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Rassegna stampa del 22 febbraio – nazionale

22 Febbraio 2007

Governo sconfitto al Senato – Prodi si dimette
Redazione del Corriere della Sera del 22 febbraio

Galleggiare tentazione fatale
Giulio Anselmi su La Stampa del 22 febbario

La fiducia vuota della sinistra radicale
Ezio Mauro su la Repubblica del 22 febbraio

Cortine fumogene
Franco Venturini sul Corriere della Sera del 21 febbraio

Cristianesimo e diritti
Umberto Galimberti su la Repubblica del 21 febbraio

Governo sconfitto al Senato – Prodi si dimette
Redazione del Corriere della Sera del 22 febbraio

ROMA – Alla fine sono arrivate le dimissioni. Dopo tante minacce di crisi il governo Prodi va in testa coda e cade quando (forse) meno se lo aspettava, inciampando sulla politica estera: la mozione sul discorso di D'Alema non è passata al Senato per due voti. A stoppare la maggioranza è stata una inedita cinquina composta da tre senatori a vita e due «irriducibili» della sinistra radicale. Rossi e Turigliatto. Dopo la bocciatura, seguita da un vertice di maggioranza e da un consiglio dei ministri, Romano Prodi ha rimesso il mandato al Quirinale. Il presidente Napolitano, rientrato in tutta fretta a Roma interrompendo una visita ufficiale a Bologna, si è riservato di accettare dopo un colloquio di 25 minuti e ha indetto subito (cominceranno giovedì alle 10.30) le consultazioni per affidare l'incarico di formare il nuovo governo. Era stato proprio Napolitano a chiedere a Prodi di tornare al Senato dopo la sconfitta sulla base di Vicenza, proprio per provare il sostegno della maggioranza alla politica estera del governo. E D'Alema aveva detto chiaro, da Ibiza, che «senza la maggioranza, si va tutti a casa». In sostanza, il capo della Farnesina aveva chiesto una sorta di voto di fiducia, sfidando i rapporti di forza (che al Senato sono ormai paritari tra maggioranza e centrodestra) e le tante incognite di una votazione al cardiopalma.

PRECEDENTE – A nulla, dopo la bocciatura a Palazzo Madama, sono valse le pressioni della sinistra a tirare il freno, a non dimettersi e trovare una soluzione per andare avanti. In serata è uscita anche una nota ufficiale del Prc in cui si chiede a Prodi «di non interrompere la sua azione». Niente da fare. La disfatta della maggioranza va in scena ancora una volta a Palazzo Madama, che si conferma la bestia nera del governo Prodi. A distanza di una ventina di giorni, dopo lo scivolone sulla mozione della Cdl sulla base Usa di Vicenza, infatti, il governo viene battuto di nuovo sulla risoluzione che approva la relazione del ministro degli Esteri. E si apre la crisi.

«COLPA DI ANDREOTTI E PININFARINA» – «La colpa di tutto è di Pininfarina e Andreotti che si sono astenuti e di Rossi e Turigliatto che non hanno votato», hanno commentato i senatori dell'Unione all'uscita dell'Aula dove, dopo il risultato, è scoppiata la solita bagarre con il centrodestra in piedi che gridava «dimissioni, dimissioni». Mentre sui due dissidenti si abbatteva «il disprezzo totale» della capogruppo dei Verdi-Pdci Manuela Palermi, che aveva ottenuto la marcia indietro di Bulgarelli.

ULIVO PRONTO A PRODI-BIS – A sera, l'Unione si interroga sullo sviluppo della crisi. L'Ulivo (dopo un vertice con Rutelli, Fassino e D'Alema a Palazzo Chigi), si dice pronto a confermare la fiducia a un governo Prodi-bis. «Siamo consapevoli della difficoltà della situazione – afferma il capogruppo alla Camera Dario Franceschini – ma siamo pronti a riconfermare la piena fiducia al Governo Prodi. Ci auguriamo che le consultazioni servano a un chiarimento profondo per superare non solo un nuovo ed eventuale voto di fiducia ma perché il governo abbia una maggioranza che lo sostenga convintamente». Prc, Pdci e Verdi insistono perché la maggioranza vada avanti.


RUTELLI: DUE DOVERI – «La maggioranza ha due doveri: assicurare al paese una politica estera credibile, coerente, affidabile. Il secondo è servire il paese con la maggioranza ricevuta dagli elettori e scongiurare il ritorno della destra». Così il vicepresidente del consiglio, Francesco Rutelli sulle prospettive che si aprono per governo e maggioranza: «Senza una maggioranza in politica estera, non si governa il Paese e bene ha fatto, il premier Romano Prodi, a dirlo con grande nettezza, fino a rimettere il mandato nelle mani del Capo dello Stato. Vedremo nei prossimi giorni – ha aggiunto il vicepremier – se le forze della sinistra radicale e quelle che hanno già perso dei rappresentanti sapranno riportare una affidabile disciplina nelle loro fila parlamentari e scongiurare nuovi episodi di infedeltà come quello registrato oggi al Senato».

 

La fiducia vuota della sinistra radicale
Ezio Mauro su la Repubblica del 22 febbraio

Tirata per mesi in parlamento e nelle piazze, la corda ideologica dell'estremismo si è infine spezzata, facendo precipitare il governo Prodi e riaprendo a Silvio Berlusconi – sconfitto soltanto un anno fa nelle urne – la prospettiva ravvicinata di ritornare alla guida del Paese.
La crisi si apre sulla politica estera, dopo che D'Alema ha spiegato in Senato l'impegno per la pace dell'Italia, il rifiuto della guerra, il valore "politico e civile" della missione Onu in Afghanistan, l'impossibilità di un ritiro che ci allontanerebbe dalla Ue, isolandoci. Un discorso che sta pienamente nel programma dell'Unione, e che avrebbe potuto pronunciare tra gli applausi qualsiasi ministro degli Esteri di qualunque governo di sinistra di ogni Paese occidentale.

Ma in Italia, no. In Italia, dove il presidente del Consiglio è stato presidente della Commissione europea, questo discorso divide la sinistra ed è inaccettabile per la sua frangia più estrema, pronta a votare contro il governo pur di salvarsi l'anima o almeno il pregiudizio. Il risultato è la crisi dopo appena 281 giorni di Prodi a Palazzo Chigi, nemmeno un anno. Una crisi inevitabile perché senza una maggioranza in politica estera non si governa il Paese. Ma qui, secondo quanto rivela l'estremismo radicale, non manca solo la maggioranza: manca un'idea stessa dell'Italia, per capire cos'è e cosa dev'essere oggi, qual è il suo posto in quella parte del mondo che si chiama Europa e Occidente, se non vogliamo abitarla per caso o per sbaglio, da stranieri in patria, orfani di ideologie sconfitte e pericolose.

Ecco perché Romano Prodi ha fatto bene ad annunciare subito dopo il voto, già al telefono, le sue dimissioni al Capo dello Stato, e a non chiedere un rinvio automatico alle Camere per verificare meccanicamente se la maggioranza di centrosinistra c'è ancora oppure no. In questo modo si esce dai giochi interni alla coalizione, dove è possibile fare per mesi i governativi al ministero e gli estremisti in piazza, e tutto ritorna nelle mani del Capo dello Stato. Che dovrà e vorrà capire in forma impegnativa non solo se c'è una teorica maggioranza numerica per l'Unione, ma se c'è una concreta maggioranza politica, capace di assicurare al Quirinale di essere pronta ad assumersi le responsabilità di governo dei prossimi mesi, a partire proprio dagli impegni internazionali dell'Italia.

Napolitano vuole infatti rompere il gioco dietro il quale si nasconde la rendita di posizione dell'estremismo: il gioco della "fiducia vuota", o irresponsabile, che porta i partiti e i gruppi più radicali della coalizione a votare un assenso fiduciario generico al governo, pur di avere poi le mani libere sui singoli temi specifici, con distinzioni, astensioni, opposizioni che consentono ad ognuno (e ai piccoli gruppi soprattutto) di inseguire la rappresentanza di interessi di parte incompatibili con la logica e il programma di coalizione. Da oggi, dirà Napolitano al centrosinistra, la "fiducia vuota" non basta più, perché non garantisce la tenuta di un governo, anzi lo espone a quell'"umiliazione" di cui parlava ieri la Cnn nel servizio sull'Italia: occorre un impegno preciso sui passaggi qualificanti, qualcosa che dimostri la capacità per la sinistra italiana di fare governo, di fare maggioranza. Solo così Prodi potrà ripresentarsi alle Camere. Altrimenti, non ci sono le condizioni per andare avanti e la sinistra dovrà passare la mano, gettando al vento in pochi mesi la vittoria elettorale: e per sua esclusiva responsabilità.

Questa responsabilità è già emersa ieri con evidenza in Senato, con la defezione di due parlamentari, uno di Rifondazione e uno appena uscito dal partito dei Comunisti italiani: per Prodi due voti in meno in un equilibrio già fragilissimo, con Andreotti subito pronto – com'era immaginabile – a stare con i desideri di Ruini piuttosto che con la politica estera del governo. Le due defezioni "comuniste" sono il segno concreto dell'ideologismo irriducibile, anche davanti alla crisi di governo, e al rischio di riconsegnare il Paese a Berlusconi. Ma sarebbe ingiusto fermarsi qui, e non vedere dietro i due senatori del no un mondo, un'organizzazione e una cultura molto più ampia, in cui hanno camminato in questi mesi e soprattutto in queste ultime settimane gli stessi leader dei partiti dei verdi, di Rifondazione e dei Comunisti italiani che poi nelle ultime ore hanno parlato a sostegno del governo: come se un voto parlamentare fosse separabile da una cultura, da un comportamento diffuso e insistito, da un giudizio capitale sul riformismo di sinistra, dall'anatema sulle alleanze occidentali. E soprattutto dall'antiamericanismo che dopo la fine della guerra fredda in Italia è l'ultima ideologia superstite, quasi un'identità eterna per un comunismo minore e irriducibile, che continua a chiamarsi tale nonostante la democrazia l'abbia sconfitto nella contesa europea del Novecento, rivelando non solo i suoi errori ma la sua tragedia.

La crisi di governo certifica dunque con esattezza cos'è la sinistra italiana oggi. Un gruppo maggioritario che si fa carico della responsabilità del governare, scegliendo la cultura riformista nei suoi valori e nelle sue obbligazioni. Un gruppo minoritario estremista, che ha demonizzato Berlusconi come fascista ma è pronto a riconsegnargli l'Italia, considera il governo del Paese un vincolo più che un'opportunità, ritiene che la piazza debba prevalere sulle istituzioni.

Il dramma della sinistra sta alla fine in un paradosso: nelle condizioni attuali senza l'ala radicale non si vince, ma con l'ala radicale non si governa.


Questo dovrebbe chiedere Prodi ai suoi alleati, perché solo se si coglie l'occasione della crisi per fare chiarezza nell'identità della sinistra (e dunque nell'identità della coalizione) vale la pena restare a Palazzo Chigi. Non servono, com'è dimostrato, le firme sul programma. Serve una politica condivisa, in pochi punti, che nasca da un'idea chiara dell'Italia e della sinistra. Un'idea che può ancora, persino oggi, essere migliore di quella della destra, e più utile al Paese. Ad esempio nella partita in atto per la laicità dello Stato, che è la vera battaglia culturale di questa fase per la sinistra. Anche se gli estremisti non lo sanno, prigionieri dell'eterna sfida con gli Usa e con i riformisti: che combattono da soli, come un'ossessione.

Galleggiare tentazione fatale
Giulio Anselmi su La Stampa del 22 febbario

Le dimissioni di Prodi sono state una scelta obbligata. Resa necessaria dalla delicatezza del tema, la politica estera, sul quale il governo ha incassato al Senato una sonora sconfitta e drammatizzata dall'introduzione al dibattito pronunciata dal ministro D'Alema: «Se perdiamo, tutti a casa». Su questo punto c'è stata intesa tra il presidente Napolitano, il premier e il capo dell'opposizione Berlusconi.

Ora le fibrillazioni della politica, accentuate dall'effetto sorpresa di una crisi considerata improbabile fino a poche ore prima, accompagnano uno scenario confuso. Molti centristi sottolineano che lo schema prodiano è arrivato all'ultima tappa e accarezzano il sogno di un centro-sinistra girato dall'altra parte, cioè spostato all'opposto dell'attuale, che appar loro troppo condizionato da Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani. La sinistra radicale, timorosa di perdere l'ultima occasione di permanenza nei palazzi del potere, sorvola a cuor leggero sugli ultimatum pronunciati a ogni ragion di conflitto, si trattasse dei Dico o della base di Vicenza, per dichiarare che, in fondo, non è accaduto nulla. Una buona parte del centro-destra vede come il fumo negli occhi la prospettiva del Cavaliere reinsediato a Palazzo Chigi, ma non è ancora in grado di insidiarne la leadership. Maggioranza e opposizione valutano l'accaduto con qualche affanno, ma è già evidente che occorre un cambiamento di rotta: non tanto per «coerenza politica, costituzionale ed etica» come ha detto D'Alema con parole subito fatte proprie da Berlusconi, quanto per la forza delle cose.

L'Italia produttiva, la Chiesa e l'America appaiono da tempo singolarmente distanti dall'esecutivo, assai indebolito dalla freddezza di questi rapporti, a prescindere dalle sue buone ragioni: si pensi ai diritti delle coppie di fatto o alla gestione dell'alleanza militare a Kabul. È inquietante immaginare che l'attuale maggioranza riprenda la sua strada sulla scorta di un qualche soccorso occasionale, esposta al rischio di un disastro alla prossima curva. Saggiamente, ieri alcuni suoi esponenti non escludevano un prossimo ricorso alle urne.

Per poter votare senza esporre l'Italia ai costi e ai traumi di una campagna come quella che ci siamo da poco lasciati alle spalle senza raggiungere l'obiettivo della governabilità, occorrerebbe dotarsi di una buona legge elettorale: non costruita, come quella lasciata dal centro-destra, allo scopo di rendere instabile il Paese. Ma quale maggioranza l'approverebbe? La logica e l'interesse del sistema farebbero auspicare un'intesa tra i maggiori partiti per approvare norme in grado di consentire alla Seconda Repubblica di riprendere il percorso fondato sulla triade alternanza-maggioritario-bipolarismo che tutti (o quasi) propugnano. Sembra però molto difficile disporre dei numeri necessari in Parlamento.


Nel giorno della caduta è fin troppo ovvio dire che il governo è scivolato sulle contraddizioni politiche che hanno accompagnato tutta la sua breve esistenza e sull'esiguità della maggioranza che, soprattutto al Senato, lo sosteneva. Tanta precarietà non ha impedito a Prodi di realizzare o abbozzare riforme importanti, che il governo precedente non era stato in grado di varare con ben altri numeri a disposizione. Valgano per tutte le liberalizzazioni iniziate da Bersani, in un susseguirsi di equilibrismi che inducevano, talvolta, a pronosticargli una durata d'intera legislatura. Lui garantiva che avrebbe trasformato in forza la debolezza della contraddizione, puntando sullo spirito di sopravvivenza, la più forte pulsione di ogni specie. Ma, nel litigioso centro-sinistra italiano, neppur questo è bastato.

Cortine fumogene
Franco Venturini sul Corriere della Sera del 21 febbraio

Stretto tra le rituali accuse dell'opposizione e gli insanabili tormenti di una parte della maggioranza, il dibattito sulla politica estera che si terrà oggi in Senato promette di diventare un festival delle ipocrisie.
La sinistra-sinistra non vuole far cadere Prodi e preme sui suoi «irriducibili», ma resta profondo il fossato che la separa dalla maggioranza del governo, del Parlamento e degli elettori. Non trova accoglienza la circostanza che l'intervento in Afghanistan sia stato di reazione e dunque assai diverso da quello in Iraq, non pesa il fatto che l'Italia sia a Kabul nell'ambito Nato, con la Ue e su mandato dell'Onu. Prevale invece, negli «antagonisti», una tenace identità politica che dall'antiamericanismo e dal pacifismo fa discendere la contrarietà a suo modo logica nei confronti della presenza stessa dell'Italia nella missione afghana.
Ma dal momento che – salvo sorprese – il soldato Prodi va salvato, per non deludere la base sono state individuate richieste singolari. Una conferenza internazionale sull'Afghanistan, trascurando che l'Italia l'ha già proposta da tempo e che le possibilità concrete di tenerla sono scarse. E una nuova enfasi sugli aspetti civili della missione, dimenticando che tutti, a cominciare dal vertice Nato di Riga, hanno già sottolineato questa esigenza. Per il governo può andar bene così (purché siano saggi anche gli «irriducibili»), ma le cortine fumogene di Palazzo Madama lasceranno intatto il problema dei dissensi fondamentali esistenti nella maggioranza sulla collocazione internazionale dell'Italia.
Cambiamo fronte. Nell'opposizione di centrodestra si vorrebbe che l'Italia accettasse gli inviti Nato e americani ad inviare più forze in Afghanistan, e si stigmatizza il fatto che i nostri soldati non vadano a combattere (e a morire, come capita di frequente a chi c'è andato) nel Sud del Paese. In linea di principio, infatti, chi partecipa dovrebbe assumersi tutti i rischi del caso. Ma piaccia o no la politica si muove entro i confini del possibile, e allora viene da chiedersi: davvero la Casa delle Libertà, se fosse al governo, quei soldati in più li manderebbe? E li renderebbe disponibili per la guerra ai talebani, assumendosi l'onere delle conseguenze?
La vuota retorica del centrodestra, a ben vedere, fa il paio con i contorcimenti tra le varie anime della maggioranza di governo. E il risultato è di trascurare quanto davvero può servire all'Afghanistan e ai nostri soldati che vi si trovano. Di non pensare che è suicida l'attuale politica di sradicamento delle colture di oppio se non si è in grado di offrire ai contadini mezzi alternativi di sostentamento. Di non capire che le iniziative civili, sin qui colpevolmente trascurate, hanno bisogno di protezione armata.

 

L'Afghanistan è davvero lontano, mentre la politica italiana è assorbita dalle sue ipocrisie tattiche.

Cristianesimo e diritti
Umberto Galimberti su la Repubblica del 21 febbraio 

Nell´attacco alle unioni civili, la Chiesa da un lato ribadisce con estrema coerenza la sua concezione che subordina la sfera politica alla destinazione ultraterrena che attende ogni individuo in ordine alla salvezza. E dall´altro, dopo aver rivendicato il primato dell´individuo sulla società, nella più perfetta incoerenza alla sua rivendicazione, non perde occasione di conculcare i diritti dell´individuo.
Il primato dell´individuo, infatti, era ignoto sia alla tradizione giudaica, dove l´alleanza era tra Dio e il suo popolo, sia all´altra fonte della cultura occidentale, la grecità, dove l´individuo era subordinato alla città (pólis) e la sua autorealizzazione, nonché la conduzione di una "vita buona e felice", come dice Aristotele, non poteva avvenire se non nella relazione con i propri simili. Ne segue che le leggi della città realizzano, per gli antichi greci, non solo il bene comune, ma anche il bene individuale, non essendoci per l´individuo altra dimensione di autorealizzazione che non sia su questa terra e nella città.

Con l´avvento del cristianesimo l´individuo si separa dalla comunità perché alla sua "anima", in cui è stato posto il principio della sua individualità, si prospetta un destino ultraterreno in cui l´individuo, e non la comunità, trova la sua autorealizzazione. In questo modo la vita individuale si separa dalla vita politica, perché la felicità non è più pensata nel complesso della vita sociale, ma lungo quell´itinerario che approda al di là della vita terrena raggiungibile singolarmente e non comunitariamente.
La realizzazione del bene, e quindi la salvezza, è affidata all´uomo in quanto singolo individuo, mentre alla vita collettiva e politica è affidato il compito di creare le condizioni per la realizzazione del bene individuale, quindi il compito della limitazione del male. In questo modo la realizzazione individuale viene separata dalla realizzazione sociale e, in nome della sua interiorità e della sua destinazione ultraterrena, l´individuo cristiano prende a vivere separato nel mondo e poi dal mondo.
Perciò Agostino di Tagaste può dire: "Esistono due generi di società umane, che opportunamente potremmo chiamare, secondo le nostre Scritture, due città. L´una è formata dagli uomini che vogliono vivere secondo la carne, l´altra da quelli che vogliono vivere secondo lo spirito" (La città di Dio, Libro XIV, § 1).
Da Agostino in poi la scissione tra individuo e società sarà il tratto caratteristico del cristianesimo, per il quale la salvezza e la conseguente felicità, oltre a non essere di questo mondo, possono essere conseguite a livello individuale e non collettivo. Ma allora, se la destinazione dell´individuo è ultraterrena, la sua esistenza, pur svolgendosi nel mondo, dovrà essere separata dal mondo, e il senso della sua vita privatizzato o spiritualizzato.
Si consuma così la separazione tra individuo e società. All´individuo il compito di conseguire la propria salvezza ultraterrena, alla società e a chi la governa il compito di ridurre gli ostacoli che si frappongono a questa realizzazione. Morale e politica, unificate nel pensiero greco, divaricano nel pensiero cristiano, perché la destinazione dell´individuo non ha più parentela con la destinazione della società.
Questa è la ragione per cui Rousseau scrive che "Il cristiano è un cattivo cittadino", e che la religione cristiana va superata con una religione civile capace di spostare l´asse di riferimento da Dio agli uomini: "Resta dunque la religione dell´uomo o il cristianesimo che, lungi dall´affezionare i cuori dei cittadini allo Stato, li distacca come da tutte le altre cose terrene. Non conosco nulla di più contrario allo spirito sociale. […] Il cristianesimo è infatti una religione tutta spirituale, occupata unicamente dalle cose del cielo; la patria del cristiano non è di questo mondo" (Il contratto sociale, Libro IV, capitolo VII).
Se il primato dell´individuo, che il cristianesimo e non altri ha introdotto nella cultura occidentale, è il principio che consente alla Chiesa di subordinare la politica alla propria visione del mondo, questo principio le si rivolta contro o nella versione religiosa del protestantesimo, dove ciascun individuo se la vede direttamente con Dio senza mediazione ecclesiastica, o nella versione laica, dove ciascun individuo se la vede con la propria coscienza, assumendo per intero le responsabilità che derivano dalle proprie scelte.
Assistiamo così a quello strano fenomeno per cui il principio cristiano del primato dell´individuo, utilizzato nei secoli dalla Chiesa per subordinare a sé la politica, oggi, a secolarizzazione avvenuta, diventa il principio che fonda il primato della politica su ogni ingerenza ecclesiastica.
Infatti, è per esercitare un proprio diritto individuale che chi non può generare per fecondazione naturale accede alla fecondazione assistita, chi non può più sopportare sofferenze intollerabili decide di porre fine ai suoi giorni, ed è sempre per esercitare un diritto individuale che chi non vuole contrarre matrimonio possa convivere con amore nel godimento dei diritti civili.
Il laico (parola che deriva dal greco laikós che significa "ciò che è proprio del popolo") ringrazia il cristianesimo per aver introdotto nella nostra cultura il primato dell´individuo e, in coerenza, rivendica l´esercizio dei diritti individuali. In questa rivendicazione c´è il riconoscimento di fatto e di principio delle "radici cristiane" della cultura europea, per non dire occidentale. E chiede alla Chiesa di non conculcare questa radice su cui sono cresciuti i "diritti individuali" che caratterizzano la nostra cultura.

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