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Rassegna stampa del 6 aprile – nazionale

6 Aprile 2007

Il popolo dei gazebo sfida le segreterie
Fabio Martini su La Stampa del 6 aprile

L'offensiva della Chiesa
Paolo Flores d'Arcais su la Repubblica del 5 aprile

Il referendum da difendere
Michele Salvati sul Corriere della Sera del 5 aprile

Il pesce d'aprile
Tito Boeri su La Stampa del 4 aprile

Il popolo dei gazebo sfida le segreterie
Fabio Martini su La Stampa del 6 aprile

ROMA. Gli amici di Francavilla a Mare sono stati proprio contenti di rivederlo, anche perché il loro Franco non era mai mancato agli ultimi congressi abruzzesi della Dc, del Ppi, della Margherita. Ma da dieci mesi Franco Marini non è più un capo-apparato e la partecipazione del presidente del Senato al congresso regionale della Margherita, sabato scorso alla sala Sirena di Francavilla, va sicuramente annoverata tra gli eventi irrituali. Ma è anche la prova dell'irrinunciabile rapporto «fisico» che alcuni personaggi nati nella Prima Repubblica mantengono con la gente di partito, con gli apparati.

L'orgoglio dei leader
Un rapporto che vale per Franco Marini, ma anche per personaggi come Piero Fassino e Massimo D'Alema: tutti «figli del partito», orgogliosi di esserlo. E proprio per la forza di questo legame, lo strappo deciso in queste ore (seppure in via informale) dai leader dei Ds e della Margherita ha il sapore di una piccola rivoluzione, una sfida in mare aperto senza precedenti nella storia dei partiti italiani.

Appesantiti da due congressi senza appeal (in casa Ds una scissione, in casa Dl lo scontro sulla leadership), pressati dall'accusa di una fusione gelida tra apparati, i capi della Quercia e della Margherita hanno capito che serviva una scossa e hanno ceduto quasi di schianto: hanno fatto trapelare la notizia che l'Assemblea costituente del partito democratico nel prossimo autunno potrà essere eletta non solo dagli iscritti dei due partiti, ma anche da cittadini senza tessera che vorranno iscriversi alla nuova formazione politica in divenire.

Si prepara una pirotecnica battaglia del tipo tesserati contro senza-partito? Popolo degli apparati contro quello dei gazebo? Si può già immaginare una lista D'Alema-Marini-Fassino-Rutelli contro una lista Veltroni-Parisi-movimenti, con la benedizione di Prodi? Si tratta ancora di un gioco virtuale, ma i primi conti sono eloquenti: i Ds dichiarano 650.000 iscritti e la Margherita 450.000 e anche se i partecipanti ai congressi locali sono stati complessivamente circa un terzo, i due partiti sulla carta possono schierare poco più di un milione di tesserati. Ma almeno altrettanti – e forse anche più secondo i primo calcoli – potrebbero essere i cittadini senza-partito, attratti dalla possibilità di iscriversi e votare nei gazebo, scegliendo tra le liste contrapposte che si presenteranno con programmi diversi per le elezioni della Costituente del partito democratico. Certo, Ds e Margherita devono ancora consumare i loro congressi e lo faranno tra il 19 e il 22 aprile in parziale sovrapposizione. Certo, l'Assemblea costituente del partito democratico dovrebbe tenersi nell'autunno del 2007 e il primo congresso della nuova formazione nella primavera del 2008. Eppure, le due anime del futuro partito sono già in conflitto tra loro. Lo conferma l'ultima polemica di giornata.

Ieri il segretario ds Piero Fassino ha attaccato il ministro della Difesa Arturo Parisi: «Basta con i sermoni», «chiedo rispetto per me e per tutte le persone che si spendono per la costruzione del Partito democratico: quando 250.000 persone vanno a votare ai congressi dei Ds, questo prova che non si tratta di un'operazione burocratica né di una fusione fredda», «è sbagliato darne una rappresentazione caricaturale e frustrante», «tutto questo ha da cessare!».

L'ultima schermaglia
E il ministro della Difesa, l'«inventore» dell'Ulivo, delle liste unitaria e delle primarie, ha replicato: «Di cosa si lamenta Fassino? Del fatto che io abbia espresso insoddisfazione per il modo in cui si sono svolti i congressi del mio partito? Da Fassino, che conosco come persona seria, mi aspetto un contributo per far nascere un partito nuovo, coinvolgente». E per chiudere una battuta sulfurea: «Non basta partecipare ai congressi di sezione, occorre parlare all'Italia reale per capirne la voglia di cambiamento e di partecipazione».

Nella schermaglia tra loro, Fassino e Parisi, c'è qualcosa di indicibile per entrambi. Il segretario Ds «rimprovera» Parisi perché ha saputo dei contatti riservati tra il ministro della Difesa e Walter Veltroni, una saldatura che potrebbe rivelarsi esiziale per le nomenclature di partito. E come ammette a microfoni spenti uno dei capi della Margherita proprio «il timore di una imminente scesa in campo di Romano Prodi» ha indotto i capi-partito all'apertura sulle primarie per la Costituente.

Andare oltre
La svolta dei partiti ha preso in contropiede gli ulivisti, che speravano di tirarla per lunghe e coinvolgere Walter Veltroni come «capolista» alle primarie per la Costituente. Ma il sindaco di Roma lo ha già confidato: «Non ha senso fare operazioni contro i partiti, semmai bisogna andare oltre».

E così, il primo atto della lunga sfida tra la «corrente dei partiti» e quella degli ulivisti si è risolta in un curioso ribaltamento dei ruoli: i partiti provano ad assorbire il «popolo dei gazebo», gli ulivisti cercano di farsi partito, ma per il momento devono scontare il «gran rifiuto», per ora informale, di Walter Veltroni.

L'offensiva della Chiesa
Paolo Flores d'Arcais su la Repubblica del 5 aprile

La modernità che conosciamo, la modernità occidentale che porta alla democrazia, si fonda sull´idea di autonomia dell´uomo. Autos nomos, l´uomo che è legge (nomos) a se stesso (autos). L´uomo è dunque sovrano, stabilisce la propria legge, anziché riceverla dall´Alto e dall´Altro, da un Dio trascendente. L´uomo è libero proprio perché non è più costretto ad obbedire a norme che gli vengono imposte dall´esterno (eteros nomos, eteronomia), ma in realtà dai poteri terreni che quella volontà divina pretendono di incarnare (Papi e/o Re). La premessa della modernità è l´autonomia, la sua promessa è la sovranità dell´autogoverno.
Il lungo papato di Karol Wojtyla ha costituito una ininterrotta denuncia e critica di questa modernità (modernità incompiuta, si badi: le democrazie realmente esistenti sono ben lungi dal realizzare la sovranità dei cittadini). Il Papa polacco ha denunciato l´illuminismo come l´alambicco che ha prodotto – proprio a partire dalla pretesa dell´autonomia dell´uomo – il nichilismo morale e di conseguenza i totalitarismi del XX secolo e i loro omicidi di massa. Voltaire all´origine dei Lager e del Gulag, insomma!
Tanto Wojtyla quanto il suo successore hanno fatto dunque propria la celebre frase di Dostoevskij: "Se Dio non esiste, tutto è permesso". Joseph Ratzinger, che di Papa Wojtyla è stato del resto il principale ideologo, sta solo radicalizzando l´anatema di Giovanni Paolo II contro la modernità, e lo sta inquadrando in una vera strategia culturale e politica. In una efficace crociata oscurantista, che ha oggi nuove possibilità di successo (almeno parziale) grazie anche al clima di fondamentalismo cristiano che sta accompagnando negli Usa la presidenza Bush.

Queste cose venivano – ahimè – perdonate a Wojtyla (anche dal mondo laico) per via del suo "pacifismo". Joseph Ratzinger ha invece avviato una fase nuova: è convinto che la crisi delle democrazie offra alla Chiesa maggiori e insperati spazi di influenza, sia presso la classe politica sia presso i cittadini. La strategia è esplicita anche nei tempi e nei luoghi: l´Italia è considerata l´anello debole, dove sperimentare inizialmente questa vera e propria "riconquista", per passare poi alla Spagna, senza perdere le speranze per una futura azione in Germania. La Francia, allo stato attuale, sembra ancora troppo radicata nella sua laicità repubblicana, perché una crociata culturale e politica oscurantista sia ipotizzabile.
Il cuore di questa strategia, cioè il fronte comune delle religioni contro l´illuminismo dell´uomo autonomo, è destinata all´insuccesso. Ogni religione pretende di essere "più vera" delle altre, il conflitto seguito al discorso di Ratisbona non resterà l´unico.
Ma i danni che questa nuova santa alleanza cattolico-islamica (e di parti crescenti dell´ebraismo, oltre che dei protestantesimi di nord e sud America) sta producendo nella sua pars destruens contro la democrazia sono già ingenti. In Italia il 70% dei cittadini si è dichiarato a favore dell´eutanasia, ma la Chiesa è riuscita a bloccare perfino una legge incredibilmente moderata sulle coppie di fatto. E per il 12 maggio è prevista una gigantesca manifestazione clericale di massa benedetta dalla conferenza episcopale italiana. E come da copione, anche quella spagnola annuncia una nuova fase offensiva. Mentre il mondo laico, per disattenzione o per opportunismo, tace (e l´attacco contro la scienza darwiniana intanto dilaga, dalla Casa Bianca alla cattedrale di Vienna).

Il referendum da difendere
Michele Salvati sul Corriere della Sera del 5 aprile

Sulle riforme elettorali e costituzionali incombe una vecchia dannazione: quanto più sono necessarie, tanto meno è probabile che si riescano a fare. Sono necessarie per costringere i soggetti politici a comportamenti che corrispondano all'interesse nazionale ma che contrastano con il loro interesse individuale. Sono improbabili perché, per farle, occorre il consenso di un gran numero di soggetti su una proposta comune, che inevitabilmente lede gli interessi di qualcuno. Il dibattito che è in corso da alcune settimane sulla riforma elettorale, e che è arrivato a una stretta nei primi giorni di questa, conferma appieno la presenza della vecchia dannazione.

La soluzione presentata dal centrosinistra, per quanto se ne sa, è meno definita in molti aspetti importanti. Essa si collega a proposte di riforme costituzionali ragionevoli, soprattutto all'eliminazione dell'attuale bicameralismo perfetto. Si tratta però di riforme che il centrodestra non ha alcuna voglia di concedere, pur condividendole, perché i tempi di una riforma costituzionale sono piuttosto lunghi e probabilmente spera di dare la famosa "spallata" prima.
Ma essa sta suscitando forti dissensi interni alla coalizione, soprattutto per il suo preambolo, la bocciatura del referendum, definito come "strumento assolutamente inadeguato a raggiungere gli obiettivi di riforma elettorale". Nei due partiti più grandi, fino a ieri, le forze favorevoli al referendum (quantomeno come "pistola fumante", come strumento per costringere a una riforma parlamentare che rafforzi il bipolarismo) erano consistenti e solo le preoccupazioni di Prodi per la tenuta del governo, e i timori di Ds e Dl per l'andamento delle prossime elezioni amministrative in caso di dissenso dei "piccoli" della coalizione, possono aver indotto a una presa di posizione così recisa. Sono poi vere le osservazioni di Rutelli circa le difficoltà che la legge risultante dal referendum porrebbe al futuro Partito democratico: ma il referendum è stato fatto apposta affinché il Parlamento approvasse una buona legge elettorale, non una versione appena emendata del Porcellum, che al Partito democratico creerebbe difficoltà ancor maggiori.
Il potere di interdizione dei "piccoli" del centrosinistra sembra (per ora?) avere avuto la meglio a conferma della vecchia dannazione circa l'impossibilità di riforme elettorali serie in Parlamento. Turandoci il naso, non ci resta che il referendum.

Il pesce d'aprile
Tito Boeri su La Stampa del 4 aprile

Forse un giorno si girerà un film sulla vicenda Telecom, speriamo non solo di spionaggio. I colpi di scena certo non mancano. L'ultimo, quello maturato nella Domenica delle palme, sta scatenando una nuova guerra di religione, in tempi in cui di nuove crociate non si sentiva proprio la mancanza. Da una parte, si tuona alla "lesa sovranità nazionale" e si denuncia lo "shopping straniero di beni strategici", dall'altra si teorizza che il governo dovrebbe disinteressarsi della vicenda. Il paradosso è che il vero problema messo a nudo da questa vicenda rischia di passare inosservato, col risultato di permettere di rinviare una volta di più l'unica vera guerra che oggi è legittimo combattere: quella alle strutture piramidali del capitalismo italiano. Queste strutture proprietarie permettono di acquisire il controllo di società quotate attraverso le controllanti con un esborso molto contenuto.
Il pesce d'aprile recapitato da Marco Tronchetti Provera lede la sovranità degli azionisti, non quella nazionale. Gli americani di AT&T e i messicani di América Móvil rischiano di assumere il controllo di Telecom comprando solo due terzi di una società che detiene il 18 per cento del capitale di Telecom. In altre parole, con solo un dodicesimo del capitale di Telecom in mano si possono decidere le sorti della più grande impresa italiana, quella che oggi offre lavoro a 80 mila persone. Quando il controllo è esercitato da una quota così ristretta dell'azionariato vi è un rischio molto forte che questo potere venga utilizzato contro gli interessi della maggioranza degli azionisti.

Il premio pagato per acquisire il controllo di una società in genere permette meglio di selezionare i futuri gestori. Solo chi ha un piano industriale valido ha infatti interesse a pagare questo prezzo. Ma quando il sovrapprezzo lo si paga solo sulla controllante, questo processo di selezione non c'è più e rischia di consegnarci un gruppo di controllo che non è capace di gestire l'azienda, come è avvenuto in questi anni.
Il peso che hanno le piramidi in Italia contribuisce a spiegare perché da noi la percentuale di persone che hanno azioni in portafoglio sia sui livelli della Turchia e nettamente inferiore a quella di altri Paesi con il nostro livello di reddito pro capite.
Invece di azzuffarsi sull'italianità bisognerebbe allora prendere spunto dalla vicenda Telecom per riflettere su cosa si può fare per impedire che si possa acquisire il controllo di una società quotata attraverso la controllante. È troppo sperare che i nostri governanti ci penseranno?

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