25 Novembre 2020 Segnala una notizia

Rassegna stampa del 20 febbraio – nazionale

20 Febbraio 2007

E il cardinale rassicurò il premier
Luigi Accattoli sul Corriere della Sera del 20 febbraio

Energia pulita, l'Italia volta pagina
Luigi Grassia su La Stampa del 20 febbraio

Se Vicenza fa paura a Roma
Ilvo Diamanti su La Repubblica del 19 febbraio

I DICO piacciono a un italiano su due
Renato Mannheimer sul Corriere della Sera

Governare con due sinistre
Sergio Romano sul Corriere della Sera del 18 febbraio

E il cardinale rassicurò il premier
Luigi Accattoli sul Corriere della Sera del 20 febbraio

ROMA – Il cardinale Bertone ha detto a Prodi che la Santa Sede non ha «finalità politiche» quando si allarma per i «Dico» e vedrebbe di buon occhio una legge a sostegno della famiglia. Prodi si è detto disponibile a studiare la questione. Per iniziativa del premier, e pronta risposta del cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, c'è stato ieri un primo chiarimento Chiesa-Stato su «Dico» e famiglia da quando è esplosa la questione.
Contro la previsione del protocollo i due hanno parlato per mezz'ora a quattr'occhi, in una saletta dell'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede e ambedue all'uscita si sono detti «soddisfatti» del clima di «serenità e serietà» dello scambio che hanno avuto.
Pare che Prodi sia stato il primo a presentare il suo punto di vista della situazione. Ha insistito sul fatto che il governo abbia operato una «mediazione alta» tra posizioni confliggenti, ispirandosi anche all'auspicio del capo dello Stato che si arrivasse a una «sintesi» tra diverse sensibilità tenendo conto anche delle posizioni della Chiesa.
È a questo scopo che il disegno di legge sui «Dico» – avrebbe aggiunto il presidente del Consiglio – evita di dare vita a una specie di «surrogato» del matrimonio e semplicemente riconosce i diritti delle persone, specie delle «più deboli». Il governo è preoccupato che da questo dibattito non venga una divisione del Paese.
Il cardinale avrebbe a sua volta presentato la propria «preoccupazione» in termini perfettamente coincidenti con quanto a suo tempo affermato dalla nota «Sir»: il desiderio dei cattolici che non si avesse una tal legge, la preoccupazione per il rilievo dei «diritti» riconosciuti ai conviventi, che vengono a configurare un riconoscimento di fatto esteso per di più alle coppie omosessuali. Ma ha dato assicurazioni all'interlocutore che alla Chiesa interessa «solo» la sorte della famiglia e non mira a far cadere il governo Prodi o a incidere sul quadro politico italiano. A riprova di quell'unico interesse il cardinale avrebbe suggerito l'opportunità di mettere allo studio una legge a sostegno della famiglia.

 

Energia pulita, l'Italia volta pagina
Luigi Grassia su La Stampa del 20 febbraio

Fra molti plausi all'impianto complessivo del provvedimento (soprattutto dalle associazioni di consumatori e ambientalisti) e qualche critica anche radicale su punti specifici (dal fronte di Confindustria la vicepresidente Emma Marcegaglia lamenta problemi col trattamento dei rifiuti) il governo ha varato ieri un pacchetto di iniziative per l'energia e l'ambiente incentrato sul risparmio. Il progetto è stato approvato dal premier Prodi, dai ministri dello Sviluppo economico Bersani e dell'Ambiente Pecoraro Scanio e dal viceministro dell'Economia Visco.
Per quanto riguarda i consumi, diventano operativi i benefici previsti dalla Finanziaria 2007, con l'emanazione dei decreti di attuazione; si punterà alla riqualificazione «ambientalista» degli edifici, con l'innalzamento dal 36% al 55% della detrazione fiscale per ridurre le dispersioni termiche, installare pannelli solari e sostituire vecchie caldaie; si sosterrà l'efficienza energetica nell'industria con una detrazione fiscale del 20% sull'acquisto di nuovi motori elettrici «trifase» (di potenza fra i 5 e 90 KW) e dei variatori di velocità; si promuoverà la cosiddetta «mobilità sostenibile» riducendo del 20% il carico fiscale sul carburante Gpl e prevedendo incentivi per i parchi-auto ecologici; verrà finanziato il «fondo di Kyoto» sul taglio dei consumi di anidride carbonica (600 milioni nel triennio 2007-2009) e verranno concessi forti incentivi al sistema agroenergetico (la miscelazione obbligatoria con i biocarburanti crescerà da qui al 2010; calerà dell'80% l'accisa sul biodiesel per il gasolio su 250 mila tonnellate l'anno e del 50% sul bioetanolo per la benzina su 100 mila tonnellate).

Il secondo versante del pacchetto energia, quello dell'offerta, prevede come incentivo al fotovoltaico un nuovo e più incisivo «conto energia», cioè il meccanismo grazie al quale il surplus di generazione elettrica dei privati con i loro pannelli non va disperso ma può essere immesso nella rete dei grandi operatori ottenendo in cambio uno sconto in bolletta; l'obiettivo è centuplicare la produzione di energia solare, da 30 a 3000 MegaWatt entro il 2016. La tariffa di incentivazione potrà arrivare fino a 49 centesimi di euro per kWh.

Potenziati gli incentivi alle fonti rinnovabili con 1,5 miliardi di euro l'anno riformando i «certificati verdi» (per i tecnici «Cip6»), verrà incentivata la cogenerazione ad alto rendimento e si darà impulso alla bio-edilizia, cioè all'utilizzo di materiali naturali per costruire le case.

Se Vicenza fa paura a Roma
Ilvo Diamanti su La Repubblica del 19 febbraio

La manifestazione è passata, affollata e festosa. Tranquilla. Oltre ogni previsione e ogni speranza. Più di uno aveva previsto e qualcuno sperava andasse diversamente. Ed è cominciato il gioco delle etichette. Il tentativo di catalogare la manifestazione e i manifestanti.
Spiegando ciò che sono e non sono. Antiamericani, no global, nimby people. Ma anche «romani», come ha suggerito qualche amministratore locale (e qualche politico nazionale), per sottolineare che si trattava di «gente venuta da fuori». Estranea a Vicenza. l gioco delle etichette, per quanto scontato, non è inutile. Suggerisce la difficoltà di applicare «una» sola etichetta a una manifestazione così ampia, variegata e variopinta.
Ma riflette, al tempo stesso, la preoccupazione – trasversale – dei principali attori politici di rivendicarne la paternità. Un segno di disagio politico. Certo: alla manifestazione erano presenti parlamentari e amministratori della Margherita e dei Ds. Ma a titolo personale e locale, in dissenso con il partito nazionale.
La partecipazione di altri leader autorevoli sottolineava l´adesione dei partiti della sinistra cosiddetta «radicale»: i Verdi, i Comunisti italiani, Rifondazione comunista (la più visibile e presente, con i suoi militanti e le sue bandiere).
Inoltre, era particolarmente estesa la partecipazione della Cgil.
Tuttavia, piegare la manifestazione a una lettura politica di parte o di partito sarebbe improprio e riduttivo. Gli slogan più diffusi, tanto per dire, investivano e accomunavano il sindaco e l´amministrazione comunale di Vicenza al governo romano. Prodi, Rutelli e Amato i nomi più gettonati. Berlusconi, per una volta, quasi assente. Sui manifesti e sulle magliette gli slogan alternavano la questione della base e quella politica. I più frequenti: «No Dal Molin» e «Governo luamaro» (l´ha ricordato ieri Fabrizio Ravelli su la Repubblica, precisando, per chi non è veneto o non ha letto Luigi Meneghello, che «non si tratta di un complimento»). La presenza della sinistra radicale aveva un significato «difensivo» e «prudenziale», più che rivendicativo.
Utile a «prendere le distanze» dalle scelte di un governo di cui, tuttavia, fa parte. Per non perdere consensi, più che per allargarli. La verità è che quel corteo ha raccolto una molteplicità di domande e di esperienze che, perlopiù, non hanno rappresentanza politica, soprattutto nel centrosinistra.
Non solo quelle dei centri sociali e dei gruppi della sinistra antagonista, che costituiscono una componente sociale molto limitata e, per definizione, «fuori» dal sistema della rappresentanza (Rc e gli altri partiti della sinistra ne intercettano solo una frazione).
Ci riferiamo, soprattutto, alle domande e alle esperienze che hanno fondamento «locale», come nel caso della nuova base americana a Vicenza.
Sabato, alla manifestazione, hanno sfilato, in grande numero, i comitati della Val di Susa contrari alla Tav.
Insieme ad altri, che evocano altrettante tensioni territoriali: la Sardegna, la Val Brembana, Scanzano. Numerosi i vessilli con il leone di San Marco, a rammentare l´esistenza e la «resistenza» degli autonomisti della Liga Veneta. Quanto alla presenza locale, i vicentini e i veneti erano molti.
Come testimoniavano gli slogan gridati e scritti su cartelli e bandiere. E Vicenza, comunque, c´entra, con il significato e il risultato della manifestazione.
Non solo per la specifica rivendicazione, alla base della manifestazione.
Che pure ha avuto il suo peso (la nuova base americana costituisce, oggettivamente, un punto di congiunzione fra motivazioni di segno diverso: locali, globali e no global; compreso il sentimento antiamericano, che pare cresciuto, negli ultimi anni). Ma perché Vicenza, da vent´anni, costituisce un laboratorio, dove si sperimenta il distacco fra il territorio e lo Stato. A Vicenza (e a Treviso) ha riscosso i suoi primi successi la Liga, quasi venticinque anni fa. E a Vicenza, sabato, ha sfilato anche il fondatore della Liga, Franco Rocchetta (l´ha rammentato ieri Alberto Statera, su questo giornale). Vicenza, la provincia più industrializzata d´Italia, ha costituito il focolaio della protesta delle piccole imprese contro lo Stato, esplosa nel Nordest durante gli anni Novanta. Gianfranco Fini l´ha proclamata «capitale del malcontento, dell´Italia che produce e si rivolta», sul palco della manifestazione organizzata dal centrodestra contro la finanziaria. In Piazza dei Signori, il salotto di Vicenza.
Pochi mesi prima, Berlusconi aveva lanciato l´ultimo assalto contro la sinistra, in campagna elettorale: alla fiera di Vicenza, di fronte agli industriali. La protesta contro la base militare americana può apparire «altra»; quantomeno perché ha maggiore ascolto a sinistra. Tuttavia i comitati e i cittadini che l´hanno promossa e condivisa, più ancora che in passato, si sono trovati ad agire da soli. Contro l´amministrazione comunale, il governo, l´opposizione e gli imprenditori. Senza potersi esprimere, a livello locale.
Senza essere ascoltati dal governo. Senza voce.
Distanti da Roma (e dal Comune di Vicenza). Per questo motivo la manifestazione di Vicenza è significativa, dal punto di vista politico nazionale. Non tanto perché sottolinea la coabitazione difficile di «due sinistre al governo» (come sostiene Sergio Romano, sul Corriere della Sera).
Ma perché raffigura e sanziona la distanza fra la politica e il territorio, fra lo Stato e ampi settori della società. Un problema che investe soprattutto – ma non solo – il centrosinistra. Perché ha radici territoriali profonde; perché i suoi consensi sono alimentati dalla partecipazione, più che dalla comunicazione (e dalla televisione).
Soprattutto, ma non solo, nel Nord, invece, il centrosinistra appare «romano» (senza allusione al premier). Incapace di capire e, prima ancora, di ascoltare le ragioni (e magari i torti) dei cittadini. Così, nel Nordest, a Vicenza, il governo romano è percepito lontano e ostile. Un sentimento reciproco, visto che, a Roma, Vicenza e il Nordest appaiono lontani e incomprensibili. Un posto dove la gente protesta sempre, «a prescindere» (per dirla con Totò). Anche se, alla fine, piega la testa e tace. Brontolona e mansueta. Da qualche anno non è più così. Protesta ancora, ma è meno disposta alla rassegnazione. Non solo il «popolo di destra».
Tutti. La manifestazione di Vicenza pare, dunque, significativa perché riassume e interpreta una domanda di partecipazione insoddisfatta e inespressa. Una relazione frustrante con la politica e con lo Stato. Parente delle molteplici esperienze (e proteste) locali e localiste. Ma anche della mobilitazione che ha decretato il successo delle primarie. E, infine, della Lega, o meglio: della Liga (a Vicenza, in fondo, siamo tutti un po´ leghisti).

Anche così si spiega la «paura» sollevata da Vicenza. L´allarme preventivo e il disagio successivo, intorno alla manifestazione.
Vanno oltre i legittimi timori provocati dalla rete terrorista, scoperta a Padova nei giorni precedenti. Non è solo «paura» della violenza. È, anche, un segno della frattura fra Vicenza e Roma.
Fra lo Stato centrale e la periferia. Rispecchia la difficoltà della politica (e del centrosinistra) di capire. E di farsi capire. Fino al punto di vedere (e temere) nella mobilitazione di Vicenza una minaccia (come ha rammentato ieri D´Avanzo).

Ma quale democrazia stiamo coltivando, se la partecipazione fa paura? E in quale Stato ci siamo ridotti se Roma ha paura di Vicenza?

 

I DICO piacciono a un italiano su due
Renato Mannheimer sul Corriere della Sera

Due questioni emerse in questi giorni sembrano minare la coesione e la solidità del governo. La prima è costituita dal progetto sui Dico. Come si è già rilevato, la maggioranza assoluta della popolazione si dichiara decisamente favorevole sul principio ispiratore della legge: l'attribuzione di molti dei privilegi dei coniugati anche alle coppie conviventi non sposate. Il consenso è però per lo più rivolto alle sole unioni eterosessuali: la concessione di diritti alle coppie gay è vista da gran parte degli italiani (compresa una quota significativa dell'elettorato di centrosinistra) con molto minor favore. Anche per questo, in diversi settori dell'elettorato si sono diffusi atteggiamenti di ostilità (o di delusione) nei confronti della proposta di legge governativa, inevitabilmente frutto di compromessi.

L'elettorato è praticamente diviso a metà, tra favorevoli e non al provvedimento. I contrari si trovano in misura maggiore tra chi ammette di essere poco al corrente dell'effettivo contenuto della legge: ma sono numerosi anche tra chi afferma di conoscerla bene. Ancora, i critici sono ovviamente più nel centrodestra (con una presenza rilevante, tuttavia, tra gli indecisi e i tentati dall'astensione), ma si trovano in misura significativa anche tra i votanti per il centrosinistra, con una particolare accentuazione nell'elettorato della Margherita, ove raggiungono il 40 per cento.
La seconda questione è connessa alla manifestazione di Vicenza. Molti hanno voluto attribuire un significato univoco all'evento, denominandolo di volta in volta «autentica espressione della volontà popolare» sino a «mero raduno nazionale delle frange pacifiste, estraneo alla città in cui si è svolto». In realtà, al corteo non può essere data una sola interpretazione, dato che ha visto esprimersi allo stesso tempo posizioni molto differenziate e talvolta contraddittorie. Dal disagio di buona parte della popolazione per la collocazione così centrale della nuova base, al rimanifestarsi del più generale (e preesistente) atteggiamento di scarsa simpatia, talvolta di ostilità, nei confronti degli Stati Uniti.

Nell'insieme, le due questioni hanno ulteriormente messo in luce le contraddizioni – tipiche peraltro di qualunque coalizione – tra le diverse anime della maggioranza. Il governo pare vittima più di queste ultime (che, inevitabilmente, finiscono per scontentare l'uno o l'altro settore di elettorato del centrosinistra) che delle critiche esterne.
Ma tutto ciò ha avuto sin qui scarso rilievo sull'atteggiamento dell'opinione pubblica verso l'esecutivo. Tanto che il clima di opinione non appare mutato granché rispetto al mese scorso. Prodi e il governo nel suo complesso vengono tuttora visti criticamente dalla maggioranza dell'elettorato, compresa una parte consistente dei votanti per il centrosinistra. Al tempo stesso, c'è stato, negli ultimi mesi, un tendenziale recupero di popolarità, persino riguardo alle intenzioni di voto (che vedono comunque tuttora il vantaggio per il centrodestra), legato soprattutto alla cessazione del dibattito sulla Finanziaria e ai sintomi di ripresa economica in atto.
Ciò suggerisce che il vero esame per la popolarità del governo avverrà nel momento della stesura dei prossimi provvedimenti in materia fiscale, in occasione del Dpef e, specialmente, della Finanziaria. Come si sa dall'esperienza passata, è specialmente sulla base di tematiche di questa natura che i votanti «mobili» (disponibili, cioè, a considerare il voto per entrambe le coalizioni) maturano la loro scelta e determinano, di conseguenza, il risultato elettorale. 

 

Governare con due sinistre
Sergio Romano sul Corriere della Sera del 18 febbraio

In Italia, più che in altre democrazie, manifestazioni e scioperi perdono spesso di vista il problema specifico per cui sono stati organizzati, e diventano battaglie ideologiche. Quando si scende in piazza o si incrociano le braccia contro la chiusura di uno stabilimento, la realizzazione di una grande opera o, come nel caso di Vicenza, contro l'allargamento di una base militare, una buona parte dei manifestanti riesce a trasformare l'evento in una battaglia contro il capitalismo, la globalizzazione dell'economia, la distruzione dell'ambiente, la guerra, ilmilitarismo "yankee". Si direbbe che dietro ogni raduno di massa si nasconda il concetto d'insurrezione popolare, la speranza di un radicale rivolgimento. A Vicenza, ieri, il raddoppio della base militare era soltanto un'occasione, un pretesto. Gli organizzatori sapevano che la decisione è stata già presa e che un mutamento di linea avrebbe per effetto la caduta del governo: un evento che nessuna forza politica dell'Unione, verosimilmente, desidera. Ma pochi, nei partiti di sinistra, hanno avuto il coraggio di fare un passo indietro e di prendere esplicitamente le distanze dall'avvenimento. Bisognava esserci, o almeno guardarlo con occhi di benevola comprensione, perché lamanifestazione, indipendentemente dagli obiettivi dichiarati, aveva assunto un significato politico generale. E allora lasciamo da parte la base americana, che a questo punto purtroppo (l'avverbio è esclusivamente mio) ha smesso di essere un problema della politica estera italiana.
E parliamo piuttosto delle grandi linee politiche che si sono affrontate, paradossalmente, in una delle città più ricche e moderate della penisola. Il problema è quello della natura e dei caratteri della sinistra italiana. Il mondo che si estende dai Ds ai due partiti comunisti della coalizione è in subbuglio. Uomini come Fassino e D'Alema vogliono governare e sanno che questa responsabilità comporta sacrifici, adattamenti, compromessi. Per durare nel tempo e acquisire un più vasto consenso, sono decisi a creare con la Margherita un grande Partito democratico. Ma non vogliono perdere lungo la strada una parte della propria famiglia e debbono continuamente guardarsi ai fianchi. La sinistra massimalista e radicale, dal canto suo, vuole governare soprattutto per evitare che Berlusconi ritorni al potere. Ma non intende perdere il contatto con la sinistra antagonista dei centri sociali, dei gruppi extraparlamentari, del sindacalismo anticapitalista.Mentre la dirigenza deiDs è ormai riformista e quindi consapevole della necessità di avanzare con la velocità consentita dai tempi, la sinistra massimalista non può sbarazzarsi della sua mitologia rivoluzionaria ed è ancora psicologicamente in attesa di quello che nella Francia di fine Ottocento veniva chiamato le grand soir, la "grande sera", preludio a un'alba di radicale rinnovamento. È al governo, ma deve ostacolare per quanto possibile la costruzione del Partito democratico. Occupa ministeri importanti, ma non intende rinunciare alla facoltà di deplorare pubblicamente le decisioni che non corrispondono ai desideri di una parte importante della sua base elettorale. È contemporaneamente governativa e antigovernativa, con i risultati, per la coerenza del governo, di cui siamo spettatori ormai da parecchi mesi. AVicenza, ieri, le raccomandazioni del suo leader, Fausto Bertinotti, sono state ascoltate e la sinistra massimalista è riuscita a evitare ciò che avrebbe altrimenti minacciato l'esistenza del governo. Ma è difficile immaginare che l'Italia possa essere davvero governata e governabile finché la sinistra non avrà sciolto i nodi delle sue contraddizioni.

Cliccando sulla Pagina Facebook Ufficiale di MBNews e mettendo "MI PIACE" ti aggiorniamo in maniera esclusiva ed automatica su tutte le NEWS. Se vuoi beneficiare delle nostre promozioni e degli sconti che i nostri clienti riservano a te, iscriviti subito alla Newsletter.
Redazione
La redazione di MB News è composta da giornalisti professionisti e pubblicisti. Il direttore è Matteo Speziali col quale ogni giorno chi collabora con il giornale si confronta per offrire a voi lettori un giornale di giorno in giorno più interessante e più vicino a voi. Se avete qualche bella storia da raccontarci o se volete denunciare un fatto chiamate lo 039361411 oppure scrivete a redazione@mbnews.it .


Articoli più letti di oggi