30 Novembre 2020 Segnala una notizia

Il teatro a contatto con la vita

1 Novembre 2006

Intervista a Peter Brook che torna in Italia presentando al Piccolo Teatro Studio di Milano il suo nuovo spettacolo "Sizwe Banzi est mort" in programma dal 14 al 25 di Novembre.

Torna in Italia Peter Brook e lo fa, come è ormai consuetudine da qualche anno, al Piccolo Teatro Studio di Milano, presentando il suo nuovo spettacolo "Sizwe Banzi est mort" in programma dal 14 al 25 di Novembre.

Per l'occasione Brook giovedì scorso ha aperto le porte al suo pubblico in un incontro-intervista con Fausto Malcovati, docente di letteratura russa presso l'università Statale di Milano, nel quale ha spiegato, a chi ancora non lo conoscesse, il suo metodo di lavoro e la sua particolare concezione di teatro.

Ho notato che lei spesso ricerca una semplicità dello spazio nei suoi spettacoli, è così?

Sì è vero, il mio intento è quello di fare teatro in posti che non sono stati pensati per il teatro e per un pubblico che non sia quello propriamente "teatrale". Il fatto è che cerco un maggiore contatto con la vita e l'essere umano.

Il teatro è diventato spettacolarizzazione, quasi una pura forma di intrattenimento, mi sembra che col tempo la forma abbia perso contatto con il contenuto, di qui deriva un teatro che si fonda sull'artificialità.

Ciò che io ricerco non è questo, bensì una performance, qualcosa cioè che abbia la capacità di agire sì sui sentimenti o sul pensiero grazie all'essenza della recitazione, non attraverso gli orpelli tecnici del trucco, dei costumi, della scenografia. Non ho nulla contro gli spettacoli che abbondano di tali elementi e spesso e volentieri ne sono spettatore, ma non è il tipo di lavoro che mi interessa né che voglio fare.  Il rischio è infatti che si perda l'essenza, il significato e il ruolo più profondo che aveva un tempo il teatro. 

Da qualche tempo lei si avvale di attori neri, africani, qual è il motivo?

Non ci sono attori neri, gialli ecc., ci sono attori buoni e attori cattivi, io in questo momento lavoro con attori che vengono dal Mali, dal Congo.

La differenza che tra il metodo di recitazione di un attore appartenente al mondo europeo, russo, americano, è che questi si avvalgono dell'identificazione col personaggio, del metodo stanislavskjiano, per intenderci, mentre gli attori che provengono dall'Africa, per la loro cultura, per la loro tradizione riescono ad essere meno costruiti, più trasparenti.

Mi spiego meglio: ho avuto l'occasione di lavorare con due dei più grandi attori di teatro del mondo, Lawrence Olivier e John Gielgud, il primo costruiva minuziosamente il personaggio modificando ogni suo singolo aspetto, dalla voce al profilo del naso, riusciva a trasformarsi completamente; Gielgud invece metteva sempre un po' di se stesso in ogni suo personaggio, mantenendo perciò una sorta di spontaneità.

L'attore africano riesce ad avere la naturalezza della propria personalità e allo stesso tempo diventare ogni volta un personaggio diverso, riesce ad essere dunque più trasparente e meno costruito.   

A differenza di alcuni suoi altri spettacoli questo è molto basato sulla parola, non le sembra?

Sicuramente ci sono molti dialoghi, ma questo è dovuto alla cultura degli abitanti delle township del Sud-Africa, per i quali è il racconto ad essere la principale forma di comunicazione.

Si racconta per condividere la propria esperienza con amici e parenti, si racconta perché le rappresentazioni teatrali sono vietate, come è vietata la libertà di stampa o di parola.

Molti anni fa lei ha fatto un viaggio in Africa, cosa ha tratto da quell'esperienza?

Quando sono andato in Africa mi sono tenuto lontano dalle grandi città, ho girato soprattutto i villaggi, posti in cui gli abitanti non si aspettano visitatori e tantomeno spettacoli teatrali. La cosa che ho imparato in questo viaggio, e che ritengo fondamentale per il teatro, è che bisogna cercare un contatto, di qualunque tipo.

Il contatto è fondamentale. Questo è necessario per potersi avvicinare all'essenza dell'essere umano e quindi per capire il  teatro. 

C'è ancora tempo per un'ultima domanda, che, questa volta, viene dal pubblico: lei tiene seminari e corsi sulla tecnica della regia, ma è possibile insegnare regia?

Sì, io insegno delle tecniche di regia, ho tenuto molte conferenze sull'argomento e qualcosa si può sicuramente insegnare, tuttavia sta ai singoli e alla loro creatività fare di se stessi un " regista". Di sicuro un regista deve sempre lavorare, provare, fare esperienza, sempre, continuamente. Un regista che aspetta che qualcuno gli offra una regia, bhe quello è sicuramente un cattivo regista.

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