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Rassegna stampa del 6 marzo – nazionale

6 Marzo 2007

Dico, il testo arriva in Senato
Virginia Piccolillo sul Corriere della Sera del 6 marzo

Se il pianeta resta senz'acqua
Fred Pearce su la Repubblica del 6 marzo

 Centrodestra in ordine sparso
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera  del 5 marzo

Berlusconi comunica, la sinistra no
Sebastiano Vassalli su La Stampa  del 5 marzo

La missione impossibile del governo Prodi
Eugenio Scalfari su la Repubblica del 4 marzo

 

 

 
Dico, il testo arriva in Senato
Virginia Piccolillo sul Corriere della Sera del 6 marzo

ROMA – È il giorno dei Dico. La commissione Giustizia del Senato accende i riflettori sul ddl, tra le polemiche e 10 testi da esaminare. I cattolici si mobilitano. Monsignor Elio Sgreccia, presidente della pontificia Accademia per la vita, li invita a «fare di tutto» perché provvedimenti come questo «non passino». Sfidando le accuse di «oscurantismo» venute, anche ieri, dalla Rosa nel pugno. Con i Dico «viene screditato non il matrimonio religioso, ma il matrimonio tout court», avverte monsignor Sgreccia che si dice scettico sul fatto che un «legame tra persone dello stesso sesso sia salutare per la loro socializzazione» e parla di rapporti contro la «legge naturale ». E, sulla scorta del monito lanciato dal cardinal Ruini («cattolici svegliatevi»), invita a osteggiare il ddl. Lo faranno Giulio Andreotti che non è «contrario a una regolamentazione, ma mettere in una legge le coppie di fatto, anche dello stesso sesso, mi sembra vada oltre», Giuseppe Pisanu (FI) («I Dico sono pacs travestiti») e Luigi Pallaro («Non spenderei neanche un centesimo »).
La Margherita con Pierluigi Castagnetti chiede «una pausa di riflessione». Follini non «scaglia anatemi», ma vuole priorità per la famiglia. La capogruppo Ulivo Anna Finocchiaro invita a discutere «senza ideologizzare» e il ministro Pecoraro Scanio parla di «arretratezza culturale assurda». Il presidente della commissione Cesare Salvi tenterà una mediazione. «Non voglio né accelerare, né insabbiare», annuncia. «Seguiremo le indicazioni di Prodi che aveva detto: "Scelga il Parlamento"». Il testo Pollastrini-Bindi sarà esaminato se il ddl sul caporalato e il decreto sul calcio violento ne lasceranno il tempo. Poi verrà accantonato. Dopo un monitoraggio Salvi vuole arrivare a un testo unico delle leggi e leggine già esistenti sui diritti alle coppie di fatto. Il testo base dovrebbe essere quello di Alfredo Biondi (FI). «È un contratto per l'unione solidale da stipulare per persone di qualsiasi sesso davanti a un notaio» spiega Biondi che avverte: «Non farò da cavallo di Troia per reinserire i Dico». Ma stasera in una riunione di Forza Italia si discuterà se sarà questa la prima prova tecnica di «maggioranza variabile».

Se il pianeta resta senz'acqua
Fred Pearce su la Repubblica del 6 marzo

In tutto il mondo alcuni dei fiumi più grandi – quelli che noi tutti ricordiamo di aver studiato a scuola – sono sempre più in secca. Per buona parte dell´anno il fiume Giallo in Cina, l´Indo in Pakistan, il Murray in Australia, il Colorado negli Stati Uniti e il Nilo in Egitto praticamente non convogliano più acqua nel mare. Negli ultimi due anni in alcuni punti si è abbassato di livello perfino il possente Rio delle Amazzoni, che da solo trasporta un quinto di tutta l´acqua di tutti i fiumi della Terra. E il Po in Italia nelle ultime estati ha fatto registrare livelli al minimo storico.
Gli atlanti non dicono più il vero. In Asia centrale l´antico fiume Oxus non raggiunge più le sponde del lago d´Aral: la sua acqua è prelevata per le coltivazioni di cotone. Il lago d´Aral un tempo era il quarto più grande "mare" interno del mondo. Oggi è soltanto un deposito di sale in pieno deserto. Se ci si ferma in piedi in corrispondenza della vecchia linea costiera del Mynak in Uzbekistan, davanti a sé si scorge lo spoglio letto del mare – un nuovo deserto – che si distende per oltre cento chilometri.
Il problema è in parte una conseguenza del cambiamento del clima. Alle sorgenti di tutti questi fiumi le precipitazioni sono diventate scarse. Buona parte dell´area mediterranea, Italia inclusa, sta diventando sempre più secca e i modelli climatici prevedono che in futuro le aree aride del pianeta diventeranno ancora più aride. In realtà, i nostri fiumi si stanno prosciugando essenzialmente a causa del nostro eccessivo consumo di acqua, destinata soprattutto all´irrigazione. L´agricoltura è responsabile dei due terzi di tutta l´acqua che gli esseri umani prelevano dalla natura nel mondo. In Italia questa percentuale sale intorno al 50 per cento, e nelle regioni molto aride tale quantità aumenta ancor più, raggiungendo il 90.
L´anno scorso ingegneri, politici e finanzieri convenuti a Città del Messico in occasione del World Water Forum che si tiene ogni tre anni hanno suggerito di creare molte più dighe e di definire nuovi parametri di prelievo dell´acqua per far fronte alla crescente domanda in tutto il mondo di acqua pulita. Ma a che scopo erigere altre dighe, se i fiumi si stanno già prosciugando?
In molti Paesi stiamo esaurendo anche le riserve idriche sotterranee, sia legalmente sia illegalmente. Si calcola che l´Italia abbia più di un milione di pozzi illegali. In India, dove i fiumi sono già secchi per buona parte dell´anno, negli ultimi dieci anni i coltivatori hanno scavato oltre venti milioni di condutture sotterranee sotto i loro campi, al fine di prelevare l´acqua presente in profondità. Poiché le loro pompe funzionano 24 ore al giorno, le falde freatiche si stanno rapidamente abbassando. Di recente i ricercatori hanno calcolato che ogni anno i coltivatori prelevano la sbalorditiva quantità di cento chilometri cubici d´acqua in più di quello che le precipitazioni riescono a sostituire. Attualmente l´India è autosufficiente da questo punto di vista, ma come numerosi altri Paesi asiatici sta per esaurire il tempo e l´acqua a sua disposizione.
I presupposti di questa emergente crisi idrica globale risalgono alla "rivoluzione verde", la crociata scientifica combattuta negli anni Settanta e Ottanta per produrre nuove varietà di colture ad alto rendimento con le quali dar da mangiare alla popolazione terrestre che stava crescendo a ritmi incalzanti.
Allora si temeva che miliardi di persone avrebbero potuto morire di fame di questi nostri tempi. Così non è stato. La "rivoluzione verde" ha fatto il suo dovere, producendo maggiori quantità di cibo. Ma ciò ha avuto un suo costo.

La quantità di acqua che occorre per riempire la nostra borsa della spesa è impressionante. Occorrono cinquemila litri di acqua per ottenere un chilo di riso, 11 mila per far crescere il foraggio sufficiente ad alimentare una mucca affinché questa ci dia un hamburger, tremila per un sacchetto da un chilo di zucchero e 20 mila per ottenere un barattolo da un chilo di caffè. Con simili presupposti, non stupisce che nel mondo l´acqua scarseggi, o che le organizzazioni delle Nazioni Unite che si occupano di cibo e agricoltura affermino che in almeno un terzo dei campi coltivati esistenti al mondo "l´acqua, e non la terra, è il vero vincolo" per la produzione.
Non stupisce neppure che le tensioni internazionali per il controllo sulle risorse idriche stiano moltiplicandosi. Allorché un Paese a monte riesce a dare fondo alle acque di un fiume prima che questo attraversi il confine, la popolazione confinante a valle comprensibilmente è molto preoccupata. Le dighe erette in Turchia possono prosciugare completamente l´Eufrate prima che questo arrivi a scorrere in Siria e in Iraq. Gli Stati Uniti svuotano pressoché del tutto il Rio Grande e il Colorado prima che questi corsi d´acqua riescano ad attraversare il confine messicano. Israele preleva tutta l´acqua del fiume Giordano prima ancora che esso arrivi a scorrere nel Paese dal quale prende il nome. Le guerre per l´acqua sono imminenti.
L´acqua in natura si ricicla naturalmente: evapora dagli oceani e ricade sulla Terra sotto forma di pioggia. Ciò nonostante abbiamo soltanto una data quantità di acqua a disposizione. La buona notizia è che possiamo utilizzarla più efficientemente. In India migliaia di villaggi hanno iniziato a raccogliere l´acqua delle precipitazioni monsoniche che cadono ogni estate e a immagazzinarla in bacini e pozzi. "Raccogliere l´acqua piovana" non è certo una novità, ovviamente. Un tempo raccogliere l´acqua dal tetto delle abitazioni e immagazzinarla in seguito in agricoltura era prassi usuale dalla Toscana a Kathmandu. Più avanti, però, si è iniziato a fare affidamento soltanto sulle riserve idriche pubbliche. Ora che i fiumi si stanno prosciugando, in ogni caso, raccogliere l´acqua piovana è un sistema che sta sicuramente riprendendo piede.
Dobbiamo anche riciclare l´acqua e adoperarci per ridurre le sempre più esorbitanti perdite che si verificano in buona parte dei sistemi idrici. L´evaporazione che ha luogo dalle riserve idriche, per esempio, è esorbitante. Il lago Nasser, situato dietro l´Alta Diga di Assuan in Egitto, nel deserto nubiano, per l´evaporazione perde più acqua ogni anno di quanta l´Italia intera ne consumi nello stesso arco di tempo. Le piccole riserve idriche situate in varie zone d´Italia ogni anno arrivano a perdere il 40 per cento del loro contenuto.

Gli ingegneri parlano e discutono molto di come reperire maggiori quantità di acqua per poter far fronte alla domanda in netto aumento, ma la vera soluzione consiste invece nell´iniziare a contenere la domanda. Occorre considerare definitivamente finiti i giorni in cui l´acqua era ritenuta una risorsa gratuita e disponibile per diritto naturale. Un mezzo molto valido per riuscirci è quello di imporre all´acqua un prezzo realistico. I coltivatori in Italia e nella maggior parte degli altri Paesi ancor oggi pagano l´acqua a un prezzo nettamente inferiore a quello reale. E questo incoraggia gli sprechi.
Adesso, dopo decenni di sprechi, è giunta l´ora di lanciare una "rivoluzione blu", e dare quindi inizio a una gestione migliore della nostra acqua. Se questa rivoluzione non partirà, allora i conflitti e le guerre per questa risorsa umana, la più importante, l´unica della quale non possiamo fare a meno e sopravvivere neppure un giorno, saranno inevitabili.

Centrodestra in ordine sparso
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera  del 5 marzo

Che cosa sta accadendo nella opposizione? Gli oppositori si sono presentati in ordine sparso all'appuntamento della crisi, senza potere contrattuale, mancando l'occasione di impedire la riconferma del governo. Pier Ferdinando Casini insegue un suo disegno di ricostituzione del "centro" e di Silvio Berlusconi contesta la leadership. La Lega di Umberto Bossi lancia segnali di disponibilità a svolgere un ruolo sempre più autonomo. Berlusconi dedica ormai quasi più tempo a polemizzare con Casini che con il governo.
A Berlusconi va detto: chi è causa del suo mal, con quel che segue. È stato proprio lui l'artefice di una legge elettorale che reintroducendo la proporzionale, sia pure bilanciata dal premio di maggioranza, ha legittimato l'emancipazione degli alleati dalla sua personale influenza. Proprio a questo serve la proporzionale: a consentire che i singoli partiti perseguano strategie di affermazione della propria identità a scapito delle logiche di coalizione.

Per questo, i più accorti fra gli aspiranti alla successione hanno capito che la partita se la devono giocare con, e non contro, Berlusconi. Lo ha capito Gianfranco Fini che razionalmente punta a una qualche fusione o federazione (futura legge elettorale permettendo) fra il suo partito e Forza Italia. Poiché, quando, certo non domani, arriverà il momento, sarà dentro quel contenitore, e non fuori di esso, che verrà estratto il nome del successore.
Nel centrosinistra, ci sono oggi diverse vecchie volpi tentate di usare la questione della riforma della legge elettorale esclusivamente per "allungare il brodo", far guadagnare tempo al governo e alla legislatura. Ma anche a destra, c'è da scommetterci, altri hanno la stessa tentazione. Poiché solo il tempo e l'età giocano contro Berlusconi, più tempo passa, essi pensano, più sarà difficile che egli possa succedere a se stesso. Anche a destra ci sono quelli che, segretamente, sperano in una legislatura di cinque anni o quasi. Al momento, sembra una scommessa assai azzardata.

Berlusconi comunica, la sinistra no
Sebastiano Vassalli su La Stampa  del 5 marzo

Credo che le vicende politiche italiane di questi ultimi mesi e anni abbiano messo in luce un fatto importante, su cui ancora non si è riflettuto o non si è riflettuto abbastanza: l'incapacità della sinistra di comunicare con gli elettori alla vigilia del voto. Un'incapacità storica: che però in passato trovava il suo contrappeso nell'altrettanto scarsa capacità comunicativa della Democrazia cristiana. I due maggiori partiti della Prima repubblica, la Dc e il Pci, erano delle grandi macchine organizzative, ma sul piano della comunicazione valevano poco. Tutto è cambiato con l'irrompere sulla scena politica di un comunicatore come Berlusconi, forse non eccelso ma certamente efficace. Di colpo, i vecchi slogan e i vecchi stilemi della Sinistra sono diventati armi preistoriche e spuntate, e la lotta politica nel nostro Paese ha assunto l'aspetto di quelle battaglie che si vedono nei film western, con i fucili Winchester da una parte e gli archi e le frecce dall'altra.

"Cuneo fiscale", la perfezione dell'autogoal
A questa immagine illusoria ma allettante, la sinistra non sa contrapporre nient'altro che i suoi sempiterni, sussiegosi e in parte inutili "programmi"; ma questa volta, alle ultime elezioni, ci ha aggiunto qualcosa di nuovo. Ci ha aggiunto il più evidente e micidiale autogoal della storia dell'Italia unita: il "cuneo fiscale"! Che, a tutt'oggi, nemmeno un italiano su cento ha capito cos'è, ma che ha fatto impallidire milioni di elettori, quando è stato evocato in televisione alla vigilia del voto. L'immagine spaventosa di quell'oggetto appuntito che stava per infilarsi nei… portafogli degli italiani, è stata certamente decisiva per il risultato delle elezioni e ci ha regalato questo governo traballante, appeso ai senatori a vita e all'argentino Pallaro. Quanti voti è costato, alla sinistra, il "cuneo fiscale"? E quale genio della comunicazione ha avuto la capacità di inventarlo? (Se l'inventore è stato Prodi, gli si può consigliare di procurarsi uno di quegli ottimi dizionari che, nella sua Bologna, vengono prodotti dalla casa editrice Zanichelli. Lo aiuterà a valutare la forza d'urto di ogni parola nella comunicazione politica. Se invece sono stati i suoi consiglieri, noti per essere tra i più begli ingegni di questo Paese, forse è il caso di sostituirli con persone ignoranti o con stupidi conclamati. Chissà che non facciano meglio).

La missione impossibile del governo Prodi
Eugenio Scalfari su la Repubblica del 4 marzo

Prima che Prodi metta ancora una volta la questione di fiducia su un provvedimento del governo ne dovrà passare di acqua sotto i ponti del Tevere! Governerà col Parlamento, ha detto più volte dopo aver superato l´ostacolo al Senato con due soli voti di maggioranza. La formula di governare col Parlamento, suggerita dal Capo dello Stato, può sembrare ovvia e invece non lo è affatto. Tradotta in volgare significa abbandonare l´idea di blindare la maggioranza e disporsi invece a maggioranze variabili da costruire caso per caso con contributi anch´essi variabili di tutta o parte dell´opposizione.
Questa è la vera e importante novità dopo la crisi di fine febbraio, di cui la prima sperimentazione ha avuto luogo con il "sì" di Follini. Può sembrare un esperimento su scala lillipuziana ma non è affatto così. Follini non è un isolato; tanto meno un trasformista e un traditore – come l´ha definito il suo ex fratello siamese Pierferdinando Casini. Follini funge da possibile apripista. Perciò i suoi percorsi vanno seguiti con attenzione. Ma è evidente che la partita principale si gioca sull´agenda di Prodi. Durerà? Quanto durerà? Come durerà?
Queste sono le questioni che lo coinvolgono come capo del governo e leader della maggioranza. Deve al tempo stesso riguadagnare il consenso degli italiani, mobilitare i riformisti attorno all´obiettivo del partito democratico, mantenere l´intesa politica con la sinistra radicale e… governare col Parlamento, cioè utilizzando le convergenze di volta in volta possibili con l´opposizione o parte di essa.
L´impresa non è facile, ma neppure impossibile.

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Le prime mosse le ha già fatte nella direzione più urgente e preliminare che è quella di recuperare il consenso. Ha annunciato la decisione di distribuire un "bonus" fiscale di 6 miliardi ai contribuenti, a valere sulle maggiori entrare che si sono verificate nel 2006 e che continueranno ad affluire all´erario in misura consistente nel 2007.
In gran parte esse dipendono dalla lotta anti-evasione e anti-elusione avviata da Vincenzo Visco fin dal giugno dello scorso anno. Ma lo stesso Visco non ha mancato di invocare fin dall´inizio una diminuzione della spesa e una diminuzione della pressione fiscale. Il "bonus" fiscale di 6 miliardi risponde a quest´ultima richiesta; il contenimento della spesa è la parte più difficile dell´operazione e ad essa è direttamente impegnato il ministro dell´Economia che intanto porta a casa il risultato di un debito netto sotto alla soglia del 3 per cento: obiettivo raggiunto con la tanto deprecata legge finanziaria del 2007 che sta centrando l´obiettivo primario che si era proposto per recuperare i parametri della stabilità europea.
Se – come è probabile – la dinamica del prodotto interno lordo nell´anno in corso si manterrà a livello del 2 per cento del 2006 o se – come è possibile – riuscirà addirittura a superarlo, anche il rapporto tra debito pubblico e Pil migliorerà. Questa è la scommessa.
In parte sarà determinata dalla congiuntura internazionale e da quella europea in particolare. In parte dall´andamento della domanda interna per consumi e per investimenti. Ma soprattutto dalla crescita della produttività.
Padoa Schioppa ha più volte insistito su questo elemento. Alcuni segnali positivi ci sono, ma siamo ancora lontani dall´obiettivo. La produttività è ferma in Italia da quindici anni per responsabilità paritarie degli imprenditori, dei sindacati, dello Stato. E´ necessario un patto triangolare sulla produttività. Le parti sociali sembrano d´accordo. Il governo dovrà mettere tutto il peso di cui dispone per realizzare questo obiettivo primario. Su di esso si vince o si perde l´intera partita. Le liberalizzazioni di Bersani hanno un ruolo importante nel risultato.

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La partita dell´economia – se concertata con equilibrio e condotta con determinazione – può centrare contemporaneamente tre obiettivi: il recupero del consenso elettorale, una più equa distribuzione del reddito, l´aumento della domanda interna. L´"en plein" si avrà se la congiuntura internazionale continuerà a svilupparsi positivamente. Quest´ultimo elemento, del quale non si può sottovalutare l´importanza, è tuttavia al di fuori del nostro controllo. Ragione di più per concentrare tutti gli sforzi – del governo, degli enti locali, del sistema bancario, degli imprenditori e delle rappresentanze dei lavoratori – su un circuito virtuoso che sostenga la crescita e liberalizzi il mercato da strutture corporative.
Su questo terreno non dovrebbero esserci impedimenti politici: la maggioranza è concorde, le parti sociali anche. Perfino i pochi dissidenti non pongono su queste questioni problemi di coscienza e di ideologia.
Le resistenze invece si addensano sul tema delle pensioni. Non è qui il caso di entrare sulle modalità di questa riforma se non per osservare che le resistenze sono concentrate sul tema dello "scalone", cioè dell´età pensionabile e sull´erogazione dei coefficienti di calcolo delle pensioni in rapporto all´invecchiamento della popolazione. E´ invece di opinione comune la necessità di procedere all´innalzamento delle pensioni che si trovino al di sotto dei mille euro mensili (la media supera di poco i 500 euro).
Qui il problema è quello della sostenibilità del sistema. Della auspicata ma sempre rinviata separazione tra le erogazioni previdenziali e quelle assistenziali. Della creazione di un unico ente previdenziale con i relativi miglioramenti di efficienza e di costo. Della previdenza integrativa. Degli ammortizzatori sociali. Del mercato del lavoro.
Materia ampia e contrastata. Negoziato complesso, nel quale non si può governare col Parlamento perché, prima dei partiti, su questi temi sono protagonisti insieme al governo le parti sociali. Una sola considerazione in merito deve essere posta dal governo ai partiti dell´alleanza: nessuno di loro deve scavalcare le organizzazioni sindacali, delle quali il governo costituisce la sola contropartita. Altrimenti non si potrà far nulla e resterà in vigore la legge Maroni e lo scalone che porta l´età pensionabile a sessant´anni. Le parti sociali lo sanno, perciò si regolino di conseguenza.

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Verrà a scadenza tra pochi giorni il voto sul rifinanziamento della nostra missione militare in Afghanistan. Si sa già che la maggioranza politica al Senato non ci sarà per la defezione già annunciata dei dissidenti di sinistra.
Ma si sa anche che il governo non metterà la fiducia. Il tema è decisamente "bipartisan" come tutti quelli di politica estera. Prodi prevede una maggioranza al Senato di 300 voti, cioè di fatto l´unanimità. E poco importa se la maggioranza politica otterrà il voto determinante dell´opposizione – a parte il fatto che i senatori a vita voteranno con ogni probabilità compattamente il "sì" e contribuiranno di conseguenza a togliere alla votazione ogni colore di parte.
A parte questo imminente appuntamento la nostra politica estera continuerà a svolgersi sotto il segno della continuità delle nostre tradizionali alleanze ma con l´autonomia che fornisce un connotato di discontinuità rispetto alla linea del precedente governo.
E´ auspicabile che su questa visione complessiva anche le dissidenze di sinistra possano essere riassorbite in alcuni casi. In altri sovverranno i voti di parti dell´opposizione quando siano in gioco gli interessi e il prestigio del paese.
Certo tutto può cambiare se in Afghanistan, come sostengono Bush e il Pentagono, l´"Enduring Freedom" dovesse trasformarsi in guerra guerreggiata e addirittura preventiva contro i talebani e contro i "signori della guerra" cioè i capi tribali che contestano ogni ipotesi di governo centrale.
Essenziale, per portare a soluzione questo problema, l´accordo con l´Iran e con il Pakistan affinché contribuiscano alla pacificazione del paese. Essenziale ma quasi impossibile.
Se questa finalità non sarà realizzata, gli Stati europei presenti su quello scacchiere formulino una proposta comune e la sostengano all´Onu e nella Nato.
Questa è la linea di Prodi e di D´Alema e su di essa l´Unione dovrebbe essere compatta se esiste ancora una logica.

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Il tema della laicità fa parte delle carte identitarie della maggioranza di governo, senza eccezioni. Prodi e D´Alema l´hanno percepito e due giorni fa l´hanno riaffermato con forza riproponendo la questione delle convivenze di fatto.
Si parla del disegno di legge sulle convivenze come di un argomento "eticamente sensibile". E´ un errore. Il disegno di legge non pone problemi di etica ma di diritti civili. Non si obbliga nessuno a convivere senza e fuori dal matrimonio, bensì si tutelano alcuni diritti importanti soprattutto per i conviventi più deboli.
L´ipotesi di provvedere a questi diritti cambiando alcuni articoli del codice civile è campata in aria perché delle due l´una: o il codice acquisisce il concetto delle coppie di fatto e ne legifera i diritti "erga omnes" e allora non c´è differenza alcuna rispetto a un disegno di legge che finirebbe con l´essere un "testo unico" di alcuni articoli del codice; oppure la codificazione si limita a validare i contratti privati tra conviventi senza più disporne la validità rispetto ai terzi, e in tal caso la tutela dei diritti risulterebbe del tutto inefficace.
Naturalmente resta lo scoglio, per molti insuperabile, della legalizzazione delle coppie omosessuali. Problema serio perché affonda le sue radici nel costume, nei pregiudizi, nei tabù e comunque nella oggettiva constatazione che la coppia omosessuale non può generare e quindi è "imperfetta" rispetto ad una delle finalità essenziali di una coppia.
Questa obiezione è seria rispetto al costume, ma non giuridicamente. Se il regime di convivenza e i diritti che ne conseguono viene esteso, come i Dico prevedono, anche a coppie di sorelle e fratelli e zii e nipoti che sostengano vicendevolmente la vecchiaia e la solitudine dell´uno e dell´altro, non si vede perché lo stesso criterio non si possa estendere a coppie omosessuali.
Personalmente comunque non avrei messo nel disegno di legge sulle convivenze lo specifico richiamo agli omosessuali. Avrei parlato di convivenze di fatto senza alcun´altra specificazione e mi sarei rimesso, alle prime contestazioni, al giudizio determinante della Corte costituzionale. La nostra Costituzione vieta esplicitamente ogni discriminazione. Veda dunque la Corte se gli omosessuali possono essere discriminati; checché ne pensi e ne dica il senatore Andreotti, do per certo che la Corte impedirebbe l´esclusione e la discriminazione.

* * *
Questo giro d´orizzonte sull´andamento della politica italiana nei prossimi mesi e anni sarebbe incompleto se non si considerasse, sia pure in brevissima sintesi la nascita e il ruolo del partito democratico e quello della riforma della legge elettorale.
Il partito democratico si farà. In breve tempo. I motori hanno cominciato a girare e non credo si fermeranno.
Ci saranno scontri duri all´interno dei partiti; ci sarà mobilitazione di associazioni e società civile; ci saranno primarie negli ultimi congressi di partito e primarie alla nascita del Pd. Non sarà un percorso facile, ma nel 2008 quel nuovo partito riformista comincerà ad esistere.
Non sarà un partito moderato e neppure un partito rivoluzionario. Sarà un partito, appunto, democratico e riformista. Quindi il nuovo baricentro della politica italiana derivante dall´incontro tra liberal-socialisti e cattolici democratici.
Ricorderete che la Dc degasperiana e poi morotea si definiva un partito di centro che guardava a sinistra. Mi azzardo a dire che il partito democratico sarà un partito riformista che guarda verso il centro. Ma aggiungo: non verso partiti di centro, che non esistono e non esisteranno, ma verso gli elettori che si addensano al centro e che sono, in tutte le democrazie bipolari, l´obiettivo che le formazioni contrapposte si propongono di conquistare. A condizione di non perdere il contatto con gli elettori che stanno più a sinistra del riformismo e più a destra dei moderati.
Io non credo che ci sarà rottura e taglio delle ali.
L´ala sinistra non ha alcun interesse a mettersi fuori dal gioco politico e i riformisti dal canto loro non hanno interesse ad amputare la coalizione da essi guidata.
Del resto in Usa, in Gran Bretagna, in Francia, in Spagna, le cose vanno a questo modo: due formazioni maggiori, due mezze ali (in Francia Bayrou è la tipica mezz´ala di Sarkozy) e gli elettori centristi come preda contesa e preziosa dei due schieramenti.
Una nuova legge elettorale dovrebbe dare evidenza e voce a questo progetto politico perciò – ha ragione Follini – viene dopo il disegno politico e non prima. Per recuperare l´interesse del corpo elettorale credo che si dovrebbe prevedere l´elezione diretta del premier e un premio di maggioranza in favore del vincente. Ma di questo ci sarà tempo per parlare.

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