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In buca

7 Dicembre 2006

L'anno prossimo il Golf Club Milano, con sede nello storico Parco di Monza, compirà 80 anni. Ancora non si sa fino a quando sopravviverà.

L’anno prossimo il Golf Club Milano, l’associazione che ha sede nello storico Parco di Monza, compirà 80 anni. La durata di una vita intera. Non si sa quanto ancora sopravviverà: forse pochi anni o forse molti di più, reduce da una guerra fredda tra comitati, gestori, giocatori, cittadini, esperti di una parte e dell’altra e Amministrazioni dei due Comuni comproprietari, Monza e Milano.

Nato in un luogo speciale, sulle ceneri (quasi letteralmente) del Bosco Bello, circondato da un panorama di straordinaria bellezza e valore naturalistico e per questo ancora più prezioso anche agli occhi dei fortunati fruitori che non vogliono rinunciarvi, il golf club è quasi diventato un’istituzione cittadina (certamente per pochissimi monzesi), per quanto molto avversata. La critica principale, specialmente negli ultimi dieci anni, si è basata su un presupposto tanto semplice quanto radicale: il gioco del golf in un parco storico costituisce un uso improprio, a maggior ragione perché realizzato su una superficie di ben 94 ettari, sui 732 del parco. In più, e questo è un fatto, è nato dalla distruzione di un bosco di particolare pregio. Terzo punto, inquina.

Su quest’ultimo elemento si è levato l’alt dei gestori del club. Il golf, dicono, inquina molto meno di un campo agricolo. E per dimostrarlo hanno commissionato uno studio ad alcuni ricercatori, esperti e docenti universitari, dal titolo: “L’integrazione della struttura golfistica con l’ambiente e il territorio”, presentata sabato scorso nella loro stessa sede. Sono questi i giorni, è bene ricordarlo, in cui l’Amministrazione Faglia attende il parere di Milano sul bando di gara per la nuova concessione, visto che l’ultima è scaduta la scorsa primavera ed è stata poi prorogata. In quest’attesa il Golf Club ha giocato d’anticipo, presentando il “suo” studio ambientale, firmato anche da nomi noti del mondo accademico.

“Gli studi e le analisi svolti sui potenziali fattori d’impatto generati dalla gestione del Golf Club Milano e sulle componenti ambientali potenzialmente interessate – è scritto nella relazione – portano alla conclusione che l’impatto del GCM è modesto e che la sua attività si integra con l’ambiente e il territorio circostante di cui, peraltro, costituisce da quasi 80 anni elemento caratterizzante e qualificante dal punto di vista paesaggistico, ambientale, territoriale e sportivo”.

In particolare le pratiche di gestione agronomica, si afferma nelle conclusioni dello studio, sono tali da richiedere un consumo idrico molto ridotto, comportare un utilizzo accuratamente dosato di fertilizzanti e fitofarmaci, con effetti del tutto trascurabili sulla qualità delle acque di falda, non produrre effetti sulla vegetazione, sulla fauna locale, sulla biodiversità e neanche sul paesaggio, perché la distribuzione delle aree forestate e/o incolte sarebbe analoga sia all’interno del campo sia nel parco di Monza. Inoltre il GCM ha intrapreso il percorso “Impegnati nel verde”, il sistema di certificazione ambientale dei golf, interno alla federazione, finalizzato a una gestione eco-compatibile.

Tutto bene, allora? Il geologo Mino D’Alessio, della cooperativa Rea, non la pensa affatto così: “Uno dei tecnici del gruppo di lavoro è l’ing. Luca Del Furia, che lavora presso l’azienda Tei (società di consulenza e d’ingegneria specializzata in campo ambientale, n.d.r.),  il cui fondatore e presidente è Piergiorgio Vigliani, vicepresidente del GCM. Anche le altre persone citate hanno solo messo lì la firma… In quel rapporto ci sono solo quattro paginette che dicono quanta acqua consumano, quanti diserbanti e quanti concimi. Questo è un dato che da tanto tempo l’Amministrazione gli ha chiesto, ma è solo un dato. Dice che effettivamente non consumano tanto e che la gestione è buona. Conosco il green keeper, Domenico Caloni: è una persona molto brava e in buona fede. È lui che gestisce la parte agronomica e idraulica: quanta acqua mettere e quanti concimi. Credo che gestisca bene. Non c’è una preoccupazione di quel genere”. Allora questi diserbanti non ci sono? “No, sostanzialmente non ci sono – afferma Mino D’Alessio – ma non si sono neanche mai visti in Monza. Non è un problema che qualcuno abbia posto in modo specifico. E anche la concimazione è abbastanza contenuta”. Il problema quindi qual è? “Il fatto che comunque non ci siano analisi allegate, ci sono solo i dati idraulici, quelli sul consumo di diserbanti e concimi e in fondo una parte fatta dalla naturalista Elena Ballabio, dello staff di “Impegnati nel verde”, che ha realizzato una ricerca sugli animali e le piante.

Però da quello che sembra di capire dal testo, credo sia andata nel parco un paio di volte. Ha visto che gli alberi erano più o meno gli stessi, ma è evidente che i grossi alberi siano gli stessi! La questione è la povertà ecologica di un prato che viene tagliato a due millimetri tutti i giorni o viene pulito altrimenti non si trovano più le palline. Ma questo è ovvio, nessuno pretendeva fosse un prato con grande biodiversità, perché è un golf! Rispetto al niente che c’era prima questo rapportino è positivo, ma non parla della storia di questa struttura, come se non esistesse. E poi per loro (il Club, n.d.r.) ha una funzione politica”. 

Su un altro fronte il sindaco Michele Faglia, che ha commentato positivamente le promesse di apertura al pubblico avanzate dai dirigenti del club, ricordando che “su questo tema sono stati inseriti nel bando di rinnovo della concessione alcuni specifici requisiti: l’apertura del campo pratica a condizioni economiche e addirittura di gratuità per le scuole e costi bassissimi per chi vuole imparare a giocare, con l’attrezzatura messa a disposizione gratuitamente. Da questo punto di vista c’è stata un’apertura molto forte oggi. Per quanto riguarda l’aspetto ambientale, puntiamo sul monitoraggio continuo della situazione dell’acqua e dell’utilizzo di fertilizzanti e anche sulla fruizione pubblica con l’eliminazione delle recinzioni e la liberazione di una parte delle aree ad uso pubblico, la possibilità di attraversamenti trasversali, in vista dell’apertura di un nuovo accesso a Biassono, dove c’è la stazione del treno, in modo da consentire di raggiungere il parco con questo mezzo. Questa è una condizione che stiamo perseguendo in tutt’e due le nuove concessioni, sia golf sia autodromo”.

Sindaco, ma lei gioca a golf? “No, però non lo condanno. Voglio solo che diventi uno sport per tutti”

 

Fu commesso un errore, ora occorre porvi rimedio

Golf e ambiente, se n’è parlato in un incontro pochi giorni fa… ha saputo, signora Montrasio?

Sì… ma spesso e volentieri gli studi dicono quello che i committenti vogliono. Entreremo nel merito quando ce ne verrà data copia. Il grande inquinamento, però, è la presenza stessa del golf nel Parco, indipendentemente da tutto quello che loro possono fare o no. La certificazione non saranno loro a doverla dare, ma un ente esterno, possibilmente l’amministrazione pubblica.

La sola presenza del golf, di per sé, non è compatibile con il parco?

Come già affermava la Soprintendente Lucia Gremmo nel 1996, all’interno di un parco storico recintato che ha la stessa dignità di Versailles e di Schönbrunn è stato posto un uso improprio, indipendentemente dal fatto che il golf possa essere uno sport onorevolissimo. Hanno privatizzato un’area cospicua del parco, oltre 90 ettari e poi per costruirlo furono fatti allora grandi abbattimenti, distruggendo gran parte del Bosco Bello.

Il club però ormai c’è. Molti dicono che è una realtà con cui venire a patti…

Non lo condivideremo mai. Se fosse valida questa logica si accetterebbero tutti gli obbrobri perché sono stati fatti ed esistono nel parco. Se un errore è stato fatto, si deve porre rimedio, non ratificarlo.

Cosa pensa dell’apertura al pubblico, in particolare con la riduzione dei prezzi e l’organizzazione di campi scuola?

Tutto questo era già previsto nel 1996. Hanno messo nella convenzione presunti elementi democratico-popolari nel tentativo di nascondere la realtà, cioè che quell’area è privatizzata in modo totale.

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