| L'integrazione passa dai fornelli |
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| Sociale |
| Giovedì 17 Aprile 2008 |
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Oggi questo giovane ragazzo, insieme alla moglie, Elena Picchiotini, originaria di Seregno, è proprietario del "Gusto della vita", un grazioso ristorante a due passi dal cuore della vecchia Monza, in via Bergamo. Dhian, in India ha lasciato la famiglia e il suo sogno di diventare medico per aiutare la sua gente, ora è diventato uno dei più apprezzati chef della Lombardia e promette di non fermarsi qui. «Mio padre voleva che lo aiutassi a lavorare nei campi - ricorda il ragazzo - Per sfuggirgli ho fatto un accordo. Gli ho promesso che se mi avesse dato il permesso di andare a trovare mio fratello, che viveva in Germania, al mio ritorno avrei lavorato al suo fianco». Il padre accetta: Dhian, che all'epoca ha poco più che 15 anni, si reca a Francoforte, ma dentro di se sa già che non tornerà più a casa. «Mi sono messo a cercare lavoro e ho trovato impiego come lavapiatti in uno dei più rinomati locali della città». Il ragazzo lavora sodo, tanto che i proprietari gli offrono la possibilità di fare un salto in avanti: «Mi chiesero se volevo aiutare a preparare le insalate, ma rifiutai - spiega in un fluente italiano - Se mi fossi spostato dal posto di lavapiatti, non avrei più potuto guardare lavorare i cuochi». Così, tra lo stupore generale Dhian rimane a fare il lavapiatti, un giorno poi manca lo chef. E' l'occasione che il giovane stava aspettando: si propone di sostituirlo. Il proprietario del locale accetta: non ha nulla da perdere. Da allora non si è più allontanato dai fornelli. Nel frattempo, conosce una ragazza che lavorava lì come cameriera. Nasce l'amore. «Quando dissi ai miei genitori che mi ero innamorata di un ragazzo indiano mi dissero che non avrei mai più rimesso piede in casa», racconta Elena Picchiotini. Ma all'amore non si comanda, e dopo alcuni anni passati in Germania, in una fredda serata invernale del 1998, Elena e Dhian salgono sul diretto Francoforte-Milano Centrale. Senza documenti e senza sapere ciò che ci sarebbe stato ad attenderli, i due giovani arrivano in Italia. Dopo pochi mesi una sanatoria dà a Dhian Singh la possibilità di regolarizzare la sua posizione. Eppure ancora adesso, nonostante sia sposato con una donna italiana e pur avendo un regolare permesso di soggiorno, Dhian non è ancora un cittadino italiano. «Appena arrivato ha trovato posto in un ristorante di Lissone - dice la moglie, andando indietro nel tempo - Era sfruttato, ma almeno lavorava. Il problema più grosso veniva dai vicini». «Mi pedinavano per vedere cosa facevo durante la giornata», rivela Dhian con un misto di tristezza e rancore. Ma anche sul lavoro le rogne non mancavano. Il fatto era che le sue competenze non erano riconosciute, gli mancava il fatidico pezzo di carta. Allora decide di iscriversi ad una scuola serale. L'insegnate lo nota e alla fine del corso gli domanda dove vorrebbe andare a lavorare. Lui risponde "All'Hotel de la Ville", un nome che da solo basta come biglietto di presentazione. Viene chiamato in prova, una settimana dopo è già primo chef dei primi piatti. Quando i tempi sono maturi, tre anni fa, Dhian e la moglie decidono che è giunto il momento di tentare il grande salto, e aprono un ristorante, questa volta tutto loro. Articoli correlati:
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