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Natoli: Liberalismo e individualismo

15 Febbraio 2007

20070215_filosofi_natoliIntervista al filosofo di Patti.  In occasione della terza "riflessione sull'oggi nell'incontro con i grandi filosofi" per Abitatori del tempo.

È la volta di Salvatore Natoli al teatro Villoresi di Monza. Titolo della serata: "I liberalismi: individualità, individuo, individualismo". Natoli attualmente occupa la cattedra di filosofia teoretica all'università di Milano Bicocca e insegna filosofia della tecnica e teoria dell'azione all'università Vita – Salute San Raffaele di Milano/Cesano Maderno. Il successo di Abitatori del tempo si riconferma con una partecipazione di pubblico decisamente ampia: chi non ha trovato posto ha preferito sedersi per terra, pur di non perdere la conferenza. Questa, per noi di Monza la città, è l'occasione per scambiare due chiacchiere con l'illustre ospite del Villoresi.

Liberalismo, perché?

"Il clima di oggi – dice Natoli – è quello di dichiararsi tutti liberali e riguarda schieramenti politici di diversa provenienza e di diversa storia. Un esempio? I liberal democratici, i liberal socialisti, i cattolici liberali. Abbiamo in Italia una variante di liberali e libertari. Il concetto di liberalismo, quindi, come forma mentis, non tanto come visione del mondo, ma come modo di vivere, come condotta. I liberali di oggi? Sono edonisti e chiacchieroni".

Cos'è il liberalismo?

"Il liberalismo non è altro che un atteggiamento: pone al centro l'individuo quale soggetto autonomo, protagonista della propria vita e quindi libero. La nostra società vede il liberalismo di massa. Attenzione però. Se la comunità dovesse estinguere l'individualità, essa perirebbe come comunità perché non si rigenererebbe. La libertà incondizionata non esiste".

La libertà è sradicamento?

"Sì, la libertà assoluta non può esistere perché è sradicamento. Se la libertà è un gioco aperto, una tensione, è l'acquisizione dello spazio, è mantenere le relazioni nel tempo. La vita degli uomini diventa libera quanto più essi possano fare cose. Le metropoli, oggi, vedono lo sradicamento dell'appartenenza. Nelle folle solitarie si ha la percezione del proprio anonimato, ci si serializza, così, per evitare la solitudine, nell'inurbamento ci si organizza. Si formano associazioni di massa, comunità «artificiali»".

E l'individualità?

"Ogni singolo uomo nella sua unicità è irripetibilità, la sua caratteristica è la preziosità: si è soggetti se si è padroni di sé, signori delle proprie capacità. Oggi, l'individualizzazione attraverso i consumi dà ai soggetti l'idea di essere loro al centro come singoli".

L'uomo è libero dentro il legame?

"Da solo, come sosteneva Aristotele, l'uomo non potrebbe mai esistere. L'uomo è libero in quanto «appartiene a», cioè è libero dentro una società. L'uomo di oggi è più libero perché ha scoperto più possibilità. Nell'uo-mo la libertà fa sì che fra le leggi e il comportamento ci sia sempre una differenza, un distacco. Il progresso ha ampliato la libertà, l'uomo è eccessivamente provocato, fortemente indotto. L'iperconsumismo è ricerca sfrenata, è caratterizzato dalla ricerca di sempre nuovi e maggiori consumi privati, senza riferimento alcuno a effettivi bisogni. Questo determina di fatto una restrizione della libertà dell'uomo. La società in cui viviamo è fondamentalmente stimolante. Il soggetto si sente libero in quanto consuma e quindi crede di scegliere, viceversa allorché non consuma, si sente deprivato e meno libero. Con la moltiplicazione della ricchezza il soggetto chiede l'autorità. Lo schema è: io esisto per me stesso e l'altro diventa l'antagonista. I soggetti si sentono singoli e si accordano per difendere i loro interessi, per proteggere le proprietà che diventano l'espansione reale delle proprie capacità".

Ma l'uomo è eterodiretto nelle scelte?

"Per sperimentare la propria libertà bisogna opporsi alle imposizioni urgenti che provengono dalla società dei consumi, in quanto qualifica un momento di falsa libertà. Colui che non può accedere ampliamente ai consumi si sente immediatamente non libero. C'è il diritto a consumare e a essere felici, c'è la pretesa della felicità. Questo nasce negli anni Sessanta ed esplode poi nel Sessantotto in cui tutti vogliono tutto".

L'umanità ha guadagnato spazio attraverso meccanismi di ribellione?

"Con gli anni Sessanta si ha la valorizzazione delle differenze delle soggettività, dopo gli anni di silenzio in Fiat, il movimento operaio, i sindacati, il boom economico e le rivolte sindacali. L'operaio non è più colui al quale basta il lavoro, ma vuole essere titolare del consumo perché c'è un nesso tra consumo e libertà. Ed è proprio nel Sessantotto che sono saltati i grandi schemi, per esempio la famiglia che viene vista come una prigione".

Dire no ai no è equivalso a un guadagno di libertà?

"Con la contestazione si ha la dissacrazione dell'autorità, l'obbedienza non è più una virtù. Il diritto al piacere è incondizionato e quello alla parola non prevede l'essere responsabili di essa. Poi avviene la doppia perversione: l'edonismo degli anni Ottanta e i talk show. In una dimensione di tale cambiamento, per essere liberi da ogni forma di condizionamento, bisognerebbe avere la capacità di sapersi sottrarre. Siamo in un'epoca in cui difficilmente distinguiamo tra il necessario e il superfluo. La nostra è una società di spreco, con iperproduzione di beni. Spesso noi non compriamo ciò che scegliamo ma acquistiamo ciò che ci viene offerto e ciò che ci viene offerto non sempre merita di essere consumato. Per salvaguardarci sarebbe opportuno passare da un'economia centrata sul profitto ad un'economia centrata sul benessere. Ma quale forma di benessere? Per esempio costruire relazioni umane affabili, ascoltare musica, salvaguardare il mondo, i beni comuni e quelli di relazione come l'amore".

Quale sarà il lusso del futuro?

"Non sarà di certo il lusso privato ma saranno lo spazio e il tempo".

E la virtù?

"Per eccellenza, è la capacità di sottrarsi".

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