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Rassegna stampa di giovedì 8 febbraio – nazionale

8 Febbraio 2007

Se il Dio di Ruini diventa di destra
Ezio Mauro su la Repubblica del 7 febbraio

Prodi: «Resteremo in Afghanistan. Sulla politica estera si cambia musica»
su Il Sole 24 Ore del 7 febbraio

Berlusconi: «I gay stanno tutti dall'altra parte»
La battuta a un comizio (a Monza). Calderoli: non sono solo a sinistra. Il leader udc: gli arriverà un'altra lettera
Alessandro Trocino sul Corriere della Sera del 7 febbraio

Lettera degli ambasciatori
Tensione tra Italia e Usa
D'Alema: irrituale. Il Dipartimento di Stato: lodevole
Massimo Franco sul Corriere della Sera del 6 febbraio

 

Se il Dio di Ruini diventa di destra

Ezio Mauro su la Repubblica del 7 febbraio

C´è una domanda cruciale per la politica italiana che nessuno fa a voce alta, assordati come siamo in questo inizio di secolo dal suono delle campane dei vescovi. Eppure è una domanda che, a seconda delle risposte, può cambiare il paesaggio politico del nostro Paese e può ridefinire alleanze e schieramenti. La questione è molto semplice e si può sintetizzare così: è ancora consentito, nell´Italia del 2007, credere in Dio e votare a sinistra?
Nel silenzio della coscienza individuale è senz´altro possibile e anzi è comune, risponderebbero molti dei nostri lettori, che hanno in mano un giornale laico, sono in parte cattolici e votano abitualmente per lo schieramento di sinistra, magari talvolta turandosi il naso. E infatti, non è la libera testimonianza individuale che è in discussione: e ci mancherebbe. Ciò che invece mi sembra sotto attacco è l´organizzazione politica del pensiero cattolico di sinistra, la sua "forma" culturale, l´esperienza storica che ha avuto in questo Paese e infine e soprattutto la traduzione concreta di tutto ciò nella nostra vita di tutti i giorni e nel possibile futuro. Cioè l´alleanza tra i cattolici progressisti e gli ex comunisti che è al centro della storia dell´Ulivo, che oggi forma il baricentro riformista del governo Prodi e che domani dovrebbe essere la ragione sociale del nuovo partito democratico, risolvendo l´identità incerta della sinistra italiana.
Se non fosse così, non si capirebbe tutto ciò che si muove in queste ore sotto il mantello dei vescovi. È come se per la gerarchia fosse iniziata la terza fase, nei rapporti con la politica italiana. Prima, nel Paese "naturalmente cristiano", la Chiesa poteva presumere di essere il tutto, affidando ad un unico soggetto politico – la Democrazia Cristiana – la traduzione nel codice statuale dei suoi precetti e la tutela dei suoi timori, sempre nell´ombra dei corridoi vaticani, perché l´impronta del Papato oscurava comunque in una surroga di potenza l´identità culturale dell´episcopato nazionale.
Poi, a cavallo del giubileo e all´apogeo di un papato universale come quello di Wojtyla, ecco la coscienza per la Chiesa di essere finita in minoranza in un Paese cattolico per battesimo ma scristianizzato nei fatti, improvvisamente "terra di missione" per una riconquista che per compiersi ha bisogno di un disegno forte e autonomo dei vescovi, perché dopo secoli anche in Italia da "tutto" la Chiesa deve diventare "parte".
L´uomo che gestisce il passaggio in minoranza della Chiesa – la seconda fase – e capisce le potenzialità politiche di questa nuova condizione, è il cardinal Ruini, presidente della Cei.
Diventando parte, la Chiesa diventa reattiva, combattiva, entra in concorrenza con le altre grandi agenzie valoriali e le centrali culturali, si "lobbizza" agendo da gruppo di pressione sui centri di decisione della politica e soprattutto della legislazione. Ruini intuisce che la sfida della modernità, in questa fase, è soprattutto culturale, e capisce di trovarsi di fronte – dopo Tangentopoli e la caduta del Muro – partiti senza tradizione, senza bandiere, senza identità storica. Il pensiero debole della politica italiana può dunque essere attraversato facilmente dal pensiero forte del Papa guerriero, e nella breccia possono utilmente infilarsi i vescovi per una politica di scambio che abbia al centro i cinque temi della vita, della solidarietà, della gioventù e soprattutto della famiglia e della scuola.
La terza fase comincia quando Ruini avverte che alla Chiesa è consentito, nei fatti, ciò che nella Repubblica non è permesso alle altre "parti". Ogni componente della società, ogni identità culturale, nella sua autonomia e nella sua libertà deve riconoscere un insieme in cui le parti si ricompongono: lo Stato. Ma è come se la Chiesa, mentre ammette di essere diventata minoranza, non accettasse di vedere in minoranza i suoi valori, faticasse a stare dentro la regola democratica della maggioranza, dubitasse del principio per cui in democrazia le verità sono tutte parziali, perché lo Stato non contempla l´assoluto.

È un discorso che ha in sé l´obiettivo grandioso della terza e ultima fase del lungo regno ruiniano sull´episcopato italiano: la riconquista dell´egemonia, non più attraverso il partito dei cristiani ma direttamente da parte della Chiesa, che con la spada di questa egemonia rifonderà la politica, separando infine il grano dal loglio e costituendo un nuovo protettorato dei valori nell´esercizio di un potere non più temporale, ma culturale. Un progetto che può compiersi solo davanti ad un sistema politico gregario, senza autonomia, incapace di testimoniare un sentimento civile della Repubblica, svuotato di identità al punto da vedere nella Chiesa l´ultima agenzia di valori perenni e universali dopo la morte delle ideologie. Fonte ancora di mobilitazione, forse di legittimazione, almeno di benedizione, in un Paese in cui tutti i leader politici – o quasi – si sono convertiti se non altro mediaticamente, o comunque hanno dichiarato di essere pronti a farlo, e altrimenti sono in lista di attesa: o, come si dice, in ricerca.
Siamo davanti ad una sorta di neo-gentilonismo, con la religione che diventa materia di scambio, nella presunzione che sia vera la leggenda del voto cattolico di massa orientato dalla stanza del vescovo. Con l´intercapedine culturale dei partiti debole e fragile, la Chiesa scopre la tentazione di raggiungere direttamente il legislatore, si accorge che la precettistica può influenzare molto da vicino la legge, dimentica la distinzione suprema tra la legge del creatore e la legge delle creature. Se il disegno è egemonico, tutto è potenza. E se un testo legislativo diventa simbolico, qui si deve dare battaglia fino in fondo perché la bandiera trascende la norma e il valore ideologico supera il valore d´uso. Ecco la prima risposta alla domanda intelligente di Giuliano Ferrara ai vescovi: dove volete andare con questa battaglia intransigente, non più negoziale, sui Pacs, visto che si prepara "un risultato che collocherebbe l´Italia in un ambito di cautelosità e di disciplina morbida delle pretese nuove forme di famiglia"? Semplicemente, vogliono andare fino in fondo: non della battaglia sui Pacs, ma della battaglia per l´egemonia culturale, che è appena incominciata.

Se questo disegno si compie, la Chiesa corre il rischio mondano di diventare parte, se non addirittura un soggetto politico diretto, e si amputa a sinistra la cultura politica cattolica, per la prima volta nella storia della Repubblica. Escludendo quei cattolici democratici che hanno preso parte attiva alla nascita della costituzione e delle istituzioni repubblicane, e che soprattutto hanno saputo per decenni coniugare la fede con la laicità dello Stato. Forse per il cardinal vicario vale ancora la condanna di Augusto Del Noce contro i "progressisti cattolici": "Trasformano talmente il cristianesimo per non ledere l´avversario, che bisogna dubitare se effettivamente credano".

La partita ruiniana sembra puntare proprio qui, a far saltare l´alleanza tra i cattolici democratici e la sinistra ex comunista, in un disegno riformista che può diventare un partito. Ecco perché ieri sui Pacs – dove i vescovi intervengono ormai sugli articoli di un disegno di legge, non sui valori – è riecheggiato addirittura il solenne "non possumus" di Pio IX, con un monito preciso contro la sinistra e in particolare contro i cattolici democratici: quanto sta accadendo, ha scritto infatti con chiarezza il giornale dei vescovi con un linguaggio mai usato nei giorni più neri della Repubblica, è "uno spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana".
Il dado, a questo punto, sembra tratto. È vero che la presenza cristiana nel Paese, come dice Pietro Scoppola, non è riducibile a questo schema di comodo. Ma la Chiesa, con lo spartiacque benedetto di Ruini rischia di aprire per la prima volta un fronte religioso nella battaglia politica italiana, qualcosa che non abbiamo ancora conosciuto, una faglia inedita. In un terreno fragilissimo, dove troppi politici sono pronti a cambiare opinione a ogni rintocco di campana, sensibili nei confronti dei vescovi molto più al comando che ai comandamenti. Ecco perché bisogna chiedersi se è ancora consentito credere in Dio e votare a sinistra. Anche se bisognerebbe aggiungere un´ultima domanda: in quale Dio? Nella prima fase dell´era Ruini, era un Dio post-democristiano, comodo perché relativo, appagato dalla sua onnipotenza e affaticato dal suo declino. Nella seconda fase, quella della minoranza, è diventato un Dio italiano, in una sorta di via nazionale al cattolicesimo. Oggi, rischiano di farci incontrare un Dio di destra, e già solo dirlo sembra una bestemmia.

 

Prodi: «Resteremo in Afghanistan. Sulla politica estera si cambia musica»
su Il Sole 24 Ore del 7 febbraio

«Resteremo in Afghanistan. Sulla politica estera si cambia musica. Abbiamo fatto un dibattito breve e intenso. Con un pieno accordo sulle conclusioni tratte dallo stesso dibattito. E così si andrà ai prossimi confronti parlamentari». Romano Prodi lascia piazza Santi apostoli al termine del vertice dell'Unione sulla politica estera durato più di due ore. Il presidente del Consiglio assicura che all'interno della maggioranza è stato trovato «pieno accordo» sulla strategia da tenere in politica estera. «Ai prossimi confronti parlamentari – assicura – si andrà con una politica estera condivisa da tutti i partiti dell'Unione».

E uscendo dal vertice di maggioranza a piazza SS. Apostoli ha precisato: «Con l'America i nostri rapporti sono di amicizia e cooperazione, nessuno mette in dubbio questo fatto. Ma di fronte a un episodio inconsueto c'è la seria reazione di un Paese che difende le pratiche consuete della politica estera».Infatti, precisa «ho ricevuto le scuse esplicite di alcuni dei responsabili politici di questo gesto».
Prodi invita gli alleati a «cambiare musica» dopo aver cambiato «passo» nel modo di concepire la politica estera. E in un lungo intervento introduttivo in apertura della riunione di maggioranza, sprona i leader della coalizione a fare «gioco di squadra», perché «si vince solo se ci si passa la palla».

Poi mostra tutta la sua preoccupazione per «l'avvitamento pericolosissimo» del dibattito interno alla maggioranza, soprattutto sui temi delicati della politica internazionale. E indica ancora una volta come stella polare il programma sottoscritto prima delle elezioni da tutti i partiti dell'Unione nel quale si evidenzia chiaramente la scelta del «multilateralismo e della politica preventiva di pace». Avverte: «Se è vero che incontri come questi sono importanti, cerchiamo di stare attenti a non pensare di essere ancora in campagna elettorale», perché «abbiamo responsabilità precisissime». Quindi, basta a «rivendicazioni, pagelle, penultimatum» che l'elettorato di centrosinistra «non capisce». Un elettorato che «ha voglia di politica – dice ancora il premier – ha voglia di una coalizione compatta e coesa».

Quindi l'esortazione: «Guardiamoci dritti negli occhi, in politica estera più della concertazione conta la condivisione. Si traccia una linea, la si delega a chi la deve portare in giro per il mondo, la si segue e la si rispetta».

E elenca tutti i principali incidenti di percorso che hanno caratterizzato gli ultimi tempi della politica estera italiana, partendo proprio dalla tanto contestata lettera aperta dei sei ambasciatori. Una iniziativa «che ci ha sorpresi, anche se stemperata dalle tante attenzioni di solidarietà verso l'Italia», rimarca con forza il premier ricordando come i rapporti dell'Italia con gli Stati Uniti siano quelli di «un paese amico e alleato, non di un paese sospetto di tradimento».
Resta il fatto che essere alleati degli Stati Uniti per Prodi «non significa celebrare l'unilateralismo». Anche se per cementare il multilateralismo, il rapporto con gli Usa e la Nato «deve essere intelligentemente graduale e fortemente leale».
Il Professore entra poi nel merito della nostra presenza in Afghanistan confermando la ferma volontà di promuovere una conferenza di pace e bocciando qualsiasi tipo di parallelismo tra Kabul e l'Iraq. In Afghanistan infatti «la bandiera della Nato è piantata sotto l'egida dell'Onu e all'Onu noi sediamo dal primo gennaio – sottolinea – anche come membri del Consiglio di Sicurezza. Un nostro disimpegno sarebbe oggi incomprensibile. Quindi per ora – aggiunge – resteremo in Afghanistan, rafforzando l'impegno civile e quello per la pace, come previsto dal programma dell'Unione».

Berlusconi: «I gay stanno tutti dall'altra parte»
La battuta a un comizio (a Monza). Calderoli: non sono solo a sinistra. Il leader udc: gli arriverà un'altra lettera
Alessandro Trocino sul Corriere della Sera del 7 febbraio

MONZA – Alla prima uscita dopo la pubblica reprimenda di Veronica, il Cavaliere, che alla battuta salace notoriamente non resiste, ci ricasca. Così, proprio mentre sul palco del teatro Manzoni di Monza si sta esibendo in un'ammiccante celebrazione dell'intuito femminile, eccolo che scivola rovinosamente sull'ennesima boutade, che fa passare in secondo piano un'oretta di discorso a base di sondaggi, turris eburnee e grandi partiti della libertà: «I gay stanno tutti dall'altra parte». Cioè, a sinistra. Quanto basta per ottenere critiche e ironie non solo da Rutelli, ma anche da Pier Ferdinando Casini e da Roberto Calderoli.
«Davvero ha detto questo? Allora domani sarà costretto a scrivere un'altra lettera di scuse» scherza Casini. Gli fa eco Calderoli, che corregge il Cavaliere: «Credo che i gay non siano tutti a sinistra, anche perché se dovesse essere così, dovrebbero aspettarsi per il futuro di essere rinchiusi in un ghetto, cosa che non capiterebbe mai con il centrodestra». Rincara la dose il vicepremier Francesco Rutelli: «Battuta infelice, offensiva e inopportuna».
Ma cosa ha detto Berlusconi? Ecco il virgolettato: «Mi piace il tuo secondo nome – spiega, rivolgendosi a Marco Maria Mariani, candidato a sindaco di Monza, che era venuto a presentare -. Perché ha un che di femminile e le donne hanno più intuito. Ci deve essere in tutti noi un po' di quell'intuito femminile che hanno le signore in…(risate)…no, sto dicendo solo cose buone (ride)…. ecco non devi…no, guarda che qui…i gay sono tutti dall'altra parte eh… (risate)». Segue riferimento trasversale a Veronica: «I ragazzi adesso sono tutti giovani e belli. Anche le donne hanno la chirurgia plastica e i cosmetici. Ma, come sapete non ne posso più parlare».

Intanto continua il grande freddo con il Carroccio. In sala zero bandiere leghiste e «Azzurra libertà» a tutto spiano. Roberto Maroni aveva annunciato la diserzione della Lega, perché «senza garanzie sulla legge elettorale ci sono solo ipotesi di candidature». Mariani la prende male: «Come ipotesi? Non scherziamo sulle cose serie. Lo dovevano dire sei mesi fa, non ora. Siamo matti? Con tutta la fatica per metterci d'accordo». Bossi e i suoi non sono venuti. «E mi dispiace molto. Ma me ne farò una ragione».

 

Lettera degli ambasciatori
Tensione tra Italia e Usa
D'Alema: irrituale. Il Dipartimento di Stato: lodevole
Massimo Franco sul Corriere della Sera del 6 febbraio

Il governo italiano aveva sperato, o finto di credere in una mezza gaffe dell'ambasciatore Usa in Italia, Ronald Spogli. Era lui a essere considerato il regista politico della lettera-appello scritta dai 6 diplomatici dei governi più impegnati in Afghanistan. E nelle ultime ore, prima il ministro della Difesa, Arturo Parisi, e poi la Farnesina avevano lasciato trapelare la propria irritazione. Di più: si accreditava l'iniziativa come una mossa personale di Spogli, destinata a essere corretta, se non smentita, dal Dipartimento di Stato. La precisazione arrivata ieri sera da un portavoce statunitense smonta invece questa illusione.
Al governo italiano che aveva parlato comprensibilmente di un gesto «irrituale», si replica definendo «lodevole» la lettera promossa e firmata da Spogli. E si precisa che «è perfettamente in linea» con le convinzioni di Condoleezza Rice. Anzi, rientrerebbe in una sorta di campagna di persuasione additata agli ambasciatori americani «per cercare di far capire, con lettere o interviste televisive», quanto sia importante continuare la missione afghana. È a questo, spiega il portavoce del dipartimento di Stato, che i diplomatici sono stati «sollecitati» dalla Rice.
Se non è una crisi nei rapporti Italia- Usa, comunque le somiglia. Sottolinea come minimo un difetto di comunicazione e un'incomprensione fra l'amministrazione Bush e il governo Prodi. Ridimensiona di colpo la saga delle buone relazioni fra la Rice e il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema. Ma soprattutto, non importa se in modo calcolato o meno, inserisce un cuneo pesante all'interno dell'Unione. La copertura totale offerta a Spogli sull'Afghanistan alla vigilia della riunione odierna convocata da Prodi a Palazzo Chigi, può rivelarsi un intralcio fastidioso.
Il presidente del Consiglio l'ha preparata cercando di annacquare le tensioni con un antagonismo pacifista ostile all'allargamento della base Usa a Vicenza e insieme convinto che occorra cominciare a discutere su un possibile ritiro dei soldati italiani da Kabul. E le sue dichiarazioni di ieri hanno incorniciato il vertice in un «clima di accordo» che, nonostante tutto, sembrava a portata di mano; e forse lo è tuttora. L'unico elemento di nervosismo, palpabile, era l'eco della lettera dei 6 ambasciatori. Un'iniziativa definita «irrituale»: aggettivo diplomatico che equivale a «fuori luogo».

Il tentativo di esorcizzare l'accerchiamento «irrituale» dei 6 ambasciatori firmatari, tuttavia, sta avendo come conseguenza una tensione imprevista e plateale con gli Stati Uniti. E finisce per sottolineare le perplessità che alcuni Paesi alleati, Usa in testa, sembrano nutrire verso la politica estera dell'Unione. Le parole arrivate da Washington tradiscono non uno scarto improvviso, ma un malumore cresciuto nelle ultime settimane: con le manifestazioni antiamericane a Vicenza, e con le contorsioni dell'estrema sinistra sull'Afghanistan. «Pensavo fosse una questione di forma, e invece è di sostanza…». Lo stupore attribuito al ministro Parisi riflette la distanza politica che, nella disattenzione quasi generale, oggi divide Roma e Washington.

 

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