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L’estate regale in Villa

5 Gennaio 2007

Fasti e declino della reggia voluta dalla dinastia Asburgo. Realizzata alla fine del settecento e saccheggiata pochi anni dopo riscopre lo splendore originario grazie a Napoleone. 

L’idea di una reggia a Monza, sul modello del castello di Schön­brunn a Vienna, fu concepita dall’imperatrice Maria Teresa perché il figlio minore, l’arciduca Ferdinando, fosse all'altezza degli Asburgo, in quella terra d'Italia: non poteva certo avere una residenza estiva di seconda classe rispetto a quelle dei sovrani satelliti.  L'imperatrice trattò il progetto con l'oculatezza della massaia che deve far quadrare i conti, oltre che preoccuparsi della figura e dell'aria buona, ma Ferdinando, commissionandola al Piermarini, interpretò il progetto materno su scala assai più grandiosa, anche se dovette risparmiare su marmi e altri materiali di pregio. Del resto i lavori ebbero un ritmo inconcepibile all'appaltatore contemporaneo, il cui il torpore è il grimaldello dell'avidità. Progettata nel 1777, nel 1780 – in soli quattro anni – era già pronta: i terreni erano stati confiscati, i giardini tracciati, l'edificio era pronto e Ferdinando poteva soggior­narci, anche se probabilmente i suoi appartamenti olezzavano di vernici fresche e di cantiere, perché la borsa del fratello Giuseppe II, su­bentrato sul trono alla madre, era parsimoniosa e i lavori di rifinitura si prolungavano all’infinito. Ancora gli industri artieri lavoravano alla casa della regalità quando, nella Versailles vera, folle di sanculotti urlanti massacrarono le guardie svizzere di Luigi e, pochi anni dopo, le armate rivoluzionarie dilagarono per la Lombardia, annunciando all'Italia l'inesorabile agonia dell'aristocrazia.

I monzesi, dopo aver riverito l'albero della libertà, in ossequio ai nuovi padroni, pensarono subito di fare i conti con l'ancien regime  mettendo al sacco mobili e arredi che l'arciduca aveva lasciato nella Villa. Un tal Meuvon, con tutta probabilità in buone relazioni coi nuovi padroni, andò oltre e acquistò l'intera Villa per de­molirla e rivenderne i materiali. Ciò forse non spiaceva agli antichi proprietari dei terreni espropriati su cui sorgevano Villa e Giardini, che speravano che la rivoluzione cancellasse le prepotenze de' grandi e restituisse i poderi agli antichi padroni, e neppure agli oculati imprenditori edilizi monzaschi che, pur non brillando di spirito giacobino, apprezzavano il mattone a buon mercato, meglio se gratuito.  Non avevano però fatto i conti con Napoleone, che, intenzionato a eclissare gli austriaci in regalità,  decise di prendersi la Villa per farne una delle proprie italiche villeggiature.  La restaurò e considerando che i giardini arciducali non gli basta­vano, poiché nel suo carattere al fulmine tenea dietro il baleno, si appropriò di una gran quantità di terreni, espropriandoli ai queruli proprietari e fa­cendone il Parco. In cerca di mattoni a buon mercato per recintare i ter­reni espropriati con il più lungo muro di parco d'Europa, scoprì l'antica risorsa del Castello di Monza in rovina, divenuto una cava alla quale da decenni attingevano i monzesi, e tanto usò i resti dell'antica fortezza e delle mura viscontee che ancora circondavano il borgo, che, con gran scorno dei co­struttori locali, non ne restò neppure un mattone.

In  epoca napoleonica, sotto una strana e nuova monarchia, dal 1805 al 1812, la Villa vide il fior di giovinezza. Gioacchino Murat, galoppando su un cavallo con una pelle di tigre per gualdrappa, passava in rassegna le italiche truppe nella corte d'onore.

Vi abitò Eugenio di Beauharnais, il giovane Viceré figlio della prima moglie di Napoleone, Giuseppina, assieme alla moglie, la bella Amalia, e la Villa allora brillò di feste straordinarie, memorabili anche per il volgo, invitato a ballare nei cortili al suono della banda ed a godere nei giardini, dove, al lume delle torce, fra piramidi di salsicce, zampillavano fontane di vino. Intanto baroni di fresca nomina e pescecani borghesi danzavano negli ari­stocratici saloni con le loro belle, discinte nei veli stile impero.

Fu una stagione giovane e spensierata, destinata a finire presto. Alla turbinosa vitalità dei Beauharnais, suben­trò la calma compassata dei viceré: la Villa era ormai entrata nella ma­turità. Un breve lampo la illuminò, come un ricor­do di giovinezza, quando Massimiliano Asburgo,  giovane fratello di Francesco Giu­seppe, fu inviato nel Lom­bardo Veneto come ultimo viceré, per cercar di rallegrare i sudditi incattiviti da anni di duro governo militare.

Egli con la moglie Carlotta abitò la Villa  dal 1857 al 1859 trovandovi quell’effimera pace che non poteva dargli l’inquieta Milano, in cui le ronde militari sancivano un eterno stato d’assedio. Furono forse questi soggiorni che ne legarono la qualità melanconica delle grandi aspirazioni gio­vanili destinate alla delusione, delle buone intenzioni di cui è lastri­cata la via dell'in­ferno e il senso imminente di una fine tragi­ca e tuttavia priva di gloria. Massimiliano presto partì per la sua fatale avventura di imperatore del Messico, per finire fucilato dai rivoluzionari di quel paese.

Vittorio Emanuele II, cui la reggia toccò per diritto di conquista dopo la vittoriosa cam­pagna della Seconda Guerra d’Indipendenza del 1859, era troppo affezionato ai piaceri delle sue residenze piemontesi per soggiornare in quell'edificio estraneo ed austriacante.

Fu Umberto I a scegliersela per dimora, co­me una sorta di ponte che lo avvicinava alle sue simpa­tie prussiane, ricevendovi fra l’altro l’Imperatore di Germania. La reggia aveva ormai un secolo quando Umberto ne fece la sua residenza preferita: egli la fece restaurare, ampliare e abbellire se­condo il gusto neobarocco del tempo. Sui viali vicini fiorirono le residenze dei suoi cortigiani. Egli non era uomo adatto a comprendere il mutamento dei tempi e la trasformazione dell’Italia. Certo non percepì l'aura sottile che ormai im­pre­gnava quel luogo, simbolo dell'ultimo effi­mero bagliore di una regalità avviata all'inelut­tabile decomposizione dell'era bor­ghese. Si avviò quindi, baldanzoso e igna­ro, al suo destino segnato.

Mentre Monza si avviava a diventare una città industriale e operaia e fioriva l’industria del cappello, che riforniva fra l’altro gli eserciti di mezza Europa, Umberto si godeva alcuni passaggi, più o meno segreti, che dal suo apparta­mento gli permet­tevano d'allonta­narsi indi­sturbato, verso l'alcova della sua amante, Eugenia Litta Bolognini, che abitava una vicina villa neogotica, il cui giardino confi­nava con il muro del Parco reale.

Nella notte Umberto, per una porti­cina, an­dava a visitare la bella contessa, e questo era risaputo, ma i monzesi favo­leggiavano che il re non disdegnasse il talamo delle borghesi o di altre donne di inferiore condizione.  Essi sussurra­vano di numerosi figli del re, sparsi per la città e parcamente o largamente dotati dall'uzzolo della pseudopaterna re­gale mu­nificenza.

Suo figlio Vittorio Emanuele III pare odias­se con tutta l'anima la Villa di Monza, in cui trascorse parte della giovinezza: la odiava per la presenza di un padre insensibile che lo disprezzava per la sua misera al­tezza; la odiava perché l'ave­vano affidato a un pre­cettore, il generale Osio, di cui resta la lapide commemorativa nella via omonima, che il padre aveva scelto a propria immagine; la odiava infine perché soli­darizzava con la mamma contro le av­venture sentimentali del re. 

Nel 1900, sul vialone della Villa Reale, mentre tornava da una mani­festazione gin­nica in un'afosa gior­nata estiva, Umberto fu ucciso a pistolettate dall'anar­chico Bresci, venuto dall'America per vendicare gli oltre 800 morti proletari, vittime a Milano, nel 1898, delle can­nonate del generale Bava Beccaris, al quale il Re aveva affidato la repressione antioperaia e che poi aveva insignito di un'alta decora­zione per aver ben svolto il suo incarico di macellaio. Poiché in quel frangente l'erede al trono era assente, in crociera di stato in acque greche su un cacciatorpediniere, bi­sognò attendere il suo ritorno per il riconoscimento ufficiale e il cadavere di Umberto, vista la stagione torrida, dovette attendere sotto ghiaccio e formalina nella va­sca da bagno per circa quattordici giorni l'arrivo del figlio.

La vasca c'è ancora e fa mostra di sé nell'ap­partamento del Re. La tragica morte del padre, l'orrore per l'ap­partamento, in cui troppo a lungo era giaciu­to il suo cadavere nudo, le op­poste pulsioni scatenate dall'amore-odio edipico, con tutti i relativi sensi di colpa, la volontà di procla­mare la propria diversità e al tempo stesso di affermare una svolta politica neces­saria, concorsero certo nel cuore di Vittorio Emanuele a sancire l'abbandono di Monza. Non fu quindi una rinuncia, per il piccolo re filatelico e numismatico, ma forse un sollie­vo lasciare una reggia che non aveva mai amato, assieme ai ricordi infelici da rimuo­vere.

Vittorio Emanuele III decise che non avrebbe mai più messo piede in quella casa e così fe­ce. La Villa restò abbandonata.  Da allora nessun Re vi abitò più, vennero meno così i presupposti stessi della sua esistenza ed essa, in un certo qual modo, morì.

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