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“Ora abbiamo una marcia in più”

15 Marzo 2007

Il regista Elio De Capitani commenta la rinascita culturale di Monza avvenuta negli ultimi anni. L'impressione , però, è che si viva "50 anni in ritardo"

Elio De Capitani, tutti la conoscono per il suo lavoro a teatro, per il suo impegno, che ha dato vita a "Teatridithalia", realtà molto importante nel panorama culturale di Milano.

Altri si ricorderanno di lei per la sua attività cinematografica: la partecipazione all'ultimo film di Moretti, "Il Caimano", o ad "Apnea" di Dordit, ora nelle sale.

Pochi però sanno che lei abita a Monza.
Vorrei sapere qualcosa su ciò che pensa di questa città.

C'è bisogno di riordinare un po' le idee in questo paese perché le città sono molto importanti.

Il mio rapporto con la città ha una demarcazione precisa: ovvero quando è stata eletta la giunta Faglia con l'assessore alla cultura Bemporad.

Prima, vivevo qui come in una sorta di buen retiro. Mia moglie è nata qui, ma prima che nascesse nostro figlio stavamo sempre in giro per motivi di lavoro, tant'è che non recitavamo nemmeno a Monza. La nuova gestione ha portato una visione diversa: ha fatto il censimento delle risorse reali, in senso non campanilistico, mettendo una marcia in più in questa città che vive sempre 50 anni in ritardo.

Che cosa intende esattamente?

Mi spiego: per come la vedevo prima, Monza poteva benissimo essere negli anni 50, almeno da un punto di vista culturale.

È infatti molto strano come questa città che per quanto riguarda la moda e il passeggio in centro sembra e vuole apparire molto attuale, abbia invece un rapporto molto arretrato con la cultura e la modernità.

Ci sono città che pur conservando, come Monza, il loro tessuto urbano, e pur restando sfasate rispetto alla modernità, non rimangono estranee ai circuiti culturali e si impegnano in questo senso. Basti pensare a Prato e al suo rapporto con Firenze: è sempre stata evidente la sua necessità di staccarsi da questa ingombrante vicina, ed i pratesi sono stati talmente abili da riuscire ad avere loro il teatro stabile della Toscana e non Firenze: come se il Piccolo Teatro fosse a Monza e non a Milano.

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E poi, cosa le ha fatto cambiare punto di vista?

La Bemporad, appena eletta, mi ha messo al lavoro. Intendo un lavoro di idee e di mediazione: i miei impegni esterni mi hanno infatti impedito di "agire" direttamente.

Io e Cristina Crippa ci siamo subito attivati per essere il tramite solerte tra le varie forze culturali presenti in città: il Manzoni con Emanuele Banterle, uomo di teatro a tutto tondo, e Corrado Accordino che con la sua stagione, al Villoresi, rappresenta l'altra grande realtà culturale, per quanto non sovvenzionata, della città. Il nostro approccio, è stato quello di preservare la professionalità senza interferenze di carattere politico. Tutto ciò è stato possibile perché queste persone non lavorano per ambizione, ma con un intento di collaborazione quasi amicale, che ricorda lo spirito più puro della polis.

Ne è rimasto stupito?

Ad essere onesto sì. E poi ti trovi un assessore al Territorio come Alfredo Viganò, che è una forza della natura, un amministratore ideale per ogni città, lo stesso vale per Roberto Scanagatti. Personalmente credo che in questa giunta ci sia una classe dirigente eccellente.

È stato, per così dire, contagiato da una passione genuina?

Già. E pensi che siamo riusciti persino a portare Moretti a Monza (ride), e non è un'impresa facile convincere Nanni. Ma credo di avergli trasmesso un po' di passione per questa città, parlandogli dello sforzo di cambiamento, di questo impegno che sorprende.

Lo stesso Moni Ovadia, quando è venuto qui, è rimasto stupito: è davvero impressionante vedere quali prospettive possa avere questa città se non viene gestita con un atteggiamento di contrapposizione grottesca, come quello che abbiamo visto negli scorsi cinque anni durante la precedente legislatura.

Prima ha fatto l'esempio di Prato che, vicina a Firenze, è riuscita ad ottenere un teatro stabile. Monza ha accanto a sé Milano con istituzioni molto importanti e riconosciute come il Piccolo. Quale politica dovrebbe portare avanti Monza per svilupparsi in questa direzione?

Molte delle cose qualificanti che avvengono a Milano nascono fuori, in piccole città: Milano è un collettore che dovrebbe valorizzare di più la sua capacità produttiva che non quella di ospitalità.

Anche il Piccolo è diventato un grosso supermercato. Mi spiego meglio: ha scelto di allargare la gamma del suo target di pubblico trasformandosi in un "comunalone".

Questa strada, l'abbiamo rischiata anche noi, come Teatridithalia, ma alla fine abbiamo deciso di non diventare "onnivori", ma di conservare una dimensione diversa, quella di un teatro di poesia.

La mia idea circa un'organizzazione culturale adeguata è che tutto debba essere basato non sull'eccellenza ma su un dialogo tra le varie risorse, che si possano connettere grazie ad una rete di rapporti e scambi.

Questa rete non deve essere indifferenziata, a somma zero, ma le entità che la compongono devono avere forte vocazione, determinazione e specificità, per garantire la città dagli inevitabili alti e bassi di ciascun suo componente.

Tutti i teatri hanno infatti cicli alti e bassi: è sbagliato approfittare di ogni momento sfavorevole per denigrare e di quelli propizi per osannare. È l'insieme della rete che deve garantire la qualità.

Monza comincia oggi ad avere una rete, piccola sì, ma sta nascendo: penso, per esempio a Binario 7, che accorpando Lampi e la stagione del Villoresi è una realtà che ora lavora 340 giorni l'anno.

340, mi spiego? È diventato un organo indispensabile.

Quindi degli spazi ci sono?

Gli spazi ci sono, ma sono limitatissimi sia in numero sia da un punto di vista pratico. Pochi sanno quant'è faticoso recitare sul palco del Manzoni: ha una volumetria eccessiva con problemi di acustica difficilmente governabili e un palco strettissimo. Anche Binario 7 è un teatro molto piccolo. Commisurata alla ricchezza di cui gode, Monza potrebbe, qualora decidesse di essere la capitale di un tessuto come quello della Brianza, inventarsi una soluzione teatrale decisamente migliore.

Forse, però, la città non ha tutta questa fame di teatro…

Eppure almeno 100mila monzesi sono andati a teatro durante l'anno. E poi io credo che sia solo con l'uso che si trovi il contatto con il cittadino.

Penso a Zurigo: quando recentemente c'è stato un referendum per decidere se fare un supermercato o un teatro, il 5% dei cittadini è andato a votare e ha scelto in favore del teatro (per fortuna in Svizzera non c'è il quorum). Ora di questa istituzione è soddisfatto il 95% degli abitanti.

Monza ha un percorso molto sviluppato nella sua dimensione religiosa, eppure non riesce a declinare l'altra parte della sua vita spirituale: quella culturale. È un problema generale del nostro paese, ma Monza risulta in ritardo anche rispetto all'Italia.

Chi l'ha amministrata in questi anni l'ha fatta progredire notevolmente e io credo che i cittadini col tempo lo possano capire.

Certo, si può vivere anche senza: io stesso vivevo a Monza come nel sonno, ma mi rendevo conto che la mia vita era socialmente amputata. Ora che non "dormo" più, mi sento più cittadino.

La cittadinanza è anche dare, partecipare, altrimenti la città serve solo per gli acquisti.

Crede che il rapporto benessere-cultura sia inversamente proporzionale?

Badi bene, credo non ci sia nulla di male ad avere cura del proprio corpo e del proprio benessere quando ce lo si può permettere.

Non sono moralista. Non credo che la ricchezza sia una colpa: la colpa sta piuttosto nella stupidità, nell'insensibilità verso gli altri.

L'Italia sarebbe stato un paese dimenticato se non avesse utilizzato il suo benessere per produrre arte. La domanda da farsi è perché le persone non usano la propria ricchezza in questo senso, ma piuttosto per produrre talk-show e reality? Il benessere è anche consapevolezza, altrimenti si decade. Questo è un problema vivo in Italia, specialmente nel nord-est: il benessere paradossalmente sta producendo meno studio e alla fine ci si dovrà avvalere della cultura altrui.

Se vuoi essere al centro della tua epoca, capace di pensarla, non puoi fare a meno dell'aiuto della cultura. Un sapere che sia solo settoriale, specialistico, non aiuta: appena ci si trova di fronte a una difficoltà diversa, non si sa come superarla.

Perfino i soldati americani hanno ammesso di aver perso in Iraq per una carenza di cultura.

Non è solo questione di tecniche di guerra: anche per vincere le guerre bisogna farsi una cultura.

Se le dessero carta bianca, cosa sceglierebbe di fare tra le cose che mancano a questa città?

Mi piacerebbe che si riuscisse a fare un terzo polo teatrale, perché sono convinto che manchi uno spazio da dedicare al teatro di sperimentazione vero e proprio.

Ecco, se dovessi proporre qualcosa, sarebbe di aprire una finestra sul teatro di ricerca per "vedere di nascosto l'effetto che fa", come dice Jannacci, per osservare come questa città reagirebbe a una cosa che in tutta Europa è già accettatissima ma che qui non esiste. È giusto che l'artista diventi il mediatore tra entità diverse e le connetta affinché Monza possa iniziare a confrontarsi con realtà del mondo che, ora come ora, si illude di poter ignorare.

Mi piacerebbe portare Raffaello Sanzio (Societas), Teatrino Clandestino con Davide Corsetti, a una rassegna teatrale monzese, per farli conoscere, non tanto a quelli che già vanno a teatro a Milano, e che magari già li hanno visti o sentiti nominare, ma a chi non ha nemmeno idea che esistano, per poi farli discutere.

E se le cose prendessero una piega differente?

Io sono pronto a tutto, posso anche tornarmene al mio buon ritiro, ma sinceramente, per la passione che ho sviluppato e per le persone che ho conosciuto occupandomi di questa città , mi auguro di non doverlo fare.

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