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Urbanistica di destra, urbanistica di sinistra

14 Marzo 2007

20070314caseDopo l’approvazione del Pgt, superando le ormai stucchevoli polemiche, qualche riflessione sulle politiche urbanistiche di Monza e sui loro protagonisti.

L’urbanistica è sempre terreno di aspra contesa nell’amministrazione di qualsiasi città. In ballo ci sono da un lato gli interessi dei proprietari di case e terreni e dei costruttori, dall’altro quelli della generalità dei cittadini. Non sempre le due cose vanno di pari passo ma, parimenti, non sempre entrano in conflitto.

Da quando le leggi hanno regolamentato la materia, un’Amministrazione avveduta può riuscire a conciliare esigenze diverse con reciproca soddisfazione: lo strumento principale è quello delle opere di urbanizzazione e degli standard. In cambio del permesso a costruire, l’immobiliarista si impegna a realizzare giardini, parcheggi, piste ciclabili, centri civici di quartiere. In questo modo si costruisce e si migliora la città.

È una soluzione a cui l’assessore Alfredo Viganò, e la Giunta di cui fa parte, sono largamente ricorsi in questi ultimi anni. Basta andare in giro per la città per rendersi conto che a ogni nuovo edificio realizzato è corrisposta una significativa risistemazione delle aree adiacenti. E i progetti che sono in corso di realizzazione portano, in misura ancora maggiore, la medesima impronta.

L’altro strumento di cui l’Amministrazione dispone per rinnovare la città senza “cementificarla” è quello della riqualificazione delle aree dimesse. Invece di occupare terreno libero per nuove costruzioni, queste sorgono laddove preesisteva un fabbricato, magari modificandone la destinazione d’uso: in questo modo si eliminano dei ruderi, che spesso deturpano intere zone di città e le si riqualifica. Anche questo è una soluzione alla quale Vigano si è abbondantemente affidato, visto che l’80% delle nuove costruzioni realizzate o previste nel Pgt sono su aree già edificate.

A questo punto sorge spontanea una domanda: perché nessuno ci aveva mai pensato prima?

Perché, dopo il sacco edilizio degli anni ’50 e ’60 quando, in assenza di tutele, si costruiva in modo selvaggio e irresponsabile, perché anche dopo, quando già erano intervenute leggi che consentivano salvaguardie urbanistiche, le Amministrazioni che si sono succedute hanno largamente concesso edificazioni su terreni liberi, sacrificando  migliaia di prati e di alberi, estirpando le poche zone agricole che ancora sopravvivevano ai margini della città?

E perché, a fronte delle colate di cemento che hanno sommerso disordinatamente Triante e Cazzaniga, San Giuseppe e San Fruttuoso, San Rocco e Viale Libertà, non si è ricorsi alle opere di urbanizzazione e agli standard per creare la strade, i parcheggi, i giardini di cui i nuovi quartieri avevano bisogno?

E perché i ruderi abbandonati sono rimasti tali per decenni e non si è mai pensato di mettersi intorno a un tavolo con le proprietà per procedere alla loro riqualificazione?

Dove erano allora Rosella Panzeri, che ha violentemente contrastato il piano urbanistico di questa Giunta, e Marco Mariani che ora si candida a guidare una prossima Amministrazione sostenendo che quella attuale ha “tradito” la città?

Hanno seduto a turno sulla poltrona di sindaco e hanno fatto poco o nulla, né per impedire lo scempio di Monza, né per migliorarla.

Eppure avevano a disposizione gli stessi strumenti che ha avuto Alfredo Viganò: solo che non li hanno voluti, o saputi, usare.

Dove erano i consiglieri comunali dell’opposizione che si sono stracciati le vesti gridando alla cementificazione provocata dal nuovo Pgt?

Molti di loro sedevano sugli stessi banchi, ma in posizione di maggioranza ed erano loro che decidevano cosa si potesse costruire, dove e come.

È quasi comico che queste opposizioni si ergano ora a paladine del rispetto della città che hanno così largamente contribuito a lasciar deturpare. Ed è quasi grottesco che certe cose le dica chi vorrebbe consentire al fratello del loro padrone politico di costruire quasi 400 mila metri cubi di case sul polmone verde della Cascinazza.

Tutto ciò dimostra come l’Urbanistica non sia un argomento squisitamente tecnico ma che abbia contenuti politici profondi. Può rispondere a un modello di sviluppo che vede le esigenze generali della città prevalere sugli interessi economici particolari o può adattarsi allo stile corsaro dei palazzinari più spregiudicati, può essere democratica o èlitaria, può essere rispettosa dell’ambiente o meno. Insomma, può essere di destra o di sinistra. E le differenze, come i risultati, si vedono.

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