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Monza città aperta

15 Dicembre 2006

Nuove procedure per i permessi di soggiorn. Gli extracomunitari accolti nel centro di via Spallanzani

Una città multiculturale e soprattutto solidale. Monza è anche questo. Sono vent’anni che a guardarsi intorno si notano sempre più volti stranieri: colori, tratti somatici, accenti che si mescolano ai nostri. Negli ultimi quattro-cinque anni l’incremento è stato ancora più sensibile, soprattutto per l’arrivo di donne in cerca di un lavoro da badanti, oltre che per i ricongiungimenti familiari. Gli stranieri residenti in città oggi sono 8.600 e a questi vanno aggiunti i “regolari”, quelli cioè che hanno ottenuto il permesso di soggiorno ma non sono residenti (e quindi non sono censiti) e gli irregolari (quelli cui il permesso è scaduto e non è stato rinnovato). Un mondo a parte sono i clandestini, stimati dalla Caritas nel 20% del totale degli stranieri presenti sul territorio. Persone entrate nel paese illegalmente, spesso in modi fortunosi e rischiando la vita, che sopravvivono nell’anonimato e per lo più nell’indifferenza generale. Da questa condizione escono solo per un colpo di fortuna, se trovano un lavoro stabile e quindi regolarizzano la loro posizione o per disgrazia, se fermati per un controllo o per aver commesso un reato. Quanti siano davvero, però, non si sa. Nessuno, neanche in Commissariato – ci dicono al Centro di prima accoglienza di via Spallanzani – può azzardare delle cifre.

Uno dei problemi più gravi, posto che il lavoro ci sia, è trovare casa. Un aiuto sotto questo aspetto lo dà proprio il Centro di prima accoglienza del Comune, gestito dalla Cooperativa Monza 2000. Ospita 20 persone, tutte con permesso di soggiorno e quindi un lavoro regolare, requisito indispensabile per farne richiesta. L’ambiente è spartano e non è fresco di ristrutturazione. Era in realtà un asilo, vent’anni fa, e sicuramente la struttura risale a un’epoca di gran lunga precedente. Sul muro del cortile sono ancora visibili i murales e le decorazioni destinate ai bambini che rallegrano un ambiente per il resto molto sobrio. “Gli ospiti qui possono restare al massimo sei mesi – spiega Latif Mahri, operatore del centro – Dormono qui ma alle 8 del mattino devono uscire, è il regolamento. Poi possono rientrare dalle 17.30 alle 22.30-23. Noi forniamo la cena, un pasto già pronto che si riscalda nel microonde; la domenica e in occasione delle feste anche il pranzo. È previsto il pagamento di una quota mensile di 103 euro”.

Guardandosi intorno, alle 8 di sera, l’impressione è di grande quiete: forse gli ospiti sono ancora al lavoro. Un paio arrivano alla spicciolata sulle loro biciclette, parcheggiandole nel cortile. I mezzi a due ruote saranno una decina in tutto. “Le stanze hanno quattro letti ciascuna. È un servizio sociale di supporto alla persona, ma molti chiaramente vorrebbero trovare una soluzione diversa, più autonoma e dignitosa. La molla sta nel progetto. Quando una persona ha un progetto, per esempio quello di portare qui la famiglia, è più determinata”. Nel centro arriva chi si è rivolto allo sportello informativo del Cesis (Centro servizi per gli immigrati stranieri) e ha presentato domanda di ospitalità fornendo una serie di documenti che va dal permesso o carta di soggiorno, all’attestazione che comprova l’esercizio di un’attività lavorativa regolare, al passaporto. Poi si attende l’esito dalla commissione d’accoglienza. Dal 1990, anno di apertura, hanno trovato ospitalità da 40 a 60 persone all’anno (alcuni ospiti vanno via prima che siano trascorsi i sei mesi): a contarli tutti sono ormai centinaia. All’inizio i paesi di provenienza erano una decina, ora sono 15, in particolare Marocco, Algeria, Albania, Ghana, Romania. Problemi di convivenza? “Qui bisogna essere tolleranti gli uni nei confronti degli altri”, risponde salomonicamente Mahri. Un’altra difficoltà che affrontano gli stranieri è senz’altro la barriera linguistica: “Qui qualcuno che parla italiano c’è, ma non molti e questo è un problema, ma tentiamo di superarlo con l’aiuto di volontari”, spiega l’operatore. E dice il vero, tanto che mentre parliamo ne arriva uno e poi un altro ancora: due ragazzi monzesi poco più che ventenni. “Sono in sei: alcuni prima erano scout, altri sono volontari che provengono dalle parrocchie. Opero da vent’anni in questa città e devo dire che è accogliente. Tantissime volte è il datore di lavoro che si interessa per aiutare un suo vicino straniero. Il 40% delle persone che si rivolgono al Cesis è di nazionalità italiana”. Siamo in una grande sala utilizzata per cenare e guardare la tv. Uno degli ospiti è a tavola, altri due guardano il telegiornale e commentano, il volontario – Federico Sala, 25 anni – scherza e scambia quattro chiacchiere: “Li conosco praticamente tutti, vengo qui ogni lunedì”, dice quasi imbarazzato per l’intervista. Nessuna ostentazione di buoni sentimenti e spirito caritatevole, solo genuina solidarietà e amicizia nei confronti degli “altri”. In quel momento arriva un altro volontario, Federico Crivelli, 24 anni, faccia simpatica ed evidente spirito d’iniziativa: “Dai andiamo Latif, ho appuntamento per vedere quei mobili… magari troviamo qualcosa che va bene!”. “Io e un altro volontario – mi spiega – veniamo dalla parrocchia di San Giuseppe. Una volta Don Luciano ci ha detto: vediamo di fare qualcosa di concreto! Abbiamo fatto visita al Centro attraverso l’oratorio. Questo accadeva cinque anni fa. Da allora vengo qui regolarmente”. Gli altri volontari, Ludovica, Laura, Filippo e Alessandro (il “fotografo ufficiale” del centro) si alternano qui durante la settimana. Guardo le fotografie appese alle pareti che immortalano partite di calcetto, feste, cene in occasione di qualche ricorrenza. E la prossima? “A Natale”, dice Mahri. A Natale? “Sì, festeggiamo anche il Natale. Qui, se ne abbiamo la possibilità, festeggiamo tutte le ricorrenze”.

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Redazione
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