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Rassegna stampa del 1 marzo – nazionale

1 Marzo 2007

Prodi ottiene la fiducia del Senato
Marco Marozzi su la Repubblica del 1 marzo

E Marini richiamò: troppa gente al centro
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 1 marzo

Il coraggio di scegliere
Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 27 febbraio

Famiglia è il caso di difenderla?
Guido Ceronetti su La Stampa del 1 marzo

Gli zingari, gli ebrei e le leggende razziste
Gad Lerner su la Repubblica del 1 marzo

 

 

Prodi ottiene la fiducia del Senato
Marco Marozzi su la Repubblica del 1 marzo

Romano Prodi esce dal Senato a passo di carica. Via verso un Palazzo Chigi riconquistato. «Sono molto soddisfatto». Il sorriso, quello famoso, senza denti, ritrovato. «Adesso si va alla Camera» commenta preparandosi al voto di domani. Un pro-forma. Anche certo non una marcia trionfale, visti i tempi duri.
Il presidente del Consiglio giura che però adesso le cose cambiano. Il Senato gli ha dato 162 voti, nonostante l´astensione dichiarata di Andreotti e l´assenza di Pinifarina. Il grande vecchio della Dc contesta le scelte del governo sui «dico». Prodi ieri in sede di replica ne ha parlato per la prima volta. «Voglio essere molto chiaro. Il governo ha presentato il suo disegno di legge sulle unioni di fatto al Parlamento. Con questo ha esaurito il suo compito». «In Parlamento – ha continuato – sono già pervenute numerose proposte della maggioranza, del governo e dell'opposizione. Quindi è un lavoro del Parlamento costruire un testo sul quale si possa avere una ampia convergenza. Io mi appello perciò ad un dibattito sereno, approfondito, rispettoso di tutti. Per ricercare possibilmente soluzioni condivise». Parole pesate, non scosse dai rumori dell'opposizione. «Un tema così delicato deve essere affrontato senza preclusioni, in modo serio, lasciando sempre un doveroso margine alla libertà di coscienza».
Per il resto cose già ascoltate. La riforma elettorale con «ampie convergenze» e senza «modelli» prefissati. La politica estera e l´economia come speranze che devono continuare. La famiglia. La diminuzione dell´Ici sulla prima casa. La «concertazione» con sindacati ed imprenditori.
Ventinove minuti di discorso. Per una vittoria certa solo al sì di Pallaro, l´italiano di Argentina fino alla fine altalenante. Il passaggio scontato di De Gregorio con il centrodestra compensato dall´arrivo di Marco Follini. «Ben altra linfa» commenta il presidente del Consiglio. Il governo ha ottenuto 158 voti, la metà più uno, dai senatori eletti. La soglia promessa al presidente della Repubblica quando aveva rimandato il governo alle Camere. L´opposizione è arrivata a quota 157. Con Cossiga.
«C´è l´autosufficienza sotto tutti gli aspetti. – esulta il premier – Anche senza senatori a vita, che sono comunque senatori uguali agli altri. In più, Marini, da presidente dell´assemblea, non ha votato». Si passa, nella corsa politica, davanti a Montecitorio. «Adesso si va alla Camera. La fiducia non è ancora completa». Riconoscimento voluto ai deputati, pur se con loro i numeri non creano problemi. E insieme, guardando a Montecitorio, lo squarcio di una strategia. Prodi ha tutta intenzione di marcare d´ora in poi sul fatto che lui e la sua coalizione sono davvero uscite vincenti dalla competizione elettorale, che il risultato del Senato è frutto di un meccanismo perverso messo in piedi dal centrodestra per rendere instabile il Paese». «Per mostrare che abbiamo però tutti i diritti di governare bisogna però – confessa – far vedere ogni secondo che siamo una coalizione compatta, convinta di avere una missione comune. Non dividerci come abbiamo fatto fino ad adesso». Su questa strada gioca un ruolo decisivo una premiership forte, in grado di imporsi alle diverse anime del centrosinistra, di ricomporle ma non farsi dissanguare dalle infinite mediazioni.
«Adesso comincia la marcia per riconquistare la popolarità fra la gente comune. Ne abbiamo i mezzi ed è la nostra ultima spiaggia per non ricadere in incidenti come quello di una settimana fa» commenta Giulio Santagata, il ministro del Programma, uno di quelli più impegnati in questi giorni durissimi a far uscire Prodi e il governo dal disastro. «Non ci montiamo la testa. – avvertono a Palazzo Chigi – Quello superato è uno dei tanti passaggi che ci aspettano». «Si può governare con un voto in più, come diceva Churchill. – ragiona Prodi – In Europa dal 2000 il 37% dei governi sono stati in qualche modo di minoranza. Nei Paesi scandinavi sono quasi la norma. E non è che siano governati male. Certo, noi siamo molti diversi. Ma noi abbiamo la maggioranza. Risicata al Senato, ma maggioranza. Dobbiamo finalmente essere capaci di usarla. Anche così si dimostra che siamo capaci di cambiare l´Italia. Intanto cambiano noi».

E Marini richiamò: troppa gente al centro
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 1 marzo

«Du' ggiorni perzi a parla' der monno e bbastava chiede' a Pallaro: 'a Palla', che voti?». La battutaccia romanesca di Francesco Storace, che s'avvita in un siparietto finale perfino affettuoso con Rosy Bindi, è qualcosa di più di una spiritosaggine. E' in qualche modo la sintesi di tutto. Di un gigantesco gioco dell'oca che per giorni ha scosso il mondo della politica, mobilitato il popolo ulivista, sollevato le ire della base comunista («un altro '98 noooo!»), scatenato i cacciatori delle due fazioni a battere in cerca di una preda il territorio altrui, illuso gli elettori di destra su un insperato infarto del governo prodiano, messo in apprensione il Quirinale, mosso i dottori a visitare tutti i cagionevoli di salute per un check-up medico-politico, riempito pagine e pagine di giornali, allertato le ambasciate e le cancellerie straniere e tutto per cosa? Per tornare al punto di partenza: quel voterello in più che c'era fin dall'inizio della legislatura. Quando la risicatissima maggioranza venne messa subito alla prova sull'elezione di Franco Marini, minata per un paio di giorni dai «francesco tiratori».

E rideva, alla fine, Romano Prodi. E abbracciava tutti quelli che ci capitavano sotto accentuando quella risata rettangolare che gli tirò addosso dagli avversari il nomignolo di «Fra' Giocondo». Nomignolo respinto con una risposta entrata nei «classici» del prodismo: «Mo sarà ben meglio somigliare a Fra' Giocondo piuttosto che a Fra' Incazzoso, no?» E intorno a lui era tutto un abbraccio e una pacca sulle spalle e un darsi di gomito e una strizzatina d'occhio su quella frase geniale scappata involontariamente poco prima a Franco Marini. Il quale, vedendo in difficoltà i senatori che si affrettavano alla «chiama» per rispondere «sì» oppure «no» alla fiducia e faticavano a solcare la folla che si era radunata in mezzo all'emisfero, se n'era uscito con un richiamo che pareva urlato dalla bocca di quei rifondaroli che vedono come la peste una svolta moderata: «Colleghi, colleghi! C'è troppo assembramento, al centro!» E poi tutti via, a sciamare verso l'uscita e le tavolate nei ristoranti dei dintorni e a dire: «Lo sapevamo che andava a finire così».

E quello rivendicava la scommessa vinta sul numero esatto dei voti a favore. E quell'altro rideva di Berlusconi che sotto ci aveva sperato sul serio e non si è reso conto, come ha detto in aula il mastelliano Tommaso Barbato, «che questa crisi è stata condotta da parte dei suoi alleati più contro di lui che contro Prodi». Dietro tanta euforia, che aveva spinto un gruppo di comunisti a precipitarsi alla buvette per un brindisi, vedevi però l'eccitazione stremata dei tifosi che fino all'ultimo avevano avuto il dubbio che la partita, miracolosamente raddrizzata dopo lo spavento iniziale, finisse per mettersi male. Come l'altra volta. Ricordate? Giuliano Ferrara che irrompeva in Transatlantico urlando a Previti: «Cesareee! Preparati che stavolta fai il ministro della Giustizia! »E un vecchio navigante come Gerardo Bianco sospirava affranto: «Ma come si fa? Come si fa a buttare via tutto così?» E Napoleone Colajanni scrollava il testone: «Doveva finire così, doveva. Non abbiamo la maggioranza nel Paese, una volta o l'altra doveva emergere il fatto che non ce l'abbiamo neanche qui dentro».

Per qualche ora anche ieri c'è chi avuto l'incubo che uno scherzo arrivasse da Luigi Pallaro.
Ed era tutto un vociare: «Hai visto Pallaro? ». «Dov'è Pallaro?» «Notizie di Pallaro?» Macché. Sparito. Finché, poco prima che si cominciasse a votare, il dubbio è stato rimosso da Renato Schifani. Che dopo avere improvvisato una variante maccheronica all'adagio latino errare humanum est, perseverare diabolicum in errare umanum est, perseverare inutilem, ha fatto capire che sì, insomma, il corteggiamento non era andato a buon fine. Ed ecco Marco Follini andarsene dopo aver incassato qualche «buuuh»ma anche i complimenti di chi aveva apprezzato quella citazione colta sul destino che, «come ammonisce il protagonista del romanzo "L'ombra del vento", si apposta dietro l'angolo come un borsaiolo e non fa mai visite a domicilio ma bisogna andare a cercarlo e, forse, è arrivato il momento di cercarlo davvero». E Rosy Bindi filare via spiegando che lei pensava di aver fatto «un buon lavoro equilibrato» main fondo non le dispiace troppo che i «Dico» siano ormai diventati «direi». E Alfredo Biondi ammiccare: «Ve lo dirò in termini processuali: ormai è un governo di volontari, preterintenzionali e colposi ». Per lasciare l'ultima battuta al mastelliano Mauro Fabris: «Visto che se n'è andato De Gregorio ma è arrivato Follini, direi uno a uno e palla al centro. Sottolineo: al centro».

 

Il coraggio di scegliere
Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 27 febbraio

Oggi il presidente del Consiglio espone al Senato il suo nuovo programma, costruito sulla base dei dodici punti che egli ha definito «non negoziabili». L'altro ieri il ministro Santagata – che sarà il responsabile dell'attuazione di questo programma – ha aggiunto che rispetto a quei punti vi sarà qualche novità. La debolezza numerica del governo e la grande diversità di opinioni che esiste tra i partiti della maggioranza richiedono che Prodi eviti le affermazioni di principio e che le sue dichiarazioni siano le più specifiche possibile. Se qualcuno nella maggioranza non condivide un determinato provvedimento, meglio saperlo subito: ritornare fra tre o quattro mesi al punto in cui ci siamo trovati la scorsa settimana non aiuta, né mi pare sia questo lo spirito con il quale il presidente della Repubblica ha chiesto al governo di ripresentarsi in Parlamento.

Per essere concreti: in tema di pensioni non basta dire, come è scritto in uno di quei punti: «Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani». L'aliquota di equilibrio, cioè il contributo che ciascuno di noi dovrebbe pagare per azzerare il deficit dell'Inps, è oggi vicina al 45 per cento.
Come si può chiedere a un giovane di trasferire quasi la metà del proprio salario a chi va in pensione a 57 anni, dopo 35 anni di lavoro, sapendo che lui stesso percepirà una pensione – in rapporto all'ultimo salario – del 20-30 per cento inferiore a quella di chi oggi beneficia dei suoi contributi? La riforma aggiornerà i «coefficienti di trasformazione» per tenere conto della accresciuta longevità? (Su questo intervento la Cisl, ieri, ha espresso il suo veto). Introdurrà riduzioni attuariali per chi va in pensione prima dei 65 anni? Estenderà a tutti il regime contributivo pro rata, che al momento si applica solo per la parte di contributi versati dopo il 1996 e comunque solo per i lavoratori che in quell'anno avevano meno di 18 anni di contributi?

Il settimo dei punti elencati da Prodi prevede «Azioni concrete e immediate per la riduzione significativa della spesa pubblica». Siamo alla vigilia del rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici. Negli ultimi cinque anni le retribuzioni pubbliche sono aumentate, complessivamente, di quasi il 15 per cento più di quelle del settore privato. «Gli aumenti maggiori – ricorda su lavoce.info Carlo dell'Aringa, ex presidente dell'Aran, l'agenzia che negozia questi contratti – sono stati ottenuti attraverso la contrattazione integrativa a livello di singola amministrazione e sono stati concessi prevalentemente sotto forma di promozioni dei dipendenti. Promozioni tutte contrattate col sindacato e decise, tranne rare eccezioni, con criteri basati poco sulla valutazione dei singoli e molto sulla semplice anzianità di servizio». Pietro Ichino ha proposto la creazione di un'Autorità indipendente con il compito di misurare l'efficienza della pubblica amministrazione al fine di premiare i comportamenti virtuosi e punire i casi di negligenza. Arrivando, se necessario, al licenziamento o al trasferimento dei dirigenti e dei dipendenti per responsabilità oggettive. L'Agenzia fa parte del nuovo programma di governo?
«Impegno forte per scuola, università, ricerca, innovazione», si legge al punto 2. Che cosa significa in concreto?

Per rinnovare davvero l'università occorre cominciare da due cose (atteso che mi pare nessuno abbia il coraggio di affrontare il nodo del valore legale del titolo di studio). Primo, alzare in modo cospicuo le tasse di iscrizione – che oggi costituiscono un trasferimento dai poveri ai ricchi – e utilizzare i nuovi fondi per assegnare borse di studio «vere» ai meritevoli. Secondo, attribuire i fondi pubblici alle università in modo competitivo, sulla base della valutazione della loro ricerca. Queste valutazioni già esistono, ma il ministro Mussi si rifiuta di considerarle perché furono richieste dal suo predecessore. Invece il ministro ha creato una nuova Agenzia per la valutazione che, se tutto andrà bene, produrrà i suoi primi risultati fra un paio d'anni. Nel frattempo il governo utilizzerà le valutazioni che già esistono, oppure continuerà ancora per due anni ad assegnare i fondi a tutti gli atenei in modo indifferenziato?

Quinto dei dodici punti: «Prosecuzione delle liberalizzazioni nell'ambito dei servizi». Parliamo in concreto di televisione. Il progetto di legge Gentiloni cerca di superare il duopolio Rai-Mediaset ridisegnando un mondo che grazie alla tecnologia già non c'è più. Adotta, come ha scritto Franco Debenedetti sul Sole 24Ore, «un modello interpretativo del sistema della Tv che era già vecchio quando c'era solo la Tv analogica, e che non ha più senso quando le piattaforme sono tante – analogico terrestre, digitale terrestre, satellite, cavo, telefonini, Internet – compresenti nelle case, e tutte in grado di offrire contenuti editoriali che concorrono a conquistare la vera risorsa critica: il tempo e l'attenzione delle persone». Il nuovo programma conferma quel disegno di legge?

Ancora al quinto punto: «Prosecuzione della liberalizzazione delle professioni». Parliamo in concreto di giustizia civile e di avvocati. Il governo ha presentato in Parlamento un progetto di legge per l'introduzione anche in Italia delle «azioni collettive» ( class action).
Ottima cosa ma, come scrive Alberto Cavaliere su lavoce.info, «la fortuna della class action negli Usa è legata al sistema di remunerazione degli avvocati. Se il cliente vince la causa, versa all'avvocato una percentuale del risarcimento ottenuto. Se invece perde non paga nulla. In Italia non solo questo non è possibile, ma in caso di sconfitta il cliente può essere chiamato a pagare anche le spese legali del suo avversario. Ciò rende una causa molto più rischiosa per un consumatore che per un'impresa impegnata in una molteplicità di cause». E' evidente che senza intervenire sulle tariffe degli avvocati la class action rischia di non funzionare. La riforma delle professioni affronterà questo tema, e in che modo?
Insomma, Prodi ha di fronte a sé due possibilità. Proporre un discorso simile al Manifesto del partito democratico – grandi principi e poche indicazioni concrete – oppure avere il coraggio di essere specifico. Nel primo caso il suo governo sopravvivrà per alcuni mesi, ma cadrà quando si verrà al dunque delle pensioni o dei contratti pubblici. Molto meglio rischiare oggi.

 

Famiglia è il caso di difenderla?
Guido Ceronetti su La Stampa del 1 marzo

Con l'ispirata intenzione di «difendere la famiglia» ad ogni costo, i vescovi hanno dato un bellissimo contributo a disunire al raddoppio un parlamento italiano già bene rigato di proprie crepe. Gliene sia grato chi vuole; per pudore civile io nelle Aule non metto il piede. Posso tracciare qualche ghirigoro intorno a questo inesauribile tema (che a essere trattato con un certo distacco ci guadagnerebbe) – Famiglia oggi.

Girava, ne ho un bel ricordo, nel Sessantuno, un film inglese con Rita Tushingam, Sapore di miele, paradossale e veridico: una giovane incinta, dopo qualche rapporto facile con un marinaio nero piantata subito, conviveva fino al termine della gravidanza con un ragazzo omosessuale: relazione puramente affettiva ma forte, il ragazzo le prodiga un'assistenza senza limiti, anche nel parto, nasce un meticcino senza padre, spero la strana coppia abbia seguitato a convivere… Come la definisci? C'è o non c'è famiglia? Senza nonni e cognati e registrazioni, però di famiglia si tratta, con componenti essenziali e una carica umana in più, famiglia di indifesi che si tutelano da soli nella disumanità di una metropoli… Una favola emblematica. Quell'oggi del 1961 prefigura un futuro XXI in cui della Famiglia Antropos tradizionale non resteranno che brandelli sparsi, e non saranno esemplari, a giudicare da quel che vediamo.

L'unica definizione adeguata che mi senta di dare di ciò che sia famiglia è che è un modo di essere, soggetto all'impermanenza, legato alle prescrizioni sessuali rituali più antiche, ma in grado di emanciparsene modificandosi e adattandosi, finché l'uomo avrà le sue case qui. Il divino non lo escludo: circola in tutto, senza obbligare a niente.

In quegli stessi anni l'America, dove vige ferreo come la morte il costume dell'accettabilità sociale esclusivamente degli sposati (e da qui divorzi come cavallette) proponeva al resto d'Occidente il modello californiano.

Il modello dei figli dei fiori, droga e sesso, pellegrinaggi in India, con Eros tantrico e Kamasutra nello zaino del ritorno, nasceva un altro modo d'essere dell'Antropos accoppiato, poligamico come i patriarchi biblici anche al femminile, nomade, senza legami con genitori. Dall'Italia partivano in molti, qualcuno perfino in moto, tutti anelanti al sadhu liberatore… A Los Angeles si distinse la Family di Death Valley, che riconosceva come unico padre-maestro un guru criminale, figlio di una prostituta ignota, adorato dai suoi come Jesus più ancora che Satan, e sono celebri e cruciali nel secolo le loro stragi del 1969. E mai vollero essere un gruppo qualsiasi, anche al processo restarono Family, germoglio di tutte le degenerazioni. Ma, tra le famiglie nostre, anche di meglio: quella di Pietro Pacciani di Scandicci, figlie ridotte a schiave sessuali del padre, lui assassino multiplo, strenuamente protetto da una suora – un demonio turpe d'epoca agricola spuntato tra i camper di coppie turistiche ignare.

L'istituzione è sconquassata anche nell'Italia profonda, più tradizionale, più cara ai vescovi e ai legislatori cattolici. L'uxoricidio, il matri-parricidio, il tecnocidio (uccisione dei figli) nelle nostre province erano l'eccezione, lunga decenni l'onda emotiva che suscitavano – ma ormai da tempo i cronisti e gli inviati mediatici non si soffermano che su casi straordinari, il Maso di Verona, la Erika di Novi, la Doretta Graneris di Vercelli, la Franzoni di Cogne (accidenti, quanto Piemonte!). E bambini violentati, strangolati o uccisi con armi bianche insieme alle madri, o dalla madre stessa, dal padre o dal convivente, una costellazione… E casi non rari, nemmeno più incredibili, di madri che vendono la bambina o il maschietto al pedofilo criminale. E le pareti dove tutto questo avviene quasi sempre sono le domestiche, sulla porta la targhetta d'ottone reca il nome della famiglia. L'amputazione di genitore padre è frequentissima: meglio della cancrena, però è nuova famiglia, più fragile, con due o più amputati, un'ondata…

L'esemplarità è delle famiglie mafiose meridionali: focolare integro, nozze tutte benedette, le mogli non tradiscono, i divorzi non esistono. Perché mai il modello non viene mai, nelle prediche, proposto? Ma non in quelle soltanto l'omertà è la costituzione di fondamento del modo d'essere famiglia tradizionale. Tradotta in linguaggio popolare l'omertà risuona nel detto «i panni sporchi si lavano in famiglia», legge applicatissima che consente il trasparire dalle finestre illuminate di una tranquillità inesistente, che non turba la pace sociale. Ma il prezzo di quel bucato casalingo sono silenzi obbrobriosi, macellazioni lente, talvolta sadiche, di anime umiliate.

In pochi anni l'Italia ha accolto con l'invasione migratoria ogni tipo di convivenza e di riti matrimoniali e iniziatici praticati nelle conigliere afroasiatiche e indoamericane. La legge, incapace o non disposta a mettere ordine in questo turbinare di rapporti e congiungimenti su cui gravano infinite oppressioni e torture femminili e infantili dalla bocca cucita, interviene soltanto quando è versato materialmente il sangue. Oh rieccola, una famiglia tradizionale: è nel Bresciano, agosto 2006, la piccola Hina Salem, pakistana che rifiuta le nozze combinate laggiù e avvia una libera convivenza italiana. Terrorizzata a lungo dalla famiglia, finalmente padre e zii la massacrano e la seppelliscono «in giardino», spazio di famiglia anche questo. (Almeno, oggi ha sepoltura tra i resurrecturi cristiani del cimitero locale).

Che dire? Onestamente – l'epoca è questa e le tradizioni sanguinano troppo o gemono di asfissie – avessi il potere di fermare il disfacimento in atto, la corrosione epidemica del modello di famiglia che conosciamo, mi guarderei dal farlo.

 

Gli zingari, gli ebrei e le leggende razziste
Gad Lerner su la Repubblica del 1 marzo

Milioni di italiani, in perfetta buona fede, sono ancor oggi convinti che gli zingari rapiscono i bambini. E se incontrano qualche nomade per la strada, stringono forte la mano del figlio o del nipote. Allo stesso identico modo, fino a non molto tempo fa, tante persone perbene sono state convinte che gli ebrei necessitano del sangue di bambini cristiani per i loro riti pasquali. Il senso comune è intessuto di buoni sentimenti e paure ataviche, custodite nel fondo dell´anima. La storia ci insegna che periodicamente riaffiorano. Se c´è voluto lo sterminio di metà degli ebrei d´Europa per erigere un tabù nei confronti degli stereotipi antisemiti, dovrebbe inquietarci la facilità con cui analoghi pregiudizi si diffondono contro altre minoranze.
L´anno scorso, nella trasmissione televisiva di una "rete ammiraglia", l´intervistatrice si è rivolta alla studiosa di origine sinti Eva Rizzin con la raffica di domande che qui di seguito sintetizzo, dopo averle riascoltate: «È vero che gli zingari sono sporchi? È vero che sono imbroglioni? È vero che sono ladri? Perché, se viene offerto loro un lavoro, lo rifiutano? Perché non vogliono andare a scuola? Non crede che tra i rom sia diffuso un pregiudizio nei confronti dei non rom?». È mancata solo la domanda sul rapimento dei bambini: la giornalista che si è presa quella licenza oltraggiosa, magari giustificandola a fin di bene – meglio rendere espliciti i pregiudizi diffusi sugli zingari – fin lì non ha osato. Forse si è vergognata.
So bene che va di moda demolire le regole del "politically correct", ma- mi sono detto – fortunatamente oggi nessun giornalista oserebbe proporre domande del genere a un ebreo: è vero che siete avidi, sleali, antipatriottici, ossessionati dal sesso, intriganti? Perché continuate a spalleggiarvi nelle banche e nei giornali?
La cronaca recente conferma purtroppo come alla licenza verbale corrisponda l´imbarbarimento dei comportamenti sociali, la violazione dei più elementari codici di convivenza.

Per un mese e mezzo alle porte di Milano il comitato dei cittadini di Opera ha stretto d´assedio un piccolo campo nomadi autorizzato – 77 cittadini rumeni di cui più della metà bambini, tutti muniti di permesso di soggiorno – prendendoli a male parole insieme ai volontari che li assistevano, e infine costringendoli ad andarsene impauriti. Dopo che già una spedizione punitiva aveva dato alle fiamme le loro tende.
La fulminea metamorfosi delle persone perbene in difesa del proprio territorio, la solidarietà trasformata in furia dei tanti contro i pochi, dovrebbero sensibilizzarci a un pericolo che invece continuiamo a sottovalutare. Nel 1931 era un intellettuale prestigioso come Giovanni Papini a definire «lerci e untuosi» gli ebrei che «hanno ritrovato una nuova patria nell´oro», e con lui tanti altri si sentirono autorizzati al disprezzo. Oggi un assessore della regione Lombardia può andare impunemente in tv a sostenere che la polizia sequestra chili di oro rubato ogni volta che irrompe nei campi rom, dove allignerebbero i germi di malattie contagiose. Non è molto diverso.
Troppo comodo, allora, liquidare come esagerate e intolleranti – magari sventolando la bandiera della libertà di ricerca – le reazioni ebraiche alla pubblicazione di "Pasque di sangue", il libro di Ariel Toaff in cui viene assegnata veridicità storica agli omicidi rituali.
Attribuire fondamento storico all´"accusa del sangue" – per giunta indicando nella tradizione biblica le sue origini – è una responsabilità gravida di conseguenze velenose.
Impressiona la disinvoltura con cui un docente di storia contemporanea, Sergio Luzzatto, ha esaltato sul "Corriere della Sera" il gesto – nientemeno – «di inaudito coraggio intellettuale» di Ariel Toaff. Nessuna precauzione nel lodare il «magnifico libro di storia» che finalmente, con «straordinaria perizia», ricostruisce i riti dei «fondamentalisti dell´ebraismo ashkenazita», anzi, «i più fanatici tra gli ebrei studiati da Toaff». Il gusto dissacratorio d´infrangere la barriera del "politically correct" prevale sulla valutazione accurata delle fonti storiche. Peggio, autorizza indebite generalizzazioni e quindi la reiterazione aggiornata del pregiudizio.
Gli ebrei non hanno mai impastato la farina del pane azzimo col sangue di bambini cristiani, così come gli zingari non sono specializzati nel ratto degli infanti. È vero semmai che la libera propaganda diffamatoria può suscitare effetti perversi nella relazione fra le vittime e la società circostante che li minaccia. Perfino indurre taluni fra i perseguitati a mostrarsi per quel che non sono.
Un processo in corso presso il tribunale di Lecco ci aiuta a comprendere questo intrico paradossale. Il 7 febbraio del 2005 una madre che passeggiava spingendo la carrozzina con la figlia di sette mesi, fu vittima di un approccio inquietante da parte di tre nomadi. Per estorcerle denaro, le tre avrebbero minacciato di prendere con sé la bambina, mettendole le mani addosso. La donna fuggì con la figlia in braccio e denunciò l´accaduto ai carabinieri. Le nomadi (fra cui una dodicenne) furono arrestate poco distante, sedute alla mensa della Caritas. L´accusa di tentato sequestro di persona, in sede di patteggiamento, venne derubricata: tentata sottrazione di minore (reato che di solito si registra nei conflitti fra coniugi separati). Così le zingare furono scarcerate, tra le clamorose proteste del ministro della Giustizia e del presidente della Camera dell´epoca. Adesso la Cassazione ha disposto che il processo è da rifare, perché la corte è tenuta a giudicare il reato proposto dal pm e convalidato dal gip, cioè tentato sequestro di persona.
Non so come andrà a finire. Ma avendo motivo di credere alla testimonianza di quella madre terrorizzata, mi impressiona l´idea che le nomadi l´abbiano sul serio minacciata di portarle via la figlia, se non avesse tirato fuori il portafoglio. In altre parole: le mendicanti hanno fatto ricorso alla loro cattiva fama – cioè al radicamento di un pregiudizio secolare – per estorcere denaro con la paura. Un gesto odioso, da punire per minacce e accattonaggio molesto. Ma forse che Ariel Toaff e Sergio Luzzatto ne trarrebbero la riprova che gli zingari – o alcuni di essi – sono dediti al rapimento dei bambini?
Gli studiosi medioevalisti hanno demolito l´uso distorto delle fonti giudiziarie nel libro "Pasque di sangue". Ma se anche per assurdo emergesse dagli archivi – non è accaduto – la vicenda di un ebreo che minaccia un bambino gentile o che l´uccide, ciò sovvertirebbe la verità storica? Accrediterebbe l´"accusa del sangue"?
La reazione veemente alla manipolazione storica operata in quel libro e alla sua presentazione scandalistica sul "Corriere", è frutto di una preoccupazione molto concreta: la diffusione nel mondo islamico di leggende sugli omicidi rituali, e la memoria avvelenata che tali fandonie perpetuano nell´Europa centro-orientale. Né isteria né censura, ma al contrario senso di responsabilità.
Molti storici hanno protestato – giustamente – contro l´eventualità (scongiurata) che Ariel Toaff subisca sanzioni giudiziarie in Israele per causa dei suoi errori. Turbamento ha suscitato anche la sua decisione di ritirare il libro e devolvere i compensi a un´associazione che l´ha criticato. Ma non si può eludere un´altra questione posta dalla divulgazione delle sue tesi che, avvalorando stereotipi di facile propagazione, risultano potenzialmente incendiarie. Purtroppo è facile prevedere l´uso che ne verrà fatto a man bassa da vecchi e nuovi antisemiti.
Qui non regge il paragone con l´indegno linciaggio morale cui fu sottoposto "La banalità del male", cioè il libro in cui nei primi anni Sessanta Hanna Arendt criticò il processo di Gerusalemme contro il criminale nazista Adolf Eichmann. La Arendt si guardava bene dal negare o minimizzare il genocidio degli ebrei d´Europa. Tanto meno accreditava di un qualche fondamento storico o teologico la teoria del complotto ebraico, zeppa di falsità, che mosse la macchina omicida della soluzione finale.
L´attribuzione di fondamento oggettivo alla falsa accusa degli omicidi rituali, naturalmente, non comporta da parte degli autori la condivisione delle sue orrende conseguenze nei secoli delle persecuzioni. Ma ne offre un´interpretazione causale come minimo ambigua: l´idea che in fondo nessuno possa dirsi del tutto innocente. Anche le vittime hanno le loro colpe.
Mi guarderei bene dal protestare in nome della libertà di ricerca storica, che nessuno limita né in Israele né in Italia. Il dilemma riguarda semmai quanto sia lecito giocare con le paure e le ferite e i pregiudizi diffusi nella popolazione. Qui le colpe dei mass media che propagano acriticamente queste sensazionali scoperte prive di fondamento scientifico, si rivelano gravissime. Altro che Hanna Arendt. Il pensiero corre semmai all´irresponsabilità con cui certe trasmissioni televisive e certi giornali dieci anni fa lucrarono ascolti e tirature dando credito alla terapia anticancro di Luigi Di Bella. La credulità popolare fu blandita mettendo sullo stesso piano le promesse miracolistiche di quel medico spregiudicato e le confutazioni scientifiche della sua cura inefficace. Ne derivarono sofferenze e drammi umani, trasformati in spettacolo da chi aveva intuito come la paura del cancro, e la diffidenza nei confronti della medicina ufficiale, potevano essere riciclate sotto forma di business mediatico. E di strumentalizzazione politica.
Per secoli la gente è stata indotta ad avere paura degli ebrei, a viverli come una minaccia nonostante fossero una minoranza. Brutti, sporchi e cattivi. Come gli zingari. Come un cancro sociale. Guai ad accettarli come concittadini.

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