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Rassegna stampa del 27 febbraio – nazionale

27 Febbraio 2007

Prodi ai ministri "Basta dichiarazioni"
Marco Marozzi su la Repubblica del 27 febbraio

Un Paese appeso a Pallaro
Federico Geremicca su La Stampa del 27 febbraio

Per uscire dal bunker
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 26 febbraio

Verso un riformismo ben temperato
Eugenio Scalfari su la Repubblica del 25 febbraio

Voltagabbana tra fiori e letame
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 25 febbraio

Prodi ai ministri "Basta dichiarazioni"
Marco Marozzi su la Repubblica del 27 febbraio

ROMA – Troppe parole, non solo sulle pensioni. Romano Prodi si è arrabbiato. E avvisa i suoi ministri che parlano senza ancora essere sicuri di rimanere in sella: "Guardate che è aperta davvero una fase nuova, non si può continuare ad andare avanti in ordine sparso con ognuno che dice la sua su ogni cosa; rispettate tutti sul serio i punti che ci siamo dati e che tutti i partiti hanno firmato".

Al premier non piace il fiorire di dichiarazioni fra i membri di un governo che in questi due giorni si gioca tutto. Partendo dalle notizie sulla riforma delle pensioni apparse su Repubblica.

Prodi con l'occhio non solo al voto in Senato e alla Camera, cerca di stoppare l'idea di scelte già definite. E ripete che adesso a decidere e parlare sarà lui. "C'è un tavolo di concertazione con sindacato e forze economiche. Non è un tavolo di trattativa, ma per trovare le soluzioni migliori per il Paese". Nessun accenno quindi, nella nuova fase del governo post-crisi, a quella "doppia concertazione" di cui si ventilava, con mediazioni anche fra i partiti di governo. La trattativa sarà tutta direttamente con le forze sociali ed economiche, senza subire pressioni, senza cedere alle polemiche fra l'ala massimalista che cerca di uscire dal grande freddo in cui si è cacciata e quella riformista della coalizione.

La convinzione del premier e del ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa è che sia possibile intervenire per aumentare le pensioni più basse e venire incontro ai giovani rispettando il riequilibrio dei conti pubblici. Questo è andato a dire il ministro a Bruxelles, all'Ecofin. La Ue riconosce che il nostro sistema pensionistico è meno squilibrato di altri, ma comunque va rivisto partendo dai coefficienti di trasformazione. "Sarà una negoziazione difficile e certe loquacità rischiano di essere controproducenti, di mostrare poca fermezza e freddezza", dicono al ministero di via XX Settembre.

Prodi, che ha sentito Damiano e Padoa-Schioppa, non entra nei casi specifici, ma cerca di frenare quella che teme possa essere un'escalation e chiama a superare "brutte vecchie abitudini". Sembra un messaggio al responsabile dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio che parla della base Usa di Vicenza dicendo che "non c'è nei dodici punti e che si potranno rivedere alcune scelte". Facendo irritare i responsabili di Difesa ed Esteri, Parisi e D'Alema, primi tutori – insieme al presidente del Consiglio – degli "impegni internazionali". Poi c'è Paolo Ferrero di Rifondazione che fissa paletti sulla riforma delle pensioni e chiede a Prodi di inserire il problema della casa nel suo discorso di oggi.

Il tira-molla sui "Dico", assenti nei dodici punti ma con tanti esponenti politici subito attenti – come la ministra Barbara Pollastrini – a ricordare che sono già alle Camere. E ancora Pecoraro Scanio che sempre a Repubblica Tv spulcia i dodici punti su cui si dovrebbe fondare il rilancio della coalizione sostenendo: "Non c'è la Tav, non è proprio scritta". In realtà al punto 3 ci si impegna alla "rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare ai corridoi europei (compresa la Torno-Lione)". E il ministro verde se la prende con "la sinistra industrialista ed arrogante".

Per ora spifferi cauti di protagonismo, con molti distinguo. Ma Prodi vuole un "cambio di marcia", subito, mentre da destra lo attaccano. "Già rinnegano il dodecalogo", ironizza l'azzurro Cicchitto. Il premier in queste ore non ha digerito quelli che considera tentativi nemmeno troppo sotterranei dei ministri di far di tutto per infilare propri temi nel discorso di oggi.


Apporti forti comunque sono arrivati dai ministri di snodo, come Bersani per le liberalizzazioni, Bonino (commercio estero), Bindi (famiglia). Tutti ieri visti a Palazzo Chigi. "L'importante – ha ripetuto il premier – è non dar l'impressione che cominciamo già subito a spingere per differenziarci. A fare i primi della classe. Qui siamo tutti noi che rischiamo di essere bocciati. Mi sono preso un impegno preciso con il presidente della Repubblica e con gli italiani e voglio rispettarlo".

Un Paese appeso a Pallaro
Federico Geremicca su La Stampa del 27 febbraio

Non può che far piacere – e lo diciamo senza alcuna ombra d'ironia – il fatto che il senatore Luigi Pallaro (eletto dagli italiani all'estero) sia sul punto di risolvere il suo lungo travaglio.
Le ultime notizie dicono che probabilmente aggiungerà a quelli del centrosinistra un voto – il suo – che potrebbe risultare decisivo ai fini di quella «maggioranza politica autosufficiente» circa la cui esistenza Prodi e i partiti dell'Unione hanno rassicurato il presidente Napolitano nel corso delle recenti consultazioni. Allo stesso modo, onestamente – e lo diciamo senza alcuna pulsione qualunquista – non può che suscitare profonda perplessità l'immagine di un governo (e dunque di un Paese) letteralmente appeso alle determinazioni del senatore Pallaro, un distinto signore ottantunenne con interessi e affari tra Argentina e Uruguay. Luigi Pallaro ha lasciato l'Italia 52 anni fa, e non risulta soffra granché di nostalgia: eppure dipenderà da lui se già a partire da questo fine settimana riavremo in carica un governo nella pienezza dei suoi poteri.

Sarà invece un trotzkista piemontese dall'aria mite – il senatore Turigliatto – a decidere per quante settimane il governo eventualmente ri-fiduciato potrà restare in carica. Infatti, pur essendo ancora incerto il suo sì a Romano Prodi domani nell'aula di Palazzo Madama, Franco Turigliatto ha già annunciato che si opporrà al decreto di rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan: e se anche potesse non essere il solo, quantomeno contribuirà a trasformare in una chimera l'«autosufficienza della maggioranza in politica estera», che è stata – appunto – una delle condizioni poste dal presidente Napolitano per rinviare il governo Prodi alle Camere. Sulla fiducia, insomma, sarà determinante il sì o il no di Luigi Pallaro; per l'Afghanistan, invece, deciderà Franco Turigliatto (e qualche altro compagno di lotta). Come a dire – e anche qui senza ironia – che siamo praticamente punto e a capo.

È questa situazione – che ha già in sé il riproporsi delle ormai note questioni: radicali contro riformisti, Tav sì-Tav no, e poi i duelli su Afghanistan, pensioni e tutto il resto – è questa situazione, dicevamo, a proiettare un'ombra malinconica sul ritorno in sella di Romano Prodi. Non è problema di uomini, naturalmente. Non è questione, insomma, che riguardi il premier – per dire – o la sua sacrosanta ambizione di continuare a guidare l'avviato processo di risanamento o di liberalizzazioni. Sul banco degli imputati, piuttosto, va messa l'illusione (se si vuole: l'illusione obbligata) che un paio di vertici e la firma di un «dodecalogo» potessero cancellare d'un colpo differenze e divergenze note addirittura prima della presentazione delle liste elettorali.

Sarebbe stato meglio, allora, provare a percorrere un'altra via? Sarebbe stata più opportuna, cioè, la presa d'atto che con l'esiguità della maggioranza di cui gode al Senato – e le divisioni che la segnano – l'Unione non è in condizioni di governare il Paese? Sono interrogativi che gli stessi leader del centrosinistra si stanno probabilmente ponendo in queste ore di calcoli affannosi e di ricerca dei consensi mancanti. Da quel che si è inteso, è prevalsa la convinzione che tutto quel che sarebbe venuto dopo l'eventuale caduta di Prodi, sarebbe stato peggio per il centrosinistra (la cui unità e i cui destini vengono troppo spesso fatti coincidere con quelli del Paese). È un calcolo legittimo: anche se, onestamente, nessuno può ancora dire se, oltre che legittimo, sia anche utile e fondato.

Per uscire dal bunker
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 26 febbraio

La crisi di governo è rientrata. A meno di imprevedibili imprevisti il governo Prodi otterrà la fiducia; e non sarà un Prodi bis, ma lo stesso governo di prima che continua. Che continua come prima?
Offrendo dimissioni non dovute Prodi ha spiazzato tutti, ed è anche riuscito a spaventare i suoi infidi di sinistra. L'inaspettato spavento li ha indotti a nuovi giuramenti di fedeltà e a riconoscergli l'autorità di «esprimere in maniera unitaria la posizione del governo». Questa frase è un po' contorta (non si capisce come una posizione possa essere espressa in maniera disunitaria), e anche piuttosto ovvia (descrive la normale prerogativa di qualsiasi capo di governo). Ma diamogli pure il credito di essere una promozione a «gran capo». Resta che quasi tutti i punti del cosiddetto diktat prodiano sono blandi e evasivi. Sulle pensioni si tace sull'aumento dell'età pensionabile; sulla famiglia si tace sui nodi dei Dico. Salvo che sull'Afghanistan e forse sulla Tav, il resto è tutto vago, vaghissimo. Anche sulla riforma elettorale che tutti dicono indispensabile, perché altrimenti non ha senso tornare a votare.
Dico la mia. Il diktat prodiano è quasi tutto fumo e poco arrosto. La faccia feroce in realtà nasconde un prudentissimo veleggiare tra le mine. E il punto resta se la mossa di Prodi serva davvero a fornirgli una sia pur piccolissima maggioranza certa e fidabile. Veniamo così ai numeri. Incalzata dal Presidente Napolitano, l'Unione ha disperatamente cercato di «comprare» qualche senatore in più. Ne ha catturato uno, forse tre. Un magrissimo bottino, che tutt'al più assicura il prossimo voto di fiducia. Ma dopo? Come andrà, dopo, la navigazione quotidiana? La verità è che il centrosinistra sopravvive da sempre, al Senato, su una maggioranza incerta e friabile. Incerta perché i senatori a vita sono «indipendenti» e hanno il diritto di votare ogni volta come credono; e friabile perché all'estrema sinistra esistono teste quadrate che non ragionano come le teste rotonde, o che forse proprio non ragionano. Ma se cancelliamo dal preventivo i sette senatori a vita e le teste quadrate, è sicuro che Prodi va sotto. Domani come ieri. Allora di cosa consiste il «nuovo slancio» del governo? 

Verso un riformismo ben temperato
Eugenio Scalfari su la Repubblica del 25 febbraio

Dicono: non guardiamo a ieri, ma guardiamo a domani. E magari anche a dopodomani. D´accordo, pensiamo al futuro, alla fiducia che Prodi chiederà al Senato nei primi giorni della settimana, alle possibilità che riesca ad ottenerla e a quello che può accadere nei giorni e nei mesi successivi. Ma anche alla "dannata" ipotesi che la fiducia non sia raggiunta: in fondo basta una febbrata ad uno o due senatori del centrosinistra per mandare tutto a carte quarantotto. O viceversa.
Ebbene: sulla carta i numeri ci sono. I voti in favore del governo dovrebbero essere 158 contando i due senatori del dissenso che hanno accolto il richiamo all´ordine, il voto (sicuro al 99 per cento) di Follini e quello dell´italo-argentino Pallaro che nell´infausta giornata del 21 si schierò al centrodestra ma ora ci avrebbe ripensato (diamolo al 51 per cento). Dovrebbero essere quattro i senatori a vita presenti e votanti "sì". Forse Andreotti e Pininfarina non saranno in aula e la loro assenza abbasserebbe il quorum in favore del governo (diamo questa ipotesi al 50 per cento). Insomma, per il rotto della cuffia questa volta il governo dovrebbe farcela. Ma dopo? Si può governare in perenne bilico? Questo è il problema.
In teoria si può governare anche con un solo voto di maggioranza, ma ci vuole una cultura istituzionale che da noi non c´è. A Westminster è prassi che nel caso di maggioranze risicatissime l´opposizione faccia assentare un paio dei suoi membri per render possibile al governo di portare avanti la sua politica. Ma questo per l´attività legislativa corrente, non certo per le mozioni di sfiducia.
Comunque è evidente che le intemperanze dei dissenzienti di sinistra spingeranno il governo ad allargare la maggioranza verso il centro per la semplice ragione che a sinistra di Rossi e di Turigliatto non ci sono altri soggetti parlamentari, almeno per ora. L´ingresso di Follini e le motivazioni che lui stesso ne ha dato sono eloquenti da questo punto di vista. Non credo tuttavia che questo spostamento cambi la sostanza politica della maggioranza e del governo. Chi voleva spostarla erano i comunisti di Diliberto e quelli di Rifondazione. La svolta programmatica del 22 febbraio (i dodici punti di Prodi "obbliganti" per tutti i partiti della coalizione) ha rintuzzato lo strappo a sinistra ed ha riportato il baricentro laddove dev´essere, se non altro per ragioni numeriche, cioè sull´Ulivo.
Politicamente questo è accaduto e l´Ulivo, che dovrebbe dar vita al più presto al partito democratico, è una forza politica riformista. La sinistra radicale rappresenta, Verdi compresi, meno del 9 per cento dell´elettorato contro il 30 dell´Ulivo. Il baricentro è dunque quello e nessuno può disconoscerlo all´interno dell´Unione. Ma è anche chiaro e noto a tutti che Prodi, Fassino, D´Alema, Rutelli e Franceschini sono riformisti e non moderati. Tantomeno rivoluzionari, ammesso ma non concesso che altri lo siano.
La sinistra radicale rappresenta un riformismo più spinto. Può contribuire alla volontà comune, alle scelte comuni, ma non può pretendere di dettarle senza mettere in crisi l´alleanza. La crisi del 21 febbraio ha avuto almeno il pregio propedeutico di rendere evidente questa realtà, del resto ben nota. Un mese fa scrissi un articolo dal titolo "Se Prodi cade la sinistra non c´è più". Non era una profezia ma una semplicissima constatazione di fatto.
Dunque il governo, se otterrà la fiducia, non potrà che continuare e anzi rendere più incisive le scelte e le iniziative già intraprese. Per modernizzare lo Stato e la società, per far crescere l´economia reale, per aumentare il livello di giustizia sociale e soprattutto per proseguire in una politica estera di timbro europeo distinguendosi – come già sta facendo – dalla politica berlusconiana ma restando nel quadro dell´alleanza storica con gli Stati Uniti. Discontinuità nella continuità: non è un ossimoro bensì la carta d´identità del riformismo democratico.
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Dunque tutto come se la crisi del 21 febbraio non ci fosse stata? Cancelliamo quella data dal calendario e si ricomincia sulla linea dello "Heri dicebamus"?
Non credo che sia possibile e per capirlo bisogna tornare al recente passato per meglio intravedere le ipotesi di lavoro che riguardano il futuro.
Io non credo ai complotti e nemmeno ai colpi di sole. Stando ai patiti del retroscena, nel voto contrario di Cossiga e nell´astensione di Andreotti e di Pininfarina ci sarebbe la zampa dell´America, del Vaticano, e della Confindustria; ma detta così è una rozza semplificazione che non sta in piedi.
Pininfarina (non è un pettegolezzo ma un dato di realtà) è una persona molto ammalata. Il suo "rapimento" nell´aula di Palazzo Madama è un episodio abbastanza ignobile dietro al quale non c´è nessun complotto politico ma una squallida "appropriazione indebita".
Cossiga si identifica da sempre con i servizi di sicurezza italiani e occidentali, nel bene e nel male. Non è arbitrario pensare che James Bond sia il suo punto di riferimento. Non a caso fu uno dei responsabili di "Gladio" e di organizzazioni para-militari fondate dalla Nato durante la fase calda della guerra fredda. Il senatore Di Gregorio è la sua controfigura ad infimo livello, ma anche nel caso di Cossiga non c´è complotto alle spalle. Nessuno gli è andato a suggerire come votare. Lui lo sapeva da sé.
Analogo discorso vale a maggior ragione per Andreotti. Esaminando il suo voto su 24 Ore del 22 febbraio, Orazio Carabini ha citato la frase pronunciata da Paolo Sarpi dopo esser stato pugnalato dai sicari dell´Inquisizione: "Agnosco stylum Romanae Ecclesiae". Tradotto e attualizzato, il voto di Andreotti sarebbe dunque la pugnalata inferta a Prodi dal cardinal Ruini per interposto senatore a vita. Ebbene, conosco abbastanza il personaggio Andreotti per dire che questa ipotesi non ha senso.
Però un senso ce l´ha. Andreotti era ben consapevole che il cattolico adulto Romano Prodi, la cattolica adulta Rosy Bindi, i sessanta cattolici adulti della Margherita rappresentano una realtà indigeribile per l´episcopato italiano. Da cattolico adulto (anzi vegliardo) anche lui, Andreotti ha giudicato che quella astensione negativa fosse la scelta giusta per indebolire la pericolosità e limitare la rivendicazione di autonomia dei cattolici adulti e antitetici a lui. Il suo voto ha dato una mano a Ruini e a Fisichella anche se nessuno di loro glielo ha chiesto. Andreotti decide da solo. Ora che ha ottenuto il risultato è possibile che si astenga non in aula ma fuori: dopo il bastone la carota.
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E i colpi di sole? La "incontinenza" (diciamo così) di Turigliatto e di Rossi?
Due stagionati professionisti della politica non prendono l´insolazione perché si espongono al sole senza cappello. Alle loro spalle c´è una lunga storia e qualche equivoco culturale e politico che risale a tutto il gruppo dirigente di Rifondazione e dei Comunisti italiani: l´equivoco di poter cavalcare i cosiddetti movimenti, sia quelli ideologici sia quelli territoriali, e di esserne i rappresentanti nelle istituzioni e addirittura nel governo. Per questa ragione Rossi e Turigliatto, ma anche i Caruso e i cinque o sei radical-rock, hanno avuto il loro seggio in Parlamento: rappresentavano la prova vivente della contiguità dei partiti di estrema sinistra con i movimenti. E sempre per questo motivo sia Giordano sia Diliberto sono andati a Vicenza e ne sono tornati con euforica gloria.
Purtroppo per loro i movimenti ideologici non si sentono affatto rappresentati dai loro partiti nelle istituzioni per la semplice ragione che delle istituzioni se ne infischiano totalmente. Quanto ai movimenti territoriali, a Vicenza erano ben contenti di avere in corteo due segretari di partiti nazionali perché, come dice Chiambretti, in tivù tutto fa brodo; ma la caduta del governo Prodi non è affatto piaciuta alla grande maggioranza dei vicentini di centrosinistra, tant´è che un buon numero dei messaggi arrivati ai siti Internet della sinistra radicale con proteste feroci contro chi aveva provocato la crisi è venuta da Vicenza.
Capisco che questo comportamento lede il principio di non contraddizione, ma le folle quando vanno in piazza non si pongono questioni di logica filosofica; agiscono, mandano in scena un happening e poi magari protestano contro gli effetti collaterali che hanno prodotto.
Così va la vita, Giordano, Diliberto e anche Bertinotti dovrebbero conoscerle queste cose di politica elementare. Stare sul trapezio richiede un grandissimo senso di equilibrio; basta caricare troppo su una qualsiasi parte del corpo per cascare di sotto ed è esattamente ciò che è accaduto. Solo che di sotto ci siamo cascati tutti perché agganciati a quel trapezio c´erano i famosi interessi del paese.
* * *
Il presidente della Repubblica ha fatto ieri mattina in poche righe una lucidissima lezione di saggezza costituzionale agli italiani, dopo aver rinviato Prodi alle Camere per una verifica del rapporto fiduciario. Ha spiegato perché non poteva sciogliere le Camere e perché non poteva, senza prima aver compiuto quella verifica, dare l´avvio ad un governo istituzionale.
Non c´è che inchinarsi a quella saggezza e constatare ancora una volta che la presidenza della Repubblica resta di gran lunga il luogo dove gli italiani trovano il loro presidio e la loro più alta e unitaria rappresentanza. Così fu con Einaudi, con Saragat, con Pertini, con Scalfaro, con Ciampi ed ora con Giorgio Napolitano.
Bisogna continuare nell´attuale politica estera – ha detto il capo dello Stato – proseguire nella politica di rilancio economico e sociale, riformare una legge elettorale obbrobriosa, stilata apposta dal centrodestra per rendere ingovernabile il Senato.
Questo è il mandato che Napolitano ha assegnato al governo e che Prodi aveva del resto già fatto proprio in anticipo salvo il tema della legge elettorale di cui nessuno si nasconde l´urgenza ma che non può essere affrontato senza la collaborazione di almeno una parte dell´opposizione.
Nel frattempo sarebbe molto utile modificare alcune storture esistenti nel regolamento del Senato e che potrebbero essere rapidamente cancellate a cominciare dall´astensione che – chissà perché – a Palazzo Madama equivale a un voto negativo mentre a Montecitorio vale per quello che è, cioè né "sì" né "no" (Andrea Manzella ha ieri segnalato in un suo articolo sul nostro giornale questo ed altri gravi difetti regolamentari che dovrebbero essere aboliti con urgenza).
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La new entry di Marco Follini nelle file del centrosinistra ha un´importanza che va al di là del voto in più acquistato al Senato. Se Prodi otterrà la fiducia e se nelle prossime settimane il governo procederà speditamente sulle linee indicate nei dodici punti prioritari accettati dalla coalizione, l´esempio dell´ex segretario dell´Udc potrà calamitare altri parlamentari di vocazione centrista e di sentimenti etico-politici incompatibili con il berlusconismo.
Lo ripeto: questa auspicabile confluenza non sposta il baricentro politico dell´Unione ma serve a rafforzarne la maggioranza riformista senza con ciò escludere contributi della minoranza più radicale. Questa è la natura e la struttura dell´Unione e altro non può essere. Quando pendesse troppo alla sua sinistra o troppo alla sua destra, si sfascerebbe come è accaduto il 21 febbraio e con lei si sfascerebbero in un immenso polverone tutti i partiti e i partitini che la compongono.
Ricordiamo le parole di Napolitano: questa è l´ultima prova concessa. Se la si supera non si è ancora vinto, ma se non la si supera si è perso per altri vent´anni.


Voltagabbana tra fiori e letame

Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 25 febbraio

Carrettate di letame, carrettate di fiori. Le reazioni alla scelta di Follini di passare al centrosinistra sono documenti storici straordinari.
Perché mostrano con accecante chiarezza come la politica italiana sia vissuta ormai, salvo eccezioni, come una guerra per bande. Dove conta una cosa sola: chi è con te, chi è contro di te. Fine. E al diavolo tutto il resto. A partire dalla coerenza.
Ma come: quelli che oggi sommergono di insulti l'ex segretario dell'Udc non sono gli stessi che mesi fa lodavano la nobile e tormentata decisione di Sergio De Gregorio di piantare in asso la sinistra che l'aveva eletto? E quelli che ieri marchiavano d'infamia il senatore dipietrista reo di aver tradito per fare il presidente della Commissione Difesa coi voti polaroli non sono gli stessi che oggi plaudono alla meditata e sofferta rottura dell'"Harry Potter" neodemocristiano? Per carità, sempre successo. Basti ricordare la diversità dei cori, divisi tra lo sdegno e l'approvazione, che accompagnarono nel '94 la scelta di Luigi Grillo di consentire con il suo voto la nascita al Senato del primo governo Berlusconi, contro cui aveva fatto parte della campagna elettorale nelle file del Ppi di Mino Martinazzoli. Oppure, sul versante opposto, il sollievo sorridente della sinistra e la schifata rivolta delle destre contro la decisione di Clemente Mastella e altri di rompere nel '98 col Polo per consentire la nascita del primo governo D'Alema.
Ricordate, il debutto in Parlamento? Giuliano Urbani parlò di un "governo giuda". Gianfranco Micciché di un'accozzaglia di "saltimbanchi, truffatori, massoni, boiardi di Stato" capaci solo di "strisciare come vermi". Manlio Contento di una "compagine di viados della politica italiana". Gianfranco Fini di un esecutivo "di rigattieri". Ciò detto, rispolverò l'invettiva che Alberto Giovannini aveva usato per bollare i monarchici che avevano abbandonato Achille Lauro per arruolarsi nella Dc: "Puttani!". E Silvestro Liotta detto Silvio arrivò a dire che a molti componenti del nuovo governo erano "andati trenta denari ". Parlava da un pulpito tutto suo: poche settimane prima, era stato lui, infatti, a far cadere Prodi tradendo la sinistra dopo aver tradito la destra con la quale era stato eletto. E incassando, al rientro, la benedizione di Gianfranco Micciché: "E' chiaro che quando gli abbiamo riaperto le porte del partito non c'è stato manco bisogno di dirgli che il suo collegio è lì che lo aspetta".
Va da sé che, a seconda di "chi tradiva chi", sono sempre cambiate le opinioni. E se certi vecchi naviganti della politica ne ridacchiavano come Francesco Cossiga ("Il primo voltagabbana della storia fu San Paolo sulla via di Damasco") o Claudio Martelli ("Anche Lutero era cattolico, prima di diventare protestante"), ci sono stati momenti in cui la destra, per bocca di Francesco D'Onofrio, arrivò ad affermare la necessità d'inserire nella nuova Costituzione "una legge contro il salto della quaglia". E altri in cui la stessa proposta è partita da sinistra. Anzi, sbottò un giorno il senatore verde Athos De Luca, "per quelli che cambiano partito si dovrebbe adottare il sistema degli indios Paes, che in Colombia gettano i traditori nelle acque di un lago".
Esagerati. Pronti comunque a spalancare le braccia ogni volta che il figliol prodigo di turno tornava a casa. E c'è chi, tirandosi dietro gli insulti degli alleati abbandonati, ha mangiato il vitello grasso sia per il ritorno a destra e sia per il ritorno a sinistra e magari poi di nuovo a destra. Come Rocco Buttiglione, Alessandro Meluzzi, l'Umberto Bossi e altri. O Totò Cuffaro, che in una sola legislatura di vitelli grassi, avanti e indré, è arrivato a mangiarne una quantità. Insomma: c'è voltagabbana e voltagabbana. Quello infame ti molla, quello buono ti soccorre.
Mai però, a causa degli equilibri incerti del Senato, si è vista tanta ipocrita indignazione e tanta ipocrita soddisfazione quanto nell'incrociarsi delle scelte opposte di Sergio De Gregorio e di Marco Follini. Era commossa, la destra, quando il senatore eletto con la più antiberlusconiana delle liste, quella dipietrista, svoltò a destra. "La politica è anche assunzione di responsabilità", disse Gianfranco Fini, "il franco tiratore è un vile, chi invece si assume le proprie responsabilità merita rispetto". "È un uomo di grande spessore", spiegò Gianfranco Rotondi.
"Chi li conosce, quelli di sinistra, li evita", gongolò Roberto Calderoli. "Renato Schifani gli ha telefonato stanotte per chiedergli se fosse disponibile a diventare il nostro candidato in commissione Difesa…", rivelò Paolo Guzzanti. E spiegò che per quelli come lui la Cdl era pronta a "offrire sponda".
A sinistra, fulmini e saette. "Si è trattato di trasformismo e mercimonio", accusò Franco Giordano. "Una vera e propria compravendita", rincarò Gennaro Migliore. "Dopo essere stato eletto col centrosinistra, dovrebbe sentire il dovere di dimettersi", sibilò Vannino Chiti. "Giuda era e giuda rimane", sbottò Antonio Di Pietro. Al che Giampiero Catone saltò su indignato: lui un giuda? Noooo! "Quella a De Gregorio è una vergognosa aggressione!" E assicurò: "Per lui le porte della Democrazia Cristiana per le Autonomie sono sempre aperte".
Ieri, oplà, tutto rovesciato. Di qua Pierluigi Bersani diceva che lui Follini lo stimava "già prima" ed Enzo Carra dava "il benvenuto a Marco", di cui conosceva "la sofferenza personale che dura da anni", e Renzo Lusetti che si congratulava per l'arrivo di un "uomo di raffinato intuito politico, dalle ottime capacità propositive e di grande spessore morale". Di là, con l'eccezione di Giuliano Ferrara ("chi lo aggredisce è un bischero") e rari altri, grandinavano insulti. Da Alessandra Mussolini ("Scelte immorali") a Luigi Vitali ("Compravendita di uomini"), da Sandra Monacelli ("Un salto della quaglia") a Lorenzo Cesa ("Fenomeni di trasformismo") a Piero Testoni: "L'Italia di mezzo è l'Italia dei mezzucci". E se domani il caro Marco tornasse di là? Vitello grasso! Vitello grasso! In fondo, per molti, è solo un gioco.
O no?

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