventando razzista
Lettera a la Repubblica del 7 maggio

Mettete la natura nel Partito
Carlo Petrini su la Repubblica dell'11 maggio

"Una grande nazione come gli Stati Uniti ha il dovere di non ostacolare la lotta al riscaldamento del clima… perché in gioco ci sono le sorti dell´umanità intera. La Francia farà di questo la sua prima battaglia".
Sogno o son desto! Nicolas Sarkozy, l´atlantista, colui che i principali commentatori italiani salutano come il paladino di un riavvicinamento a Bush, al primo discorso che fa da presidente si posiziona su una delle principali linee di critica che i democratici stanno muovendo al capo degli Stati Uniti.
Se le parole corrispondono ai pensieri, leggendo i giornali dopo l´elezione di Nicolas Sarkozy, mi vien da considerare che tra tutti i commenti a caldo della politica italiana quasi nessuno ha colto o sottolineato questa dichiarazione dalla portata eccezionale. A destra si esprime gaudio per le ferme posizioni in tema di immigrazione e si fanno rivendicazioni di programmi politici analoghi; a sinistra si colgono occasioni per fare il punto sulla situazione interna, sul nascente Partito democratico e addirittura su come affrontare il dilagare della prostituzione. In tema d´ambiente, al di là di qualche dichiarazione di principio, la politica italiana sembra muta o quanto meno balbettante.
Del resto anche a livello internazionale, se escludiamo la nuova generazione dei Milliband, dei Cameron o dei Barack Obama, l´ambientalismo si sta trasformando in una sorta di orticello per politici in pensione. È di un paio di giorni fa la notizia che Jacques Chirac si dedicherà a una fondazione per l´ecologia. Presto Tony Blair dichiarerà lo stesso intento e queste sono le tematiche a cui lavorano con alterne fortune anche Michail Gorbaciov e Al Gore, che con il suo documentario è addirittura riuscito a sbancare gli Oscar.
Il fatto che il neo eletto presidente dei francesi ponga il problema del riscaldamento del clima con una tale evidenza, invece, dovrebbe far riflettere i nostri politici. Dovrebbero capire che è ormai giunto il momento di adeguarsi e di programmare seriamente in merito. La centralità del tema, che comprende anche tutte le altre questioni legate al degrado ambientale, come i danni della produzione massiva in agricoltura, un sistema del cibo non più sostenibile, l´impoverimento delle risorse ittiche o la scarsità d´acqua sul pianeta, si avverte anche solamente nelle paure che la popolazione comincia a provare, chiedendosi che ne sarà delle future generazioni.

Invece sembra un´impresa per la politica italiana riuscire a conciliare le sacrosante tematiche del lavoro, della democrazia, dei diritti o della sicurezza con una politica ambientale. Si parte dal presupposto che l´ecologia e l´economia siano due regni separati e dal diverso prestigio: non c´è niente di più sbagliato. Perfino i risparmiatori più attenti cominciano a rendersi conto che i fondi eolici, dell´acqua o delle energie alternative stanno vivendo un boom incredibile, che questa si sta rivelando la vera new economy d´inizio millennio.
Economia ed ecologia del resto hanno la stessa radice, eco, che deriva dal greco oikos: dimora. Economia ed ecologia sono le due scienze che dovrebbero guidarci nel governo della nostra abitazione comune che è la Terra. Il nodo centrale forse sta proprio nel fatto che la concezione economica della nostra politica non è più adeguata ai tempi. Oggi ci vuole una nuova economia, basata sulla rilocalizzazione di produzioni e consumi, sull´accorciamento delle filiere, sulla valorizzazione delle economie locali e di piccola scala, che ad esempio in ambito agricolo tutelano un corretto rapporto con la natura e sono la garanzia per la dignità, la sovranità e la sicurezza alimentare delle popolazioni.
Ma economia locale si traduce anche in interventi mirati alla riorganizzazione delle nostre risorse. Basta sprechi energetici: studiamo metodi di irrigazione dei campi più efficienti, poniamo fine alla precarietà di certi acquedotti che sono peggio di un secchio bucato, ripensiamo il sistema dei trasporti perché sia meno inquinante e più utile. Bisogna rendersi conto che non c´è solo il problema della Tav, ma che sono da riprendere in mano le tratte dei pendolari; sfruttiamo l´energia solare, mettiamo a bilancio la salvaguardia della biodiversità e del bello che c´è in Italia. Tutto ciò non rappresenta una forma di economia moderna? Solo uno sprovveduto può pensare che si tratti di economia marginale, residuale: questa invece può diventare una grande sfida per il nostro sistema-paese, che tra l´altro sarà presto chiamato a dimostrare che ha rispettato gli accordi presi in sede internazionale in tema di inquinamento. Come vorrei sentire qualcuno del nascente Partito democratico, un grande partito che si pone l´obiettivo di conquistare più di un terzo degli elettori italiani, pronunciarsi come ha fatto Sarkozy in tema di ambiente. Come vorrei che il riscaldamento del clima fosse in cima alla lista di programma, presente nei pensieri di chi sta costruendo il Pd. Questi sono argomenti la cui portata va molto al di là dell´establishment di Ds e Margherita, coinvolgono le giovani generazioni molto più dell´atroce dilemma sulla differenza semantica tra coordinatore unico e leader, o sulla preoccupazione di aderire o meno al partito socialista europeo per sentirsi fino in fondo di sinistra e trovare le giuste sfumature cromatiche.
Un grande partito che nasce con grandi aspirazioni non può più esimersi dal guardare a questo fronte e porlo in posizione primaria. Invece ho proprio la netta sensazione che si voglia fare out-sourcing, e affidare questa magagna planetaria tutta ai Verdi, alle associazioni ambientaliste o, magari, anche ai miei amici Fabio Fazio e Luca Mercalli di "Che tempo che fa".

Una tregua civile
Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera dell'11 maggio

Poteva essere una buona occasione per discutere del modello sociale italiano, per lanciare proposte su come aiutare le giovani coppie e le madri che lavorano. Invece il Family Day rischia di trasformarsi in una contrapposizione tra due diverse visioni della società. Nel nostro Paese vi sono già stati accesi confronti su questioni "eticamente sensibili". Ma questa volta toni e linguaggio hanno raggiunto asprezze preoccupanti. Se una manifestazione sulla famiglia mette in allerta le forze dell'ordine, gli appelli alla compostezza non bastano.
Ciò che occorre è una riflessione su come si dialoga in una società "civile", su come si decide in un sistema liberal-democratico. Ciascuno ha il diritto di dire ciò che pensa, alla politica spetta il compito di mediare. Ma sui temi eticamente sensibili (come il riconoscimento legale delle coppie di fatto) non è facile trovare compromessi: le parti in causa tendono a considerare i propri valori come "non negoziabili ". Vi sono due percorsi per risolvere questo tipo di conflitti. Il primo è quello della "tregua civile". Si prende atto che ci sono visioni non conciliabili sulla famiglia ma si ammette che la radicalizzazione del conflitto non giova a nessuno.
Si negozia un accordo, creando le condizioni per un modus vivendi tra soggetti con valori diversi ma che si sentono comunque parte della medesima comunità politica. Il secondo percorso è quello della "sintesi ragionevole ". Qui non si tratta solo di negoziare un compromesso perché conviene, ma di trovare un minimo comun denominatore che possa essere considerato anche "giusto ". Che di fronte a scelte di convivenza diverse dal matrimonio le gerarchie ecclesiastiche si arrocchino in un dogmatico "non possumus " è cosa che non sorprende.
Ma è davvero altrettanto impossibile per il mondo cattolico italiano individuare un terreno di condivisione "liberale" sul tema delle coppie di fatto? Una condivisione che parta dal riconoscimento che tutte le persone hanno pari dignità, che i cittadini devono essere tutti liberi ed eguali?

Proprio mentre l'Europa deve affrontare la sfida dell'Islam, vogliamo che nel nostro Paese le relazioni fra laici e cattolici regrediscano verso il confronto "irragionevole"? Può darsi che il disegno di legge sui Dico non rappresenti ancora un buon punto di equilibrio, ma è possibile migliorarlo in Parlamento. È poco probabile che dalle manifestazioni di domani arrivino suggerimenti ragionevoli. Ciò che però si deve chiedere ai manifestanti è di rispettare le regole del dialogo civile. Non solo nei comportamenti ma, per favore, anche nei toni e nelle parole.

 

I conti con Blair
Marcello Sorgi su La Stampa del 10 maggio

Anche se troverà il modo di ammorbidirla con qualche incarico internazionale, l'uscita di scena di Blair assomiglia a un tramonto, non solo per la disfatta elettorale in Scozia. È la fine di un'epoca. Per essere l'uomo che ha risollevato i laburisti da quattro sconfitte consecutive nell'era thatcheriana, li ha portati tre volte alla vittoria e gli ha assicurato un decennio al governo, per essere l'uomo a cui vengono riconosciuti una grande leadership e il merito di aver segnato il nuovo corso della sinistra europea, per essere il primo ministro che ha assicurato alla Gran Bretagna una crescita economica mai registrata prima, Blair se ne va senza riconoscenza, e senza pubblici riconoscimenti.

D'improvviso, il coro che aveva accompagnato i suoi esordi, i convegni, i saggi, i dibattiti, le molte e molte parole dedicate all'esempio del "New Labour", sembrano cancellati, tacitati, spariti. L'opinione prevalente è che l'ottimo Blair degli inizi si sia lasciato travolgere dallo sbaglio della guerra in Iraq, sacrificando tutto sé stesso a questa scelta, e arrivando perfino a mentire e a giocarsi l'onore.

Per carità, tutto vero. Ma è da vedere che questo errore finale possa bastare ad archiviare un'esperienza considerata la più innovativa, a cavallo tra i due secoli, in campo riformista. Il dubbio è invece che un ragionamento così sbrigativo possa servire a parte della sinistra, compresa quella italiana del neonato partito democratico, per evitare di fare i conti con le novità introdotte dal blairismo.

Blair infatti è stato l'unico leader laburista, socialista o socialdemocratico, ad aver preso, e in qualche modo scoperto, il capitalismo per quel che è. Senza tentare, come hanno fatto altri, di tosarlo o riformarlo, ma cercando di sfruttarne in senso sociale le opportunità e usandolo dichiaratamente come creatore di benessere e come motore di trasformazione della società. Una società, quella inglese, che a tutti i livelli, secondo i meriti e l'impegno dei singoli, ha potuto toccare con mano i vantaggi del capitalismo moderno e di una maggiore competitività: più lavoro, più possibilità di migliorare la propria qualità della vita, maggiore redistribuzione della ricchezza. Con questo genere di capitalismo, Blair – si può dire metaforicamente – ha avuto per tutti i suoi dieci anni un rapporto senza "se" e senza "ma".

La sua convinzione è stata fin dal primo momento che la mobilità sociale sarebbe stata comunque incentivata da un buon funzionamento dell'economia di mercato, e che al mercato andavano quindi indirizzate tutte le iniziative innovatrici del governo. Di qui, appunto, una politica volta ad attirare nel Regno Unito capitali stranieri in cerca di impiego, a incentivare le privatizzazioni, a detassare i gains, i vantaggi, per evitare i movimenti "mordi e fuggi" dei soggetti più audaci del mondo finanziario. In questo modo Blair ha reso Londra la piazza d'affari più appetibile, la città più cosmopolita e la capitale di un paese e di una società multiculturali che non hanno eguali al mondo. Ha attirato nella City, nel frattempo raddoppiata quanto a uffici e spazi destinati a nuove imprese, capitali arabi, indiani, pakistani, oltre a quelli degli oligarchi russi. Ha ridisegnato una sorta di "british way of life", moltiplicando interessi e investimenti su case, scuole, palestre, alimentazione, ristoranti, servizi pubblici, trasporti, salute, e creando attorno a questi settori una sorta di mercato nel mercato.

Che poi una parte delle riforme, a cominciare da quelle del sistema scolastico e sanitario, non abbia funzionato come doveva, in qualche caso abbia aggravato le rotture del tessuto sociale, e sia oggi oggetto di una revisione critica ai danni del blairismo, è un fatto che non necessariamente contraddice la bontà dei propositi blairiani. Se ne ricava, semmai, che le riforme tardano oltre le previsioni a produrre i propri effetti, e ancora che, se l'economia è veloce, finisce con il sottolineare questo ritardo.

Ma i cambiamenti restano, e prima o dopo portano risultati. Ad esempio, in Gran Bretagna, nuove esigenze dei mercati, del mondo del lavoro e accelerazione della mobilità sociale hanno richiesto, com'era da aspettarsi, la ridefinizione delle politiche d'immigrazione e di sicurezza. Nel Regno Unito, in sostanza, si entra per lavorare, si paga (se extracomunitari) per entrare, e ci si deve impegnare, dimostrandolo con un attestato di frequenza ai corsi, a imparare l'inglese. La selezione è severa, rigido l'elenco dei doveri, la violazione dei quali comporta sanzioni molto dure. E il sistema funziona.

Dopo aver dato, e poi frettolosamente ritirato, grande credito a Blair, le sinistre europee dovrebbero riflettere su tutto questo. Perché al di là dell'errore sulla guerra, di certe sue debolezze personali, di un'esagerata tendenza mediatico-spettacolare, e alla fine, ovviamente, della sua stanchezza, quello di Blair e del suo rapporto con l'economia mondiale globalizzata rimane infatti un esperimento unico, e forse il solo riuscito, di fronte a tanti tentativi falliti di riformare il capitalismo. Di cercare di farne un'impossibile variante del socialismo. Un ircocervo, un ibrido, alle volte un mostro.

 

Padoa Schioppa: "Riforme, ecco il mio piano"
Massimo Giannini su la Repubblica del 9 maggio

"I sindacati lo devono capire. La riforma delle pensioni va fatta, è un´occasione da non perdere". A poche ore dall´apertura del tavolo sul Welfare, Tommaso Padoa-Schioppa in un´intervista a Repubblica lancia il suo appello a Cgil, Cisl e Uil: "Capisco le loro difficoltà. Ma stavolta anche a Epifani, Bonanni e Angeletti chiedo di essere ambiziosi e coraggiosi, e di vincere la battaglia in casa loro, invece che di portarla sempre in casa d´altri". Il ministro del Tesoro è fiducioso. Ma alla sinistra sindacale dice: "Il negoziato non può durare in eterno, va chiuso in fretta". E alla sinistra politica ripete: con il "tesoretto" evitiamo la manovra 2008, se lo sprecassimo oggi "saremmo scellerati". Il risanamento dei conti è compiuto, la crescita economica supera le previsioni. Il ministro è soddisfatto: "Gradisce un caffè?", chiede all´intervistatore. È il segnale che le cose, per il Belpaese, vanno meglio davvero. Fino a qualche mese fa, per risparmiare denaro pubblico, nell´ufficio che ospitò Quintino Sella avevano tagliato anche i caffè. Oggi si respira un clima più rilassato. Missione compiuta, in un solo anno? "Non me lo aspettavo, ma ci speravo – risponde – la congiuntura ci ha aiutato, ma la risposta del Paese c´è stata, ed è stata superiore alle aspettative. Le imprese hanno reagito, c´è un clima molto positivo e la lotta all´evasione sta dando buoni risultati. Ma queste risposte non le avremmo avute, se non ci fosse un governo che ispira fiducia".

Ministro Padoa-Schioppa, non teme la solita, italica "sindrome da appagamento"?
"Questo è un rischio che mi preoccupa. L´anno scorso la prova più difficile era far sì che, dopo la campagna elettorale, ci si rendesse conto che occorreva una grande determinazione per il risanamento. Sembra una banalità, e invece allora non era affatto chiaro. Né per il governo uscente, né per la maggioranza vincente. In poco più di un mese, tra il giuramento del nuovo esecutivo e il Dpef, riuscimmo ad ottenere il pieno consenso della maggioranza. Oggi la sfida è diversa. Superata l´emergenza, l´incognita vera è verificare se nel Paese, nel governo, nella politica e nella società c´è un´ambizione che ci consenta di fare il vero salto di qualità".
È dura, con una coalizione piena di disfattisti che dicono "il governo non dura quindi spendiamo tutto", e di trionfalisti che dicono "abbiamo già vinto, quindi spendiamo tutto lo stesso".
"Non possiamo cadere in questa deriva, accontentandoci di aver rimesso la testa fuori dall´acqua e fermandoci lì. Lo considero un errore esiziale. La grande prova è questa: se abbiamo l´ambizione di fare davvero il salto in avanti, dobbiamo riconoscere che siamo ancora lontani dalla meta, e dobbiamo proporci obiettivi molti più importanti. Se non superiamo la prova, ci ripieghiamo su noi stessi. Non c´è più l´emergenza, c´è la mediocrità. Ma se invece superiamo la prova, allora succede davvero un fatto nuovo per questo Paese. Smettiamo di fare l´eterna rincorsa sui nostri partner internazionali, e cominciamo a fare con loro una vera e propria "gara di testa". In tutti i campi: la crescita, la competitività, la ricerca e l´università, le infrastrutture, i tavoli di concertazione, lo Stato Sociale. Per riuscirci serve l´impegno di tutti: forze politiche, governo, parti sociali".
Oggi comincia la trattativa su lavoro e previdenza. Cosa si aspetta da questo tavolo, finora assai improduttivo?
"Mi aspetto risposte all´altezza della sfida che ho appena descritto. Dobbiamo puntare ad un assetto del mercato del lavoro e delle relative tutele in cui si realizzi la piena accettazione della flessibilità, che è un dato ineludibile della tecnologia e del mercato globale, ma anche la fuoriuscita dalla precarietà, che invece è dannosa soprattutto per la generazione con meno di 40 anni. Vincere la sfida dell´eccellenza vuol dire proprio questo: porre il problema dei giovani al centro della questione del lavoro e della previdenza".
Cosa le fa pensare che il sindacato accetterà l´aumento dell´età pensionabile e la revisione dei coefficienti?
"Non entro nel dettaglio di una trattativa che dobbiamo ancora concludere. Ma ci sono due principi, ai quali non possiamo derogare. Il primo è che vi sono ancora oggi, per molte persone, trattamenti pensionistici insufficienti. Il secondo è che ogni ipotesi di riforma previdenziale deve avvenire nel rigoroso rispetto degli equilibri finanziari del sistema vigente che, piaccia o no, contempla tanto la legge Dini del ´95, tanto la legge Maroni del 2005".
Vuol dire che bisogna tener conto sia dell´impegno a rivedere i coefficienti, sia dello "scalone"?
"Questo è il quadro delle compatibilità normative. Ogni intervento di modifica deve essere "neutrale" dal punto di vista finanziario. D´altra parte, se lei va a rileggere il memorandum che firmammo con i sindacati nel settembre del 2006, troverà esattamente questi impegni, scritti nero su bianco".
Ma Cgil, Cisl e Uil già minacciano lo sciopero generale. Come fa ad essere ottimista, con questi chiari di luna?
"Non mi piace il termine "ottimista". Diciamo che sono fiducioso. Ho fiducia che le forze politiche e le organizzazioni sindacali capiscano che questa è un´occasione da non perdere. La perdemmo già una volta, nella legislatura 1996/2001, e il risultato fu la sconfitta elettorale e poi l´intervento della legge Maroni, compiuto in modo piuttosto rozzo e fortemente conflittuale. Ripetere oggi quella sequenza di errori sarebbe imperdonabile".

In questo momento la battaglia in casa vostra è sul "tesoretto". Cosa risponde a chi vuole usarlo tutto e subito?
"Capisco che quando si è stati stretti a lungo in una morsa, appena si ha la sensazione che la morsa si allenti, prevalga l´istinto immediato a muoversi. Ma in realtà le divergenze interne al governo su come usare le risorse aggiuntive sono meno aspre di quel che sembra. Ci sono due limiti accettati da tutti. Il primo: nessuno pensa che si possa fare a settembre una manovra correttiva sul 2008, per correggere un uso smodato delle risorse aggiuntive effettuato prima. Il secondo: nessuno pensa che si possa rompere la disciplina imposta dal Patto di stabilità".

A quanto ammonta questo "tesoretto"?
"Al momento possiamo contare su un miglioramento strutturale del nostro indebitamento netto pari a 8/10 miliardi di euro in più rispetto alle stime del settembre scorso. Secondo i patti con Bruxelles, siamo tenuti ad un aggiustamento strutturale di mezzo punto di Pil sul 2008. Questo vuol dire che, se vogliamo evitare una manovra correttiva nel prossimo autunno, 7,5 milioni sono "ipotecati" per quell´obiettivo. Le risorse aggiuntive che restano ammontano a circa 2,5 miliardi di euro".
E questo è quello che possiamo spendere?
"Direi di sì. La manovra correttiva per il 2008 l´abbiamo già fatta, e sta in quegli 8/10 miliardi di risorse aggiuntive. Saremmo scellerati se la disfacessimo ora, per poi doverla rifare fra tre mesi".
Non c´è molta benzina nel motore. Come si fa correre l´Italia, in queste condizioni?
"Questo è un punto fondamentale. Il Paese ha bisogno di risorse complessive superiori ai 2,5 miliardi. Per le infrastrutture, per il sostegno ai redditi più bassi, per gli investimenti in ricerca e sviluppo. Trovare queste risorse è possibile e necessario, a condizione di escludere due scorciatoie, entrambe improponibili. La prima: non si rompe il Patto di stabilità. La seconda: non si aumenta ancora la pressione fiscale".
Quindi mai più nuove tasse?
"È così. Fissati questi due argini, la via possibile è una sola: incidere sulla spesa pubblica. Cioè spendere meglio e, a parità di servizi resi, spendere meno. Io sto cercando di farlo qui al Tesoro, dove ci proponiamo di chiudere nei prossimi mesi 40 uffici provinciali del ministero e 40 della Ragioneria. Ora il nostro obiettivo è convincere tutti i settori della pubbliche amministrazioni, centrali e locali, a muoversi sulla stessa linea di riforme e risparmi: dalla sicurezza ai tribunali, dalle infrastrutture alle università".
Sono quegli sprechi che Prodi chiama "i costi della politica"?
"Chiamiamoli i costi delle funzioni pubbliche. Ho appena letto il gran bel libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, "La casta". Ciò che ora va fatto è tradurre questa eccellente inchiesta giornalistica in misure correttive. È il nostro vero "tesoro" nascosto. Si tratta solo di farlo emergere. Anche perché non bisogna alimentare un senso di ostilità nei confronti della politica, già troppo diffuso nell´opinione pubblica. Resto convinto che dalla cattiva politica si esca con la buona politica, e non con l´anti-politica".
E nella disputa Prodi-Rutelli sull´Ici lei come si schiera?
"In nessun modo. Le questioni di compatibilità di bilancio competono al mio ministero, quelle di priorità degli interventi devono rientrare in una sfera collegiale. Quello che posso dirle, è che dobbiamo fare riferimento alle tre categorie già usate in Finanziaria: risanamento, crescita, equità. E dunque, se sul risanamento si tratta ormai di mantenere la rotta e non di correggerla, adesso dobbiamo concentrarci sulla crescita e sull´equità".
Proprio la crescita resta il nostro tallone d´Achille: possiamo stare al traino della ripresa europea?
"Certo che no. Quest´anno cresceremo del 2%, secondo le nostre stime, e dell´1,9% secondo quelle della Ue. Sono livelli superiori alle stime, ma restano comunque inferiori alla media europea. Di nuovo: non possiamo accontentarci. Nei prossimi mesi dobbiamo perseguire tre grandi obiettivi. Il primo, appunto, è crescere stabilmente oltre il 2%. Il secondo è completare la riforma del nostro Stato Sociale, che è abbastanza avanzato per pensioni e sanità, ma ancora in parte inadeguato per la povertà e la disoccupazione. Il terzo, lo ripeto, è scommettere tutto sull´eccellenza".
"Vaste programme", le avrebbe risposto De Gaulle. Come pensa di riuscire a realizzarlo?
"Io ho due bussole. Una bussola mi dice che dobbiamo allungare oltre l´orizzonte. Non ragionare più di anno in anno, ma su una prospettiva di 5, 10 o 15 anni. La Germania ha impiegato un lustro, per realizzare un formidabile recupero di competitività. Un´altra bussola mi suggerisce che, in tutti i campi, dobbiamo separare il grano dal loglio, come dice la parabola. Distinguere ciò che è produttivo da ciò che è rendita. Incentivare fortemente il primo, e penalizzare severamente la seconda. In altri termini, dobbiamo fare quello che in Italia non si è fatto mai abbastanza: riconoscere il merito, e premiarlo".

Per concludere: cosa si devono aspettare gli italiani, sempre che questo governo duri? Altri sacrifici?
"Sacrifici non è la parola giusta. Meglio parlare di impegni e di sforzi che devono riguardare tutti. Il governo può creare un clima, ma poi la spinta vera deve venire dalla società, dalle classi dirigenti e dai cittadini. Non adagiamoci su ciò che si è fatto. Il Paese non si deve accontentare del poco. Se saremo poco ambiziosi, saremo sempre poco soddisfatti. È questa la sfida, per l´Italia di oggi".

 

Aiuto, sto diventando razzista
Lettera a la Repubblica del 7 maggio

Gentile Augias, ho 49 anni, vivo a Roma, lavoro al Quirinale, ho studiato, leggo buoni libri (credo e spero), mi interesso di politica, leggo ogni giorno 2 quotidiani, guardo in tv Ballarò e Matrix e voto a sinistra, sono stato candidato municipale per la Lista Roma per Veltroni. Cerco di insegnare alle mie figlie i valori della tolleranza e della nonviolenza, dell´importanza dell´istruzione, delle buone letture e dello studio, l´etica del lavoro e del sacrificio per ottenere qualcosa di duraturo e vero nella vita.
Lotto ogni giorno, al loro fianco, contro la cultura del nulla e dell´apparire, contro i Tronisti e le Veline e i Grandi Fratelli.
Ma questo è un altro discorso e quindi torno subito a me ed alla mia richiesta di aiuto.
A 49 anni sto diventando un grandissimo razzista e non riesco a sopportarlo.
Non c´è stata una molla scatenante, un atto di violenza compiuto verso di me o la mia famiglia o amici, ma un continuo stillicidio di fatti letti, di violenza vista, di sicumera da impunità, di moralità calpestata, di identità violata e violentata, di fatti raccontati da persone sconosciute su un tram o una metropolitana.
Ad una signora anziana che ha tossito (forte e ripetutamente) sul tram la giovane ragazza slava seduta davanti a lei ha detto: "Se sei malata devi scendere, vecchia!!". Alle mie rimostranze sia la ragazza che il suo accompagnatore hanno semplicemente risposto: "Tu che c..o vuoi, fatti i c.. i tua", proprio così tua, alla romana.
Altro giro sul tram, affollato. Sale una vecchietta, si avvicina ad una ragazza di colore, la più vicina all´entrata e seduta tra altre 2 persone anziane e, gentilmente, le chiede il posto: prima non risponde e poi, all´insistenza dell´anziana biascica un "vaffanc.. vecchia puttana". Il vecchietto seduto si alza per darle il posto: io intervengo per dire che non è giusto, lei è giovane e può benissimo alzarsi per una vecchietta. Quella si alza, mi guarda, dice qualcosa e poi mi sputa la gomma americana che ciancicava: l´ho presa per il colletto e l´ho sbattuta fuori dal tram, alla fermata. Tutti ad applaudire ma io mi sono vergognato come un ladro per la mia reazione ed alla fermata successiva sono sceso.
Lavorando al Quirinale ogni tanto vado a comprare un panino in piazza Fontana di Trevi: ho sventato 2 borseggi da parte delle zingarelle. Ad un turista di Palermo ho fatto recuperare tutto il bottino che gli era stato trafugato e, appena mi accorgo della loro presenza di branco in caccia, avverto la polizia che staziona alla fontana: nessuno si muove perché devono stare vicino alle moto o alle macchine.
Ed allora capisco che Fontana di Trevi è terra di nessuno, tra decine di venditori di pistolette che fanno le bolle di sapone e di quegli aggeggi rumorosissimi che si lanciano in aria e fanno il verso dei grilli mentre le bande imperversano.
Di fronte agli stupri che avvengono, troppo frequentemente, in varie città italiane, mi chiedo: e se io stuprassi una giovane araba alla Mecca o a Casablanca, se venissi preso dalla locale polizia a cosa andrei incontro? E se a Bucarest, in metropolitana, avessi accoltellato un giovane rumeno per una spinta ricevuta, che mi avrebbero fatto le locali autorità? Perché devo essere sempre buono ed accogliente con i nomadi, ahi tasto dolentissimo e pericolosissimo, quando questi rubano, si ubriacano, violano la mia casa e la mia intimità, quando rovistano nei cassonetti e buttano tutto fuori, quando mendicano con cattiveria e violenza, quando bastonano le immigrate che non vogliono prostituirsi, quando sbattono i bambini in strada o mandano i figli a scuola con i pidocchi?
Perché se chiedo l´espulsione immediata dei clandestini violenti e ladri e meretrici e protettori di meretrici vengo immediatamente accostato a Eichmann?
Perché lo schieramento politico che mi rappresenta, se io chiedo certezza delle pene e della detenzione, mi risponde con Mastella che nomina direttore generale del Ministero di Grazia e Giustizia quel Nuvoli Gianpaolo che, secoli fa ormai, ai tempi di Mani Pulite, ebbe a dire di Borrelli "se il procuratore fosse condotto alla forca sarei in prima fila per assistere all´esecuzione"?
Perché quando Fini, allora competitor di Rutelli a sindaco di Roma, propose di spostare i campi nomadi fuori dal Gra di Roma, tutti noi della sinistra (quindi me incluso ed in prima fila) gridammo "tutti i fascisti fuori dal raccordo" ed ora, a più di quindici anni di distanza, prevale l´idea del mio sindaco e del prefetto di compiere in tutta fretta questa operazione smentendo così, sostanzialmente, tutta la politica fin qui seguita dell´integrazione e dell´accoglienza solidale?

Sta crescendo ogni giorno di più l´intolleranza, sta montando l´odio per lo straniero e nessuno fa nulla per spegnere queste pericolosissime braci. Centinaia di persone come me, che hanno sempre litigato con tutti per difendere chi entra in questo Paese, che si sono battute come leoni contro l´intolleranza e la violenza xenofoba, sono stremate e ridotte, ormai, alla schizofrenia. Io voglio spegnere quelle braci prima che si trasformino in un incendio di rancori e violenza, non voglio lasciare più il monopolio della legalità alla destra e quindi non capisco, perché dare il voto locale agli immigrati, dopo 5 anni di permanenza nel nostro Paese, quando in nessun grande Paese dell´Europa Occidentale questo avviene.
So benissimo, come tutti gli italiani, che in Italia, ogni giorno, mille e più reati, anche odiosissimi, vengono compiuti da miei connazionali, nessuno crede veramente che la sicurezza venga messa a repentaglio solo dagli immigrati, non voglio e mi opporrò con tutte le mie forze al dagli allo straniero. Ma voglio legalità, voglio la cultura della legalità in questo benedetto Paese, voglio che chi sbaglia paghi.
Claudio Poverini

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